
Nel 1930, mentre l’America faceva i conti con il lato oscuro del Proibizionismo, Roxana B. Doran pubblicava “Prohibition Punches”, un libro di bevande analcoliche che oggi appare come un curioso reperto d’epoca. Eppure, a sfogliarlo, ci accorgiamo che anticipa temi che definiscono anche il nostro presente: la ricerca del benessere, la necessità di mantenere un rito sociale nonostante l’assenza dell’alcol, la voglia di un gusto capace di essere festa senza trasgressione. È una genealogia inattesa della cultura del mocktail, un ponte tra la sobrietà forzata di ieri e la scelta consapevole di oggi.
Il volume riunisce ricette per ogni momento della giornata, dalle granite al limone ai nettari di frutta, fino ai frappé e a un sorprendente “Mock Champagne” pensato per brindare senza sensi di colpa. Le autrici, appartententi a famiglie influenti e impegnate nella tutela della salute pubblica, immaginavano un mondo in cui la convivialità potesse essere elegante anche senza alcol. E per farlo non rinunciavano a gesti di cura: frutta fresca spremuta all’istante, acque frizzanti, mieli profumati, spezie leggere. Niente che potesse sostituire l’ebbrezza, certo, ma tutto ciò che potesse salvare il piacere dello stare insieme.
È interessante osservare come la grammatica della mixology di allora assomigli a quella dei cocktail contemporanei: attenzione alla materia prima, estetica del bicchiere, ritualità del ghiaccio, gioco tra acidità e dolcezza. Oggi, mentre la cultura dell’hospitality abbraccia un consumo più responsabile e la drink list analcolica smette di essere l’opzione triste, quelle vecchie formule tornano utili come ispirazione. In fondo, erano già un esercizio di creatività: come rendere desiderabile ciò che, per legge, non poteva essere proibito?
Rileggendo “Prohibition Punches”, ci accorgiamo che la storia del gusto si muove per ritorni inattesi. Le bevande che dovevano sostituire l’alcol diventano oggi strumenti per raccontare un’idea diversa di piacere, più inclusiva, più ampia, più capace di ascoltare esigenze nuove. Sono ricette che parlano di dolcezza senza eccessi, di freschezza che non anestetizza, di un’ospitalità che non chiede performance ma offre accoglienza. E, come insegna Anna Prandoni, il senso buono del cibo e del bere è sempre nelle relazioni che sanno costruire.
Così anche un punch di pesca, un nettare di mirtilli o una finta bollicina d’uva possono diventare simboli di una convivialità che non rinuncia alla bellezza. Non c’è nostalgia, in queste pagine. C’è un invito a guardare avanti, recuperando dal passato ciò che può tornare utile per immaginare un futuro più leggero e più gentile. Anche in un bicchiere senza alcol.
