In Italia si possono fare molti soldi con gli ulivi, ma chi l’ha detto che lo scopo di un’azienda sia fare molti soldi? Come se questo possa essere un fine di per sé. Certo, la sostenibilità economica, ma molti soldi che significa? E soprattutto perché dovrebbe essere un tema? Quand’è che abbiamo deciso che fare impresa avesse come scopo unico il numerino in fondo all’Excel, dimenticando responsabilità sociale, cura per l’ambiente, creazione di valore e di lavoro, il ruolo dell’agricoltura per il territorio e l’importanza dei servizi ecosistemici?
Quand’è che abbiamo affidato alla sola finanza il ruolo di bilancia delle scelte di un progetto? È innegabile, per chiunque ne gestisca una: fare impresa è difficile, più semplice affidarsi ad alchimie contabili e alla forza della leva finanziaria, dove alla disponibilità di risorse enormi fa spesso da contraltare la possibilità di marginalità irrisorie.
Questo principio, però, trascina tutto via con sé, come una slavina: se compro denaro (che per tanti imprenditori in agricoltura è inaccessibile) a un certo costo, spesso molto basso, fintanto che produco anche solo l’un per cento in più, l’azienda va bene.
Colpisce molto il titolo dell’articolo pubblicato il 31 gennaio dal Post, a firma di Francesco Gaeta, che sembra raccontare il futuro dell’olivicoltura italiana e la cui chiusura suona davvero apocalittica: «Negli ultimi vent’anni molti marchi storici dell’olio sono passati di mano, nei prossimi anni potrebbe accadere lo stesso con i terreni», come se quei terreni avessero “vissuto” da soli, senza qualcuno che per decenni si è speso per la loro cura, garantendone così la creazione di valore.
Sono anni che diciamo che le operazioni di valorizzazione dovrebbero avere come fine ultimo l’apprezzamento fondiario perché è l’unico strumento capace di dare anche ai più piccoli un patrimonio sufficiente come sottostante a operazioni più ambiziose. Se togliamo la terra a chi ancora la presidia, allora la diaspora che vediamo nelle aree interne non avrà più alcuna possibilità di essere arginata.
Tutto l’articolo è percorso da una vibrazione unica, al problema del calo di occupati e del calo di produzione dell’olivicoltura tradizionale rispondiamo con una sola idea e due azioni: riducendo ulteriormente la manodopera e aumentando i volumi.
I due Moloch di una certa idea di mondo: le economie di scala e la svalutazione delle persone (o del lavoro, ma è la stessa cosa). E nessuno che parla di valore aggiunto.
In Spagna questo modello considerato innovativo già negli anni Ottanta non sta funzionando: anche se le ultime due campagne olearie hanno fatto aumentare un po’ il prezzo del loro extravergine d’oliva sui mercati a causa di un problema di volumi (dovuto a un mix di fattori, se ne trova traccia nei siti di settore che guardano ai dati di economia agraria), veniamo da vent’anni in cui l’extravergine spagnolo per sovrapproduzione costava come il vergine o addirittura il lampante. Ma è così, se non ragioni sull’impresa nel suo complesso, ma guardi solo a quel numerino in fondo all’Excel, non ti importa di null’altro, uno vale uno, e se uno vale uno, niente vale davvero qualcosa.
L’intensivo e il superintensivo non sono, di per sé, la soluzione ai limiti del comparto. Quello che manca è una visione d’insieme capace di superare il falso conflitto tra due miti opposti: da un lato il turbo-capitale, dall’altro il micro-artigianale.
Restare piccoli significa preservare biodiversità e identità, ma spesso non avere la forza di investire, né le competenze e le risorse per accogliere innovazione e tecnologia. Inseguire solo la scala, invece, garantisce efficienza e margini, ma tende a standardizzare tutto. Quando un prodotto diventa una commodity, insieme a lui rischiano di diventarlo anche le persone: il loro lavoro, il loro tempo, la loro vita.
Polarizzarsi non serve, bisogna cercare mediazioni e soluzioni nuove. Un buon punto di partenza è abbandonare i falsi miti: in Italia non si è mai fatto il miglior olio del mondo, che è un assurdo concettuale di per sé, perché non esiste il concetto di migliore quando entrano in gioco le preferenze personali; la grandezza della nostra produzione nazionale sta nella sua varietà, conseguenza diretta della nostra biodiversità, a sua volta derivato dalla conformazione del nostro Paese.
La Natura non accetta la concentrazione, ma fiorisce nell’eterogeneità. Pensiamo al lavoro incredibile fatto in viