Una certa idea di GreciaLa catabasi di Repubblica, e gli inferi ellenico-sauditi del redazionalmente corretto

Cinquant’anni fa nasceva il giornale-partito di Scalfari che a breve cambierà proprietà. Storia della sua evoluzione e della sua involuzione, scritta da un ex recensore quotidiano

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Il mio giornale d’elezione è il Corriere della Sera, anche se sarebbe più corretto dire che «è stato» il Corriere della Sera (non c’entra la cura nazional-popolare di Urbano Cairo con l’uso del verbo al passato, c’entra la fine del mondo che abbiamo conosciuto).

Sebbene abbia sempre avuto una passione anche per La Stampa di Torino, per cui ho scritto con grande piacere per due anni, il giornale italiano che conosco di più è Repubblica, perché leggere Repubblica è sempre stato imprescindibile per chi voleva stare al passo con i tempi, ma anche perché per molti anni l’ho recensita sul Foglio in una rubrichetta quotidiana che si chiamava «Redazionalmente corretto».

Un tempo, a solo citare il Corriere, Repubblica e La Stampa, i tre grandi giornali del nostro paese, calava spesso il silenzio reverenziale tra gli astanti, come davanti alle mezze parole di un mammasantissima. Alcuni addirittura si facevano il segno della croce, come quando nei paesi passava la processione del santo patrono. Io li compulsavo tutti e tre, dalla prima all’ultima riga, in modo ossessivo, fino a riconoscerne pregi e difetti e ad anticiparne i tic ideologici.

Non è più quell’epoca, purtroppo. I giornali non li legge più nessuno: è scomparso quel rito propiziatorio della lettura mattutina che ha scandito l’esistenza delle classi dirigenti. Ora diamo un’occhiata ai tweet, o come si chiamano adesso. Non leggo più i giornali nemmeno io che faccio questo mestiere, e che fino a qualche anno fa non avrei mai potuto immaginare la mattina di un qualunque giorno senza il piacere fisico di agguantare almeno cinque quotidiani, per non parlare dei ricorrenti incubi notturni sul non riuscire a trovare, nei luoghi di vacanza, la mazzetta completa.

Non solo nessuno legge più i giornali, ma si è anche persa la gerarchia tra quelli autorevoli e quelli inattendibili, tra quelli seri e le porcherie, perché a un certo punto abbiamo deciso che uno vale uno, in tutti i campi, anche nell’informazione, e infatti vediamo come ci siamo ridotti. Si potrebbe dire che, per una piccola redazione come Linkiesta, questo campo livellato, dove il Grande Giornale si confonde con un account anonimo sui social, è una grande opportunità. In realtà non lo è davvero, perché la fine del secolo dei giornali e l’irrilevanza delle opinioni basate sui dati di fatto, nell’epoca di Vongola82 e della disintermediazione, hanno distrutto il discorso pubblico, alimentato il populismo e aperto la breccia alla propaganda ostile, distruggendo, nel processo di disarticolazione della società aperta, le redazioni e il giornalismo.

Qui però vorrei scrivere di Repubblica, il giornale d’opinione che ha modernizzato il modo di fare giornalismo in Italia, e vorrei parlarne da giornale non ancora incamminatosi verso la catabasi ellenico-saudita negli inferi graditi a Colle Oppio.

Sono cresciuto con il linguaggio immaginifico di Marco Pannella, ex sodale dell’Eugenio Scalfari radicale, che paragonava il manufatto quotidiano del fondatore agli atti eversivi dei nemici della Repubblica italiana («P2, PCI, P38, PScalfari»), e mi sono abbeverato al rigore civile di Leonardo Sciascia, che individuava, assieme a Pannella, nella strategia della fermezza capitanata dal partito di Repubblica la responsabilità politica di non aver salvato Aldo Moro dalla violenza proletaria delle Brigate Rosse. Quindi Repubblica non è mai stato il mio giornale.

Repubblica, ovviamente, è stata ed è molto altro, grazie alle grandi firme di una volta, al formato innovativo, al modo di raccontare lo sport, a una nota spregiudicatezza sull’economia e così via.

