Via della seta polareLe ambizioni della Cina in Groenlandia, e il grande gioco dell’Artico

Pechino si definisce un «near-Arctic state» e punta a controllare le risorse e le rotte commerciali di una regione sempre più importante. Perché la presenza di minerali critici e altre risorse hanno reso l’area uno snodo strategico cruciale nella competizione tra grandi potenze

AP/Lapresse

«Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia». I messaggi di Donald Trump su Truth Social hanno sempre un tono perentorio e aggressivo, soprattutto quando si parla di sicurezza o risorse minerarie. Nell’ultimo anno, l’isola artica è diventata il centro della competizione globale tra grandi potenze. Infatti il messaggio di Trump sembra indirizzato alla Cina e alla Russia, più che al governo della Groenlandia.

Nella visione manichea del presidente statunitense, siamo già a un bivio storico: o Washington metterà la sua bandiera sulla Groenlandia o lo faranno Pechino e Mosca. «Qualsiasi cosa che non sia l’acquisizione della Groenlandia sarebbe inaccettabile», ha detto ancora il presidente degli Stati Uniti.

Al di là della retorica trumpiana, la Cina non è una minaccia in senso stretto per la sicurezza della Groenlandia. È piuttosto il quadro strategico di lungo periodo a spiegare perché Washington la invochi così spesso. Nel suo White Paper del 2018, la Cina si è definita un «near-Arctic State», uno Stato vicino all’Artico. Una formula utile per reclamare cause di interesse nazionale anche in ciò che accade nella regione, pur senza rivendicare alcuna sovranità territoriale.

La ragione più visibile per spiegare l’interesse cinese per l’isola riguarda le risorse minerarie. La Groenlandia ha alcuni dei giacimenti più promettenti al mondo di terre rare, grafite, litio, cobalto. Sono minerali fondamentali per la transizione energetica, per l’industria tecnologica e per l’industria bellica. Pechino domina oggi le catene globali di approvvigionamento di molte di queste risorse.

Trump da tempo ha promesso di alzare il livello dello scontro su questo fronte – come dimostrano l’accordo con l’Ucraina e altri interventi in tutto il mondo – e la Cina non ha intenzione di perdere il vantaggio acquisito fin qui.

Negli ultimi anni, le aziende cinesi hanno tentato di entrare in progetti minerari e infrastrutturali nell’Artico, dai porti agli aeroporti fino alle miniere di terre rare, incontrando però una crescente resistenza da parte di Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia per ragioni di sicurezza nazionale. Secondo l’Arctic Institute, questi tentativi vanno letti nel quadro di una strategia ampia e di lungo periodo: «Ridurre la dipendenza cinese da fornitori esterni potenzialmente ostili, assicurarsi risorse indispensabili per la propria transizione verde e rafforzare la posizione negoziale in una fase in cui Stati Uniti ed Europa cercano di aumentare il controllo sulle filiere dei minerali critici e sganciarsi da Pechino». In questo senso, la Groenlandia non è tanto un obiettivo di breve termine, quanto un asset strategico potenziale in una competizione globale sulle risorse che si giocherà nei prossimi decenni.

La Polar Silk Road, la “Via della seta polare” evocata da Pechino come estensione della Belt and Road Initiative, è ancora in una fase di sviluppo e definizione. Idealmente, la Cina vorrebbe controllare le rotte artiche, rese più navigabili dal riscaldamento globale, per collegare Asia ed Europa riducendo tempi, costi e dipendenza da colli di bottiglia come Suez o Panama.

Dopo il 2022, cioè con l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, l’ambizione cinese in quel quadrante di mondo ha fatto un salto di qualità. L’isolamento internazionale di Mosca ha trasformato la Russia da potenza artica a junior partner della Cina, sia dal punto di vista politico sia dal punto di vista economico. Pechino ha ottenuto accesso privilegiato a risorse energetiche, infrastrutture e rotte artiche, in particolare lungo la Northern Sea Route – una rotta marittima strategica lungo la costa artica russa, che collega il Mare del Nord all’Oceano Pacifico attraverso il Mar Glaciale Artico. È così che la cooperazione sino-russa è diventata il perno della presenza cinese nell’Artico.

Questa presenza economica e scientifica si è intrecciata con una crescente dimensione strategica e militare. A novembre l’Artic Institute scriveva che negli ultimi anni Mosca e Pechino hanno rafforzato la loro presenza militare nell’area. La Russia ha riaperto e modernizzato le sue grandi basi e gli aeroporti che erano stati quasi abbandonati, la Cina sta investendo pesantemente nell’esplorazione e nella ricerca polare. Il White Paper sull’Artico non menziona obiettivi militari. Ma la distinzione tra attività civili e militari può essere molto sfumata. Operazioni di ricerca oceanografica, di mappatura dei fondali e anche solo una presenza navale occasionale possono avere un valore strategico. Negli ultimi anni, navi cinesi – talvolta insieme a unità russe – hanno operato sempre più vicino alle coste dell’Alaska, segnalando che l’Artico non è più uno spazio esclusivo degli Stati Uniti e dei loro alleati.

È almeno dal 2021 navi da guerra cinesi hanno ripetutamente incrociato le rotte al largo delle coste dell’Alaska. L’Istituto tedesco per gli studi internazionali e la sicurezza a ottobre aveva raccolto un po’ di esempi utili (qui il link al report): «Bombardieri a lungo raggio cinesi e russi hanno pattugliato l’Oceano Artico vicino all’Alaska nel luglio 2024. Due bombardieri strategici russi Tu-95 e due bombardieri cinesi Xian H-6 sono decollati dall’aeroporto russo di Anadyr, in Čukotka, e hanno effettuato voli di pattugliamento sul Mare dei Ciukci, sul Mare di Bering e sul Pacifico settentrionale». Quando Trump a marzo ha detto «non serve nemmeno il binocolo: basta guardare fuori, ci sono navi cinesi ovunque», fa riferimento proprio alle numerose operazioni di questo tipo.

L’insistenza di Trump (e della sua amministrazione) non va letta come la risposta a una minaccia cinese imminente, ma come il tentativo di anticipare una competizione strategica inevitabile. La Cina non sta per «prendersi» la Groenlandia, ma sta lavorando per essere presente, influente e credibile nell’Artico del futuro: attraverso le risorse, le rotte, la cooperazione con la Russia e una definizione sempre più elastica dei propri interessi nazionali.

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