
Quello a cui assistiamo oggi in Ucraina è «il futuro della guerra», «un conflitto sempre più unmanned, senza uomini, o comunque pilotato e guidato a distanza». A parlare è David Petraeus, generale dell’Esercito americano in pensione, già comandante dello United States Central Command ai tempi delle guerre in Iraq e Afghanistan, direttore della Central Intelligence Agency tra il 2011 e il 2012. Oggi è partner di KKR e presidente di KKR Global Institute e KKR Middle East. Ha scritto, con lo storico britannico Andrew Roberts, “L’arte della guerra contemporanea. Dalla caduta del Nazismo al conflitto in Ucraina”, pubblicato in Italia da UTET.
Qual è la situazione del conflitto a quattro anni dall’inizio dell’invasione russa?
I combattimenti sono durissimi, lungo il fronte e ogni notte, nelle città ucraine e in profondità nel territorio russo. La Russia attacca infrastrutture civili ucraine – rete elettrica, sistemi di riscaldamento – oltre agli obiettivi militari. L’Ucraina risponde quasi ogni notte colpendo in profondità dentro la Federazione Russa: basi aeree strategiche, raffinerie, depositi e poli dell’industria militare. Ma che cos’è oggi il “fronte”? Non più trincee continue come nei primi due anni di guerra. Sul lato ucraino è fatto di piccoli avamposti: soldati nascosti in seminterrati o in postazioni scavate nel terreno, con coperture rinforzate. Attorno a loro, una sorveglianza onnipresente di droni. È una guerra sempre più senza equipaggio, pilotata e guidata a distanza. Gli ucraini stanno cercando di sostituire i soldati con macchine ovunque possibile. Usano tra 9.000 e 10.000 droni al giorno – da ricognizione, kamikaze, bombardieri, fino ai “mothership” che lanciano altri droni nelle retrovie nemiche. Il 35-40% non rientra: viene abbattuto o è progettato per distruggersi sull’obiettivo. La letalità è tale che la linea del fronte è ormai una “kill zone” che si estende per 10-20 chilometri. Anche a terra i mezzi sono sempre più senza conducente: veicoli telecomandati portano rifornimenti e evacuano feriti; altri montano mitragliatrici, lanciagranate o sistemi posamine. In mare, i droni navali hanno colpito duramente la flotta russa nel Mar Nero, costringendo molte unità a ripiegare nei porti più lontani e danneggiando persino un sottomarino. Parallelamente, è una guerra di guerra elettronica: si tenta di abbattere, disturbare, accecare i sistemi nemici, interferendo con GPS, collegamenti satellitari e reti di comando. Nel 2023 l’Ucraina ha prodotto 3,5 milioni di droni, aggiornandone software e hardware con cadenza rapidissima. Quest’anno punta a 7 milioni, avviando anche joint venture e coproduzioni in Europa. Quando le armi taceranno, potrebbe diventare un vero “arsenale della democrazia” per l’Occidente.
È anche per questo, oltre che per i nostri valori, che dobbiamo sostenere l’Ucraina?
Prima di tutto perché gli ucraini stanno combattendo anche la nostra guerra: stanno fermando un avversario comune, la Russia. Inoltre, non possiamo permettere che un’aggressione tale venga premiata. L’Ucraina non ha fatto altro che incarnare l’incubo di Vladimir Putin: un Paese slavo prospero, democratico, con diritti e un’economia di mercato funzionante, capace di mostrare ai russi un’alternativa possibile. Se Mosca raggiungesse i suoi obiettivi – smilitarizzare l’Ucraina, annettere altro territorio, sostituire Volodymyr Zelensky con un presidente filorusso – non si fermerebbe lì. Dopo potrebbe toccare alla Moldavia, poi a un Paese Nato, magari uno Stato baltico. Fermarla in Ucraina è quindi un imperativo strategico, oltre che morale. Va detto che sia l’Unione europea sia la Nato hanno reagito con crescente determinazione, spinte da due fattori: la pressione del presidente statunitense Donald Trump per maggiori spese europee e la minaccia rappresentata da Putin, che ha più volte definito la dissoluzione dell’Unione Sovietica come la «più grande catastrofe geopolitica» del XX secolo. Questo dice molto della sua visione: ricostruire, per quanto possibile, uno spazio imperiale russo.