L’epoca d’oro di Repubblica è stata quella del giornale-partito che dettava la linea al centrosinistra. Poi, a poco a poco, ha cominciato a spegnersi, quando è diventato un giornale di partito, facendosi dettare la linea dal partito dei pubblici ministeri per accelerare la via giudiziaria alla presa del potere della propria parte politica. La prima fase è quella di Eugenio Scalfari, liberal-socialista e di poco successo nei primi mesi di vita del giornale, fondato cinquant’anni fa, il 14 gennaio 1976, e poi berlingueriana, demitiana, anticraxiana e anti-berlusconiana per lunghi e gloriosi anni. La seconda fase, altrettanto epica, è quella giustizialista di Ezio Mauro, il direttore di «una certa idea dell’Italia», e anche grande dispensatore di post-it.

In quel periodo, sul Foglio, cominciai con spirito goliardico la rubrica di recensione quotidiana di Repubblica, una via di mezzo tra un elzeviro satirico e un «controllo di qualità», per il quale mi sarei aspettato un bonus a fine anno da Largo Fochetti, e che alcuni alti dirigenti del giornale pensavano che effettivamente meritassi. Invece ricevetti ingiurie e diffamazioni, cui non ho mai risposto con le carte bollate perché ero dotato di senso del ridicolo.

Ho ricevuto anche la favolosa accusa di lavorare per un «giornale gregario», il Foglio appunto, contenuta in un’enciclica di fine anno inviata da Ezio Mauro alla sua redazione, in risposta a una serie di «Redazionalmente corretto», ripresi dalla stampa internazionale, a proposito di un collaboratore di Repubblica in estremo Oriente che favoleggiava sul giornale, nonostante le proteste dell’ambasciata d’Italia, della comunità italiana locale e dei corrispondenti di giornali e televisioni di altri paesi che si sentivano defraudati dagli scoop del republicones del far east.

Repubblica fece finta di niente per mesi, evitando di rispondere non solo «al giornale gregario», ma anche al Guardian, alla tv olandese e ai maggiori sinologi del nostro paese, suscitando un certo sconcerto nella stampa internazionale e anche tra alcuni giornalisti di Repubblica, i quali infatti mi passavano perle redazionali che poi usavo nella rubrica quotidiana.

Ne ricordo qui soltanto una per tutte. Una volta il grande e compianto inviato Giuseppe D’Avanzo pretese un elicottero per arrivare, non ricordo dove, prima della concorrenza, con una grandeur che ricordava la leggendaria inviata della Cnn, Christiane Amanpour. Da qui il mio «Davanpour». A causa della gravità della situazione sul campo, però, non fu consentito al velivolo di atterrare, così D’Avanzo fu costretto a tornare indietro e finì per arrivare nel luogo molto dopo tutti gli altri colleghi.

Con D’Avanzo ci fu anche uno scontro giornalistico molto serio, quindi perdonerete il momentaneo cambio di tono, a proposito dell’appendice italiana del Nigergate, avanzata da Repubblica e che dimostrai per tabulas essere una barzelletta sulla base, appunto, delle relazioni bipartisan del Senato di Washington, che avevo studiato quando facevo il corrispondente negli Stati Uniti. Salutai cordialmente D’Avanzo davanti al Copasir, a Roma, mentre entrambi aspettavamo l’esito di una riunione del comitato parlamentare per la sicurezza che alla fine smentì in modo bipartisan la tesi di Repubblica (l’Italia non c’entrava niente con la giustificazione della guerra americana all’Iraq).

Recensire Rep, in fondo, era un atto d’amore per un giornale così rilevante. Del resto, in che altro modo si può definire un’attività che mi impegnava ogni giorno alcune ore a leggere tutto il quotidiano, dalla prima pagina alle previsioni del tempo, e poi a scriverne, facendomi tanti, tantissimi, amici per la vita.

L’obiettivo di Recensire Rep non era quello di rimarcare gli errori del giornale, quelli c’erano e ci sono in tutti i giornali, anche se meno di quelli che produce l’intelligenza artificiale, né di segnalare gli strafalcioni, come la leggendaria traduzione di «copycat», «emulatore», con «gatto copione», che fece Vittorio Zucconi, diventato da quel momento «Zuccopycat». A differenza di molti suoi colleghi, Vittorio era un uomo spiritoso e cavalleresco: ci conoscemmo a cena dopo la seconda convention di George W. Bush, a New York, nel 2004, dopo esserci incontrati per la prima volta un paio di settimane prima a Boston, quando comparve sulla scena il giovane Barack Obama.

