Oltre Brighton Beach La multiculturalità di Coney Island è una ricchezza alimentare

L’atmosfera estiva, fortemente pop, tende a nascondere la connotazione immigratoria così peculiare in questo quartiere di New York. L’influenza soprattutto dell’Est Europa e dell’Asia Centrale è però ben evidente nelle proposte gastronomiche

Foto di Adrian Hernandez su Unsplash

Coney Island, che in realtà è una penisola, si trova proprio in fondo a Brooklyn, ed è un luogo con due anime, del tutto diverse tra loro. D’estate è la spiaggia di New York, la più popolare, accessibile e affollata, a nemmeno un’ora di metropolitana da Manhattan, protagonista di mille scatti, sfondo e citazioni in di film famosi, da “I guerrieri della notte” di Walter Hill a “La ruota delle meraviglie” di Woody Allen, con il suo storico luna park – e giostre turbinose come il Cyclone e la Wonder Wheel, il lungomare scenografico, le spiagge chilometriche e gli hot dog di Nathan’s Famous , che oggi è una catena ma che conserva ancora qui il negozio originale, all’angolo tra Surf Avenue e Stillwell Avenue, aperto nel 1916 da un immigrato ebreo polacco, Nathan Handwerker, che inventò gli hot dog mentre lavorava al Feltman’s German Gardens.

Raccontano, ma forse è leggenda, che furono due futuri uomini di spettacolo, Jimmy Durante ed Eddie Cantor, che lavoravano come camerieri, a convincere Handwerker a mettersi in proprio. Oggi è tra le attività gastronomiche più famose della nazione e ogni 4 luglio, Independence Day, organizza la gara di mangiatori di hot dog; il record è detenuto da diversi anni da Joey Chestnut che nel 2021 ottenne il miglior risultato di sempre, 76 hot dog in dieci minuti.

Foto di Thomas Loizeau su Unsplash

Ma c’è un altro volto, forse meno noto mediaticamente, un piccolo mondo che ruota attorno al quartiere storico dietro a Brighton Beach e che fa della Coney Island meno vacanziera un melting pot tipicamente newyorkese, ma con una connotazione esteuropea e una forte presenza russa/ucraina/ebraica che gli conferiscono un carattere unico e si aggiungono alla storia migratoria più ampia di Brooklyn che include influenze italiane, portoricane, giamaicane.

A fare di Brighton Beach un luogo tanto caratteristico quanto allegro, colorato e pacifico è stata una stratificazione storica iniziata negli anni Venti del Novecento, quando il quartiere si popolò di ebrei americani di prima e seconda generazione, tanto che nel 1919 il New Brighton Theater divenne il primo teatro yiddish degli Stati Uniti. A questi si aggiunsero, dopo la Seconda guerra mondiale, molti scampati alla Shoah: secondo stime del 2011 vivevano lì la maggior parte dei cinquantacinquemila sopravvissuti registrati a New York.

Foto di Guneet Jassal su Unsplash

A metà degli anni Settanta, Brighton Beach fu eletta a rifugio da molti immigrati dall’Unione Sovietica, soprattutto ebrei askenaziti, tanto che la zona venne soprannominata Little Odessa. E quando nel 1991 l’Unione Sovietica collassò, arrivò un ulteriore flusso di profughi dall’ex Urss, in particolare dal Caucaso e dalla Georgia e dall’Azerbaijan che aprirono ogni genere di attività, piccole imprese commerciali, negozi, ristoranti, banche, scuole…

Gli anni Dieci del 2000, infine, hanno visto un’ulteriore migrazione dall’Asia centrale, musulmani, questa volta, e tutto questo si traduce in un luogo dove le scritte in cirillico sostituiscono quasi completamente l’inglese e lo spagnolo predominanti  nel resto della metropoli, è possibile vedere le capanne di Sukkot sulla spiaggia, nei bar signore eleganti in pelliccia e turbante di stoffa mangiano baklava accompagnate da tè nero o verde, e il grande supermercato di cui tutti hanno una sporta sottobraccio è intitolato alla capitale dell’Uzbekistan, Tashkent (con una filiale a Manhattan, tra la Sesta e Waverly), ma è in effetti un trionfo di prodotti centroasiatici, dal plov di Samarcanda (a scelta agnello, manzo o pollo), allo shawarma, a ogni varietà di pirozhki,  ravioli, syrniki, tra montagne di salmone affumicato, pesci essiccati, aringhe affumicate e sottaceti.

E poi spezie, pani piatti, pretzel, borscht, samosa, caviale rosso (di salmone) e nero (di storione), cristalli di zucchero candito, frutta fresca di ogni genere, salsicce e cibo garantito halal.

E poi un gomitolo di vie dove si possono incontrare tanto un ebreo ortodosso come un signore ucraino con un maglione giallo e azzurro con il tridente ricamato sul petto e dove ogni bottega è una scoperta: c’è il ristorante Skovorodka, con la statua di un orso a grandezza più che naturale a fare da insegna, che propone «i sapori autentici dell’Europa dell’Est» e vanta tra le specialità insalata Olivier, manzo alla Stroganoff, pirozhki e ogni varietà di blinis, c’è il negozio di vodka con bottiglie a forma di molotov e di mitragliatrice, la drogheria che vende il couscous israeliano, con l’hanukkah in vetrina, e una farmacia che vende, tra le altre cose, afrodisiaci naturali a base di erbe.

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