Perché noi occidentali, e in particolare europei, abbiamo sottovalutato Putin?
Perché non abbiamo ascoltato con sufficiente attenzione e ne abbiamo sottovalutato la radicalizzazione autoritaria. Dopo la fine dell’Unione Sovietica ci fu un grande sforzo di integrazione: il Consiglio Nato-Russia, canali militari aperti, cooperazione istituzionale. L’idea era coinvolgere la nuova Federazione Russa. Col tempo, però, Putin ha costruito una visione alternativa: un’area d’influenza propria, dall’Unione economica eurasiatica a una rete di alleanze regionali. Nulla di davvero paragonabile all’Unione europea, ma sufficiente a sostenere un progetto revisionista. Il nodo centrale resta l’Ucraina: Putin nega che abbia pieno diritto a esistere come Stato sovrano.
Esistono strumenti – politici, economici, militari – per far cambiare idea a Putin?
Sì, e il punto chiave è la fragilità dell’economia russa. Inflazione alta, rublo debole, crescita stagnante, riserve del fondo sovrano in esaurimento. Le sanzioni europee stanno incidendo, e un ulteriore irrigidimento – soprattutto da parte degli Stati Uniti – potrebbe colpire duramente l’economia di guerra russa, specie riducendo le entrate da gas e petrolio e contrastando la “flotta ombra”. Parallelamente, l’Unione europea ha stanziato risorse molto significative per sostenere bilancio e difesa ucraini. Se a questo si aggiunge un rafforzamento della difesa contro missili e droni – oggi la principale vulnerabilità ucraina – e si mantiene la pressione sul fronte, a un certo punto potrebbe essere Putin ad avere più bisogno di una tregua di quanto ne abbia Kyjiv.
Le garanzie di sicurezza sembrano il nodo irrisolto di ogni ipotesi di cessate il fuoco o di accordo. Che cosa servirebbe davvero?
Servono garanzie ferree. Non necessariamente truppe europee in prima linea – anche se sarebbe il deterrente più forte – ma impegni automatici: se la Russia viola la tregua, scattano sanzioni massicce e un aumento immediato dell’assistenza economica e militare all’Ucraina. Questo renderebbe il costo di una nuova aggressione insostenibile. Va anche riconosciuto che l’Ucraina è oggi all’avanguardia nella guerra del futuro: droni, guerra elettronica, sistemi senza equipaggio. Oggi siamo noi a dover imparare dagli ucraini, non il contrario. Sono molto più avanti nella guerra del futuro – droni, sistemi senza equipaggio, guerra elettronica – e l’Occidente dovrebbe apprendere rapidamente queste lezioni invece di limitarsi a “insegnare”.
Gli Stati Uniti – sotto Trump e dopo – possono ancora svolgere un ruolo nella sicurezza europea e ucraina?
Senza dubbio. Gli Stati Uniti dispongono di capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione – anche spaziali – uniche, fondamentali per verificare eventuali violazioni di un cessate il fuoco. Inoltre, il loro ruolo sarebbe cruciale sia nel garantire assistenza a Kyjiv sia nel rendere credibile il meccanismo sanzionatorio contro Mosca. Quanto alla Nato, gli Stati Uniti restano centrali. È positivo che l’Europa aumenti la spesa per la difesa, anche grazie alla pressione di Trump e alla minaccia russa. Ma Washington spende ancora più di tutti gli alleati messi insieme e in modo migliore. La sfida per l’Europa è evitare frammentazioni e investire nelle capacità davvero decisive: quelle che l’Ucraina sta già dimostrando sul campo, in una guerra che sta ridefinendo il modo stesso di combattere.
Dopo aver lasciato il settore pubblicato per lavorare in quello privato, è cambiato il suo modo di vedere le infrastrutture critiche, a cui ha fatto più volte riferimento?
