Le radici del caosCon l’invasione dell’Ucraina, Putin ha legittimato il ritorno della legge del più forte

La cattura di Maduro in Venezuela da parte degli Stati Uniti non è un’eccezione, ma il sintomo di un ordine globale già incrinato dall’aggressione russa del 2022. E l’Europa non può più permettersi di restare a guardare

AP/Lapresse

La grande notizia internazionale con la quale si è aperto l’anno, e cioè l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela, nell’operazione che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro, ha imposto una riflessione più ampia sulla violazione del diritto internazionale e soprattutto, più in generale, sul ritorno all’uso della forza che sta caratterizzando l’ordine globale in questa fase storica.

Nonostante si tratti di un regime dittatoriale a tutti gli effetti, che ha massacrato e imprigionato oppositori politici e civili, il rapimento di fatto dell’autocrate, per quanto repressivo e sanguinario, è stato orchestrato secondo violazioni palesi e modalità non solo inconsuete, ma anche illegali. La mancata previsione di un day after sostenibile con Maduro fuori dai giochi, e cioè il non curarsi di come avviare e plasmare quella primordiale fase di liberazione ritrovata, non ha fornito certezze, contribuendo piuttosto a buttare ulteriore benzina sul fuoco della frammentaria polveriera internazionale.

Le mosse di Donald Trump rappresentano un problema per il diritto internazionale: esse non solo rischiano di legittimare, ma aprono e forniscono pretesti per attacchi in altri teatri, seppur in maniera strumentale. È infatti ridicolo solo paragonare l’operazione in Venezuela, Paese assoggettato a influenze esterne – Iran in testa – da almeno un ventennio a un’invasione di uno Stato democratico (anche se magari con limiti strutturali, per anagrafe democratica, vizi che persistono o falle di ordinamento).

Allo stesso tempo l’azione contribuisce però a dare forma a un precedente pericoloso, in grado almeno di favorire la fame di ingerenza. Questo ritorno alla logica di potenza è stato innescato, prima di tutto, dall’invasione russa dell’Ucraina, che ha rotto gli argini del diritto internazionale.

La cattura di Maduro, così come le tensioni crescenti intorno a Taiwan e la dinamica di schiacciamento repressivo degli aneliti di quelle società civili che resistono sono tutti episodi collegabili – e rinforzati – all’interno di un quadro apertosi il 24 febbraio 2022.

Dovendo mantenere con onestà intellettuale distinzioni e approfondimenti dei singoli casi, la guerra all’Ucraina è stata però la vera fonte di formalizzazione di una visione delle relazioni internazionali capace di tornare a utilizzare la forza come leva e strumento di risoluzione, declinata sì nelle varie sfumature dottrinali e tattico-strategiche a seconda del retaggio, ma in ogni caso in grado di soppiantare il diritto internazionale.

È insomma Putin ad aver legittimato gli interventi di Trump, molto più dell’ipotetico contrario (intendendo con ciò eventuali future azioni russe mosse da campo libero, in forza di retorica e pratica trumpiana). Immersi in un ordine internazionale così instabile, con istituzioni esautorate e democrazie liberali indebolite in cui si vorrebbe appunto perseguire uno schema composito di sfere di influenza, l’Unione Europea fa ancora particolare fatica ad elaborare una risposta politica, continuando ad essere percepita come attore debole, fuori dalla spezzettata competizione multipolare. Nonostante le possibilità di sviluppo e crescita finora non colte, a partire dal ricco patrimonio economico, culturale e potenzialmente militare – nel senso di difesa comune – l’Europa non è comunque da sottovalutare: non è ancora protagonista unitaria, bloccata dall’interno dagli ostacoli degli (istituzionalizzati) processi decisionali, ma avrà modo e maniera di dimostrare nuovamente il ruolo che le spetta.

L’anno che si apre mostrerà infatti, forse definitivamente, come la questione ucraina sia e sarà il vero banco di prova comunitario, decisivo anche al fine di chiarire il proprio essere, l’identità politica che si vuole costruire.

Ecco allora che diviene fondamentale pensare all’elaborazione non solo di un’Europa più forte, stretta e matura, che apra finalmente una rinnovata fase di unificazione e integrazione, ma anche a strumenti maggiormente rivolti alla messa in pratica – o meglio, alla salvaguardia effettiva, reale e sostanziale – dei capisaldi valoriali del rispetto del diritto internazionale, così come della tutela del multilateralismo e della pacifica convivenza tra Stati.

Il diritto internazionale non esclude l’uso della forza, ma deve incanalarlo in un sistema di valori condivisi. Perché sia efficace, deve esistere un quadro normativo che regoli proprio l’impiego della forza, evitandone l’arbitrarietà. Senza questo limite, i principi si svuotano e prevale la somma zero trumpiana, che prima di essere programmata è guidata da calcoli personalistici e di interesse, pure a livelli minimi e residuali.

Dal Venezuela alle minacce rivolte per l’ottenimento della Groenlandia, decifrare il disegno complessivo e la dinamica di sicurezza conta fino a un certo punto: l’importante è tornare a essere protagonisti, alla ricerca di quella autonomia e proiezione come europei ancora distante. Per limitare il caos, partendo proprio dall’esempio ucraino, il ruolo di primo piano del 2026 sarà recitato ancora una volta da tutte quelle società civili, nelle varie latitudini, che lottano, combattono, resistono, nella laica liturgia di piazza depositaria di quei riferimenti valoriali tutti da ritrovare, soprattutto nel e per il mondo occidentale.

In Iran, dove la Rivoluzione, tra manifestazioni, scioperi e cortei si è estesa anche nel Kurdistan iraniano, coinvolgendo l’intero Paese, è nata la più grande mobilitazione popolare contro la repubblica islamica dal 1979, in cui le insanguinate piazze per la libertà sono l’urlo di autodeterminazione di una società civile matura ed eroica, che vuole finalmente scegliere, oltre la paura di migliaia di esecuzioni, arresti e blackout informativi. Le scarse e drammatiche notizie degli ultimi giorni, sul più grande massacro di iraniani della storia recente, ci interroga su considerazioni che vanno oltre regime change e interventismo, ma che iniziano con il rispetto della scelta di riconquista della libertà.

Per iniziare a stoppare il mondo raccontato da Anne Applebaum in “Autocrazie”, così come ne “L’ora dei predatori” di Giuliano Da Empoli, testi fondamentali per capire la contemporaneità internazionale, si parte necessariamente da questo fronte comune – dal sostegno a chi non si rassegna e persiste nel resistere, accantonando simpatie e antipatie ideologiche, con la sola ammirazione che, dal nostro osservatorio per il momento privilegiato, dobbiamo e dovremo loro.

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