Bibi Graetz L’arte del vino si ridipinge a Fiesole

In Toscana c’è un produttore che rappresenta perfettamente l’idea del vino come forma artistica

Isola del Giglio, @Wojciech Biegun, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

Dan Erlan Graetz è nato in una famiglia multiculturale di artisti: il padre era uno scultore israeliano e anche la madre, norvegese, aveva radici profonde nel mondo dell’arte.

L’arte ha accompagnato Bibi (il soprannome con cui è conosciuto) in molte fasi della sua vita. Ha dipinto il proprio percorso come fosse un’opera d’arte e, per questo, ha deciso di approfondire le sue conoscenze frequentando l’Accademia di Belle Arti di Firenze, ottenendo ottimi risultati. Tuttavia, resosi conto di non riuscire a restare chiuso in un atelier per l’intera giornata, ha scelto di crearne uno suo personale, utilizzando come punto di partenza i vigneti di famiglia situati a Vincigliata, nei pressi di Fiesole.

Con una buona dose di incoscienza, ma con una forte voglia di mettersi in gioco, negli anni Novanta ha preso in gestione il castello di famiglia, promettendo di trasformarlo in un importante luogo di cultura e bellezza. Una volta entrato in contatto con il mondo enologico, però, ha capito di non poterne più fare a meno. Il punto di partenza sono stati i due ettari vitati attorno alla tenuta, coltivati con varietà tipiche del centro Italia come Sangiovese e Cannaiolo. Il rischio nel produrre vino in una zona così prestigiosa è sempre elevato, data la fama delle cantine limitrofe; tuttavia, l’assaggio di alcune bottiglie artigianali locali lo ha convinto definitivamente a intraprendere questa strada.

Bibi è entrato così a far parte del mondo della produzione vinicola, consapevole però che da solo non sarebbe arrivato lontano. Fondamentale è stato il supporto dell’enologo Alberto Antonini, ma anche della sua compagna di vita, Benedicte, anch’essa norvegese. Da questa collaborazione, caratterizzata dalla cura maniacale del dettaglio tipica di un artista, sono nati i primi vini: Testamatta e Colore. Due nomi che aiutano subito a comprendere la personalità del produttore che, all’epoca, disponeva di sole tre barrique. Nonostante ciò, è riuscito a creare vini capaci di interpretare lo spirito del nuovo millennio: carismatici, strutturati, dotati di una forte identità territoriale e in grado di affermarsi a livello mondiale. Vini che, pur mantenendo una struttura importante, riflettono anche il rigore e il carattere del produttore, facendo parlare di lui per molto tempo.

 

I suoi vini sono spiriti liberi, come lui stesso: derivano da una produzione biologica e seguono canoni diversi rispetto alla viticoltura convenzionale. Devono rispecchiare la sua forma mentis, colpire per schiettezza e pragmaticità, senza inutili fronzoli. Anche i nomi e le etichette seguono questa filosofia, motivo per cui è stato spesso criticato. Da una cosa, però, non ha mai desistito: dal non prendersi troppo sul serio, lasciando che siano le sue bottiglie a parlare per lui.

Questa passione è risultata però difficile da concretizzare in uno spazio così limitato come quello dei pochi ettari a disposizione. Inoltre, secondo la sensibilità del produttore, i vini bianchi non riuscivano a esprimersi al meglio in quella zona collinare. È iniziata così la ricerca di un territorio più adatto, che lo ha condotto all’isola del Giglio. Grazie al suo particolare ecosistema, l’isola è in grado di offrire vini delicati ma fortemente identitari, caratterizzati da profumi di fiori bianchi, note agrumate e minerali.

Questa nuova avventura doveva però rimanere coerente con la filosofia. I riferimenti iniziali erano pochi: solo la conoscenza di alcuni isolani, abituati a produrre esclusivamente vino da tavola. Ma era esattamente ciò che Bibi stava cercando: autenticità e pura espressione del territorio, incarnata da un vitigno autoctono locale chiamato Ansonaco dagli abitanti e conosciuto ai più come Ansonica.

I primi anni Duemila non hanno portato i risultati sperati e i vini prodotti non hanno soddisfatto le aspettative in termini di vendite. Nel 2015, quindi, Graetz ha deciso di cambiare approccio, abbandonando la macerazione e limitando il contatto del mosto con raspi, vinaccioli e altre componenti. Questa scelta gli ha permesso di ottenere vini più immediati e riconoscibili, capaci di affermarsi sul mercato e di portare anche al Giglio bottiglie degne del brand.

 

Grazie alla sua caparbietà, è riuscito così a rivalutare un vitigno versatile ma spesso sottovalutato, inizialmente destinato al solo consumo quotidiano. Inoltre, ha contribuito a far rinascere la produzione vinicola in una zona che rischiava l’abbandono a causa degli elevati costi di gestione dei vigneti.

La storia di questo produttore dimostra come il legame tra arte e vino sia profondo e concreto. La produzione vinicola non è solo tecnica e competenza, ma soprattutto sensibilità: una qualità innata in un artista. Bibi Graetz è riuscito così ad affermarsi in un ambito che inizialmente non gli apparteneva.

Con i suoi vini carismatici ha ridato colore a territori che sembravano immobili, creando esperienze sensoriali capaci di competere con realtà più blasonate, e con la stessa intraprendenza ha restituito speranza a chi aveva perso lo stimolo di valorizzare i propri vigneti. La sua umanità e franchezza si ritrovano in ogni sorso dei suoi vini, autentiche opere dipinte a sua immagine e somiglianza.

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