Ci siamo visti più volte in giro per l’America a seguire le campagne elettorali. Zucconi era un uomo simpaticissimo, uno scrittore straordinario, e il giorno che cominciai a scrivere per il Sole 24 Ore mi diede un consiglio professionale che non dimenticherò mai e che tengo per me.

Il senso della rubrica del Foglio su Repubblica era dunque quello di decrittare la matrice più ideologica che giornalistica di un quotidiano che si autoattribuiva il ruolo di custode morale di un’Italia tutta d’un pezzo e in costante denuncia contrita di quell’Italia alle vongole che si ostinava volgarmente a vivere fuori dal recinto di presentabilità civile stabilito da Repubblica. Recensire Rep dimostrava che non era così: che anche l’altra Italia repubblicana amava le vongole, ci sguazzava e si sporcava la camicia di sugo.

Poi è finita anche quell’era, perché quella prosopopea di Rep era davvero insopportabile. Ma, col senno di poi, si può ammettere che qualche responsabilità l’abbiamo avuta anche noi che ci divertivamo intellettualmente a dissacrare il tono serioso dei custodi del giusto Made in Repubblica, visto il modello giornalistico che è emerso in seguito, sia a sinistra sia a destra. E non è un caso che, nei tempi impazziti di oggi, dove tutto si è mischiato e si contano sulle dita di una sola mano le voci adulte e senzienti, siano proprio gli editoriali di Ezio Mauro e le riflessioni dell’umoralista Michele Serra, che un tempo definivano un certo modo di essere di Repubblica, a essere tra i più sensati ed equilibrati dell’intera editoria italiana.

Con l’arrivo di John Elkann a Repubblica, prima con una quota di rilevante minoranza e poi con quella di maggioranza, il tentativo culturale e industriale è stato di modernizzare il giornale, di farlo uscire da quel recinto ideologico e di farlo diventare il grande giornale nazionale. Prima Mario Calabresi e poi Maurizio Molinari sono riusciti, in parte, a togliere a Repubblica le ragnatele ideologiche, anche se non fino in fondo e soprattutto senza il successo di vendite auspicato dall’editore.

In mezzo c’è stata la parentesi di Carlo Verdelli, con il tentativo di restaurare la vecchia Repubblica barricadiera e l’abbandono della favolosa riforma grafica di Calabresi, un’operazione di restauro ideologico tentata anche da Massimo Giannini alla Stampa, proprio durante gli anni di Molinari a Repubblica. Entrambi i restauratori di quel mondo antico sono stati frenati dai dati di vendita in picchiata, non certo una diretta conseguenza della loro direzione o della loro idea di giornale, ma piuttosto del declino inesorabile dei quotidiani, cominciato alla fine dell’era Mauro in seguito all’avvio della rivoluzione digitale.

Così Repubblica di John Elkann si è trovata senza l’antica identità delle origini e incapace di abbracciarne una nuova più credibile, sebbene personalmente non sono mai stato un orgoglioso lettore di Repubblica quanto negli anni in cui, con Molinari, ha preso le distanze dal populismo di Giuseppe Conte e del Pd suo vassallo, in cui ha aperto la strada a Mario Draghi, in cui si è schierata apertamente con l’Ucraina aggredita dalla Russia e in cui non ha vacillato di fronte alla barbarie islamista del 7 ottobre, mentre è stato contemporaneamente anche l’unico giornale a pubblicare un diario quotidiano da Gaza, scritto da un giornalista palestinese che raccontava la tragedia sotto le bombe israeliane.

L’ultimo capitano di Repubblica, Mario Orfeo, è un formidabile navigatore di redazioni e un professionista di grande esperienza. Formatosi negli anni di Mauro, ma con gran carriera fuori da Largo Fochetti, ha tenuto la barra dritta, e vedremo dove riuscirà ad attraccare.

Ora però si annuncia la catabasi ellenico-saudita: la discesa agli inferi di un giornale che pretendeva di dettare la morale con un rigore azionista che adesso, associato sia pure indirettamente al lupo cattivo Bin Salman, non si potrà più permettere. Ci vorrebbe un nuovo Senofonte per raccontare la catabasi di Rep, altro che il suo ex recensore quotidiano. Senza dimenticare che sarà altrettanto interessante leggere l’anabasi, l’aspetto opposto del dramma odierno di Rep: la conquista di Repubblica vista dall’altra parte, la spedizione dei greci in Italia, una certa idea di Grecia.

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