Non direi. In realtà, l’attenzione alle infrastrutture critiche è sempre stata centrale nella mia esperienza militare. In Afghanistan, ad esempio, i talebani prendevano di mira trasmissioni televisive, produzione e distribuzione elettrica. In Iraq, quando arrivai per guidare il “surge”, la maggior parte dei tralicci dell’alta tensione era stata abbattuta; gli oleodotti che collegavano i giacimenti di Kirkuk alle raffinerie del nord erano stati fatti saltare; ponti su Tigri ed Eufrate distrutti, incluso uno nel centro di Baghdad. L’infrastruttura era un bersaglio sistematico. Ricostruirla era parte integrante della strategia. Rialzammo i tralicci, ripristinammo la rete elettrica aumentando i megawatt disponibili, riparammo oleodotti e raffinerie, riattivammo porti e aeroporti. Avevamo ufficiali con competenze specifiche – esperti di energia, petrolio, reti – richiamati dalla vita civile come riservisti. Monitoravamo ogni progresso. Perché nelle campagne controinsurrezionali – diverse dalla guerra in Ucraina, certo – la sicurezza è solo il primo passo. Durante il “surge” in Iraq riducemmo la violenza di oltre l’85%, con un calo drastico di attentati e vittime civili. Ma una volta migliorata la sicurezza, occorre consolidarla: scuole, mercati, elettricità, acqua. Mostrare alla popolazione che sostenere il governo avrebbe significato una vita migliore. Lo stesso approccio l’avevo già sperimentato ad Haiti, come capo delle operazioni della missione delle Nazioni Unite, e in Bosnia, e poi ancora in Iraq, al Central Command e in Afghanistan. In altre parole, le infrastrutture critiche non sono mai state un tema “nuovo” per me: sono sempre state un elemento decisivo tanto nella guerra quanto nella stabilizzazione post-conflitto.
Quali lezioni di allora valgono anche oggi, nell’era delle minacce ibride e della competizione tra grandi potenze?
C’è una lezione fondamentale. Quando tornai in Iraq per guidare il “surge”, dopo aver contribuito alla revisione del manuale di controinsurrezione dell’esercito americano, sviluppai uno schema di leadership strategica pensato per chi è al vertice di un’organizzazione in guerra. Si articola in quattro compiti. Primo: definire le “grandi idee” giuste. Capire la natura del conflitto, il terreno fisico e umano, le dinamiche etniche, settarie, politiche, e costruire una strategia coerente. Secondo: comunicare efficacemente quelle idee, in profondità e ampiezza, dentro l’organizzazione e verso tutti gli stakeholder: governi, alleati, opinione pubblica. Terzo: sovrintendere all’attuazione. Dare esempio, energia, selezionare le persone giuste, creare l’architettura organizzativa adeguata, misurare i risultati con metriche corrette, adattare riunioni e processi alle priorità strategiche. Quarto: riesaminare e correggere continuamente le grandi idee. Ogni guerra è un processo di apprendimento continuo. Questo schema vale per tutto: per l’Ucraina di Volodymyr Zelensky – che considero un leader strategico molto efficace, straordinario comunicatore, capace di innovare creando persino una forza dedicata ai sistemi senza equipaggio – ma anche per le forme di guerra ibrida condotte dalla Russia nello spazio cognitivo, nel cyberspazio, o in quello fisico con sabotaggi, attacchi a infrastrutture e violazioni dello spazio aereo. Che si tratti di guerra convenzionale ad alta intensità o di minacce ibride, il principio è lo stesso: avere le idee giuste, comunicarle, attuarle, adattarle. Nel surge iracheno, per esempio, il vero cambiamento non fu solo l’aumento delle truppe, ma la modifica della strategia: da “clear and leave” a “clear, hold, build and transition”. Fu una “surge di idee” prima ancora che di forze. È lo schema che applicato anche nel libro scritto con Andrew Roberts, dove analizziamo i conflitti dal 1945 a Gaza proprio attraverso questa lente. E, per inciso, lo stesso modello vale anche nel settore privato: che si tratti di guerra o di competizione economica, la leadership strategica segue dinamiche sorprendentemente simili.