Make giustizia ingiusta againNo in risalita, il fattore Trump può pesare sul referendum (e su Meloni)

L’esito è imprevedibile ma l’antitrumpismo crescente potrebbe spingere molti a bocciare la riforma Nordio per mandare un segnale alla premier, con tanti saluti al merito del quesito. La Schlein convoca (dopo un anno!) la direzione e sembra pronta a schierare il Pd

Foto di Phil Scroggs su Unsplash

Sarà vero che i No sono in rimonta al punto di eguagliare i Sì? Lo dice un sondaggio e, oplà, tra i contrari alla riforma Nordio l’aria è un po’ cambiata. Di certo la cosa ha contribuito ad accendere un po’ di riflettori sul referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati per il quale si andrà a votare il 22-23 marzo (data confermata dalla sentenza del Tar), con l’incertezza che resta massima. L’esito è imprevedibile.

Circola la sensazione che, come altre volte è accaduto, un appuntamento referendario diventi la calamita di pulsioni diverse, di inquietudini di vario genere. E che oltre che sul merito si voti su qualcos’altro. Che alla fine sia lo strumento con il quale le persone “dicono” cose che poco o nulla c’entrano con il quesito.

D’altronde in Italia, come sapeva bene Giorgio Bocca, si vota sempre su qualcosa che sta un po’ più in là della scheda e quasi mai su quello che c’è scritto sopra. Se fosse così, è possibile che la pesantezza del clima determinata dalla pazzesca stagione trumpiana finisca per giocare oggettivamente un ruolo determinante in un senso ostile ai sostenitori italiani del presidente americano, cioè il governo e la presidente del Consiglio. La campagna referendaria, in altre parole, potrebbe essere percorsa se non addirittura decisa dall’antitrumpismo che in vario modo serpeggia sotto la pelle del Paese e che si percepisce persino dai tentativi della destra di prenderne in qualche modo le distanze: solo Giorgia Meloni, la sponsor del Nobel per la pace al tycoon, non l’ha capito.

Esponenti di sinistra così diversi come Goffredo Bettini e Nichi Vendola hanno spiegato che pur condividendo il principio della separazione delle carriere voteranno No per non fare un regalo alla premier. Curiosamente anche un personaggio non certo di sinistra come Mario Monti ha fatto un ragionamento simile: «Sul referendum io ad esempio sono indeciso, vedo luci e ombre. Ma se la nostra premier continuerà a mostrarsi la leader europea più devota a Trump, malgrado i suoi continui attacchi all’Europa e la sua opera di distruzione dello stato di diritto in patria e nel mondo, mi verrebbe di pensare che abbia anche lei, nell’intimo, una vocazione autoritaria. Meglio allora, concluderei, non metterle in mano strumenti che potrebbero agevolare la messa in pratica dell’autoritarismo».

Ecco che il “fattore T” entra nella campagna referendaria. È una posizione che si può non condividere e giudicare politicista e tardo-machiavellica (si calpestano i principi per conseguire un obiettivo politico) ma che tuttavia è emblematica di quello che si diceva: il referendum come occasione non tanto per fare cadere il governo, cosa che non avverrà in nessun caso, ma per ammaccare la maggioranza dove, in caso di sconfitta, volerebbero gli stracci.

Che l’aria sia cambiata lo dimostra anche la scelta di Elly Schlein di convocare la direzione del Pd (dopo un anno!) come chiedevano con insistenza i riformisti. La segretaria ha messo insieme le cose. La direzione si terrà (in streaming?) la settimana prossima soprattutto per stringere i bulloni e gettare il partito nella campagna per il No. Il fatto è che sul tema Schlein finora era rimasta piuttosto tiepida.

Ora improvvisamente vede la possibilità di giocarsela e, hai visto mai, di vincere e dare così un colpo alla sua rivale diretta, seppure condividendo l’eventuale vittoria con Giuseppe Conte. Peraltro la leader del Nazareno sa che sul No c’è quasi tutto il partito, anche una parte dei riformisti tranne il nome pesante di Pina Picierno oltre che, nell’area del Pd, tutta una serie di importanti personalità raccolte intorno a “Libertà Eguale”. Se dovessero prevalere i Sì, è ovvio che per Meloni sarebbe un’ottima cosa. Ma per come si potrebbero mettere le cose più che a un trionfo politico equivarrebbe a uno scampato pericolo perché sa che perdere il 23 marzo sarebbe il primo vero colpo al suo finora incontrastato primato politico.

Per Schlein una sconfitta è più nelle cose, più assorbibile, quasi preventivata. Mentre una vittoria sarebbe probabilmente il viatico per un congresso del Pd, antipasto vincente, secondo lei, per la corsa alla premiership.

X