BucolicheAccanto alle aziende agricole ci sono spazi per i più piccoli, e dovrebbero chiamarsi agriasili

Nascono in Danimarca i primi skovbørnehave e in Italia arrivano negli anni Duemila come evoluzione delle fattorie didattiche. I percorsi educativi spingono i bambini a imparare dalla natura, ma si scontrano con un labirinto burocratico che nega loro pieno riconoscimento

Foto @La Piemontesina, Chivasso

A Maida, in provincia di Catanzaro, esisteva un borgo rurale abitato da contadini che producevano olio per il sostentamento proprio e dei comuni tutt’intorno. C’era già – negli anni Cinquanta – un consorzio agrario che, per evitare alle famiglie il tragitto fino agli istituti in città, aveva provveduto alla creazione di una scuola elementare in loco. Su quelle terre profumate di cedro e bergamotto sorge l’Azienda Costantino, una realtà agricola biologica che produce olio extravergine Lametia Dop e che, nel tempo, ha recuperato gli spazi di un’intera comunità, scuola di campagna compresa.

Queste le parole di Mariangela Costantino, titolare dell’azienda: «L’iniziativa del consorzio rispondeva a un bisogno del territorio; dovendo iscrivere mio figlio a un nido, mi sono confrontata con la scarsità dell’offerta formativa locale e mi sono resa conto più che mai che stavolta ero io ad aver bisogno del territorio». È così che nel 2018, recuperati banchetti e seggioline dagli sgabuzzini, Costantino ha dato vita al primo agrinido del Sud Italia.

La struttura che aveva ereditato, ben rodata dal punto di vista agrituristico e come fattoria didattica, era in grado di soddisfare il bisogno di tutte quelle famiglie che cercavano un’alternativa all’educazione (al chiuso) dei propri figli. Ma solo sotto la guida della pedagogista Viviana Vitale, però, si è trasformata in una realtà solida ed efficiente. Gli spazi dell’Azienda sono popolati da oltre quaranta bambini, di cui dieci nella fascia 0-3 anni, venti in quella 3-6, i restanti dieci in quella 6-10. Oltre l’agrinido, c’è l’asilo nel bosco, poi un homeschooling all’aperto, dove l’istruzione parentale è organizzata negli spazi verdi.

«I bambini passano la maggior parte del loro tempo nella natura; scorrazzano nel bosco, si prendono cura degli animali della fattoria didattica e raccolgono i frutti dell’orto. Quando piove calzano galosce per saltare nelle pozzanghere oppure rimangono in veranda, dove le maestre e le educatrici hanno ricavato un angolo lettura», ha spiegato Costantino. La giornata incomincia tra le 8 e le 9:30 del mattino: ogni bambino sceglie dal vassoio montessoriano il giocattolo che più lo ispira ed entra in un mondo a parte, finché non c’è la merenda a base di frutta. Bucce e scarti diventano il mangime per le galline, che in cambio restituiscono loro le uova, che tornano nel piatto sotto forma di frittata. «In questo modo comprendono la circolarità, laddove un rifiuto non rimane statico ma si trasforma in nutrimento, in un altro processo produttivo», ha commentato ancora la titolare. E il cibo salutare diventa il termine di un circolo virtuoso.

Eppure l’idillio pedagogico nasconde un paradosso burocratico: la struttura di Mariangela Costantino non può ufficialmente fregiarsi di nomi che le sono propri, come “agrinido” e “agriasilo”, ma deve ripiegare su altre soluzioni. La Regione Calabria – come molte altre del Mezzogiorno – manca di un inquadramento amministrativo che permetta alle aziende agricole di accreditarsi come servizi per l’infanzia, anche se ne hanno tutte le ragioni.

Il Decreto Ministeriale 18 dicembre 1975 impone alle realtà outdoor requisiti tecnici pensati per il cemento cittadino il cui adeguamento porterebbe a uno snaturamento dell’architettura rurale. Questa impasse normativa riflette il ritardo dell’ordinamento italiano nel riconoscere l’ambiente naturale come spazio educativo funzionale, a differenza di quanto avvenuto in altri contesti europei dove la carenza di strutture fisiche è stata il motore per istituzionalizzare modelli pedagogici all’aperto

L’esperienza di Mariangela Costantino ha raccontato un bisogno intercettato anzitempo in Danimarca quando, negli anni Cinquanta, a Søllerød, nell’area di Copenhagen, Ella Flatau, insegnante di musica, mise in piedi una scuola itinerante nel bosco, in danese skogsbørnehave, anche per sopperire ai costi delle strutture al chiuso. Ogni giorno Flatau portava i suoi figli e quelli dei vicini a giocare nella natura per responsabilizzarli e soddisfare il bisogno di autonomia che i bambini hanno, se lasciati liberi. Un modello destinato a fare da scuola anche in Scandinavia e in altri Paesi del Nord Europa come la Germania, dove attecchì nel 1993 con il primo – degli oltre 1.500 esistenti oggi – asilo nel bosco.

Il successo dei waldkindergarten tedeschi è dovuto però a una base giuridica solida: l’ottavo libro del codice sociale tedesco (Sozialgesetzbuch – Kinder- und Jugendhilfe, Sgb VIII), che garantisce il diritto del bambino all’educazione, lascia spazio a modelli pedagogici diversi. Un bosco può diventare a tutti gli effetti una classe ammesso che gli educatori seguano precisi protocolli di monitoraggio. In Germania, luce naturale e spazi aperti – tra le altre cose – superano qualitativamente i requisiti previsti dall’edilizia scolastica tradizionale. Lo stesso non si può dire dell’Italia, laddove la gestione delle forme educative alternative è a discrezionalità regionale.

Molte delle realtà che mettono in pratica i precetti dell’educazione outdoor necessitano di autorizzazioni e accreditamenti che soprattutto al Sud tardano ad arrivare. Ecco perché la stima nazionale edita da Pianeta Psr riconosce, al 1° giugno 2022, la presenza di sole 67 strutture, di cui il 55 per cento sono al Nord, il 31 per cento al Centro e solo il 14 per cento al Sud. Un dato che invita a riflettere sugli ostacoli pratici che pesano di più nei contesti con meno risorse e meno reti di supporto.

Il caso de La Piemontesina, a Chivasso in Piemonte, è emblematico. A differenza della Calabria, la regione sabauda è stata tra le prime in Italia a disciplinare i servizi educativi in contesti agricoli. La normativa prevede l’utilizzo di strutture rurali preesistenti per l’accoglienza dei bambini, a patto che vengano garantiti standard igienici che, pur rigorosi, sono adattabili a un’azienda agricola. Ma il successo de La Piemontesina è altresì dovuto alla presenza della Cooperativa sociale “Arcobaleno” a cui è affidata l’intera gestione dei servizi educativi.

«L’aula principale è l’esterno», ha raccontato Daniela Ciaramita, psicologa e coordinatrice educativa del centro. Infatti ognuno dispone di un kit con tutto il necessario per affrontare una giornata fuori, ricambio compreso. Le aule sono invece dedicate al riposo dei bambini dai tredici ai trentasei mesi, a cui è dedicata un’intera sezione, il nido vero e proprio. Nella sezione primavera la fascia d’età è 3-6 anni; quella outdoor coinvolge i bambini che vanno alle elementari. Le iscrizioni sono aperte durante tutto l’anno, compatibilmente con la disponibilità dei posti, che sono quaranta.

Così dalle 8 alle 17 i bambini possono godere degli ottocento metri quadri di giardino di cui dispone la tenuta, dove si trovano angoli costruiti nel tempo dalle maestre. “La grande quercia” è lo spazio dedicato alla lettura, “Il bosco delle acacie” si presta a passeggiate con gli asinelli o trekking che impegnano i bambini durante il centro estivo, aperto nei mesi di giugno, luglio e settembre. Solo quest’anno ha accolto più di novantasette bambini fino ai dodici anni, gestiti dalle educatrici e da alcuni ex agri-bimbi, promossi ad animatori. «D’estate trascorriamo le giornate alle rogge, fiumiciattoli dove si lasciano andare barchette costruite a mano; d’inverno i più piccoli sono protetti dal freddo, i grandi, accompagnati, s’avventurano con un borsone antineve per la campagna non recintata», ha spiegato ancora Ciaramita.

Tra le altre attività proposte, figura anche la mindfulness, forma di meditazione più accessibile per durata e linguaggio utilizzato. È indicata per bambini dai tre anni in su e delle elementari, e a volte viene messa in pratica con le tante scolaresche che arrivano in gita a La Piemontesina.

L’obiettivo dell’agriasilo piemontese, ha specificato ancora Ciaramita, è tenere forti i valori del passato e allo stesso modo adattare gli aspetti educativi a una società in continuo movimento. Affinché quest’esperienza non rimanga un caso isolato, occorre un quadro normativo nazionale. Il rischio è che l’educazione all’aperto, infatti, resti un’opportunità legata alla buona volontà dei singoli o alla diversa velocità delle amministrazioni regionali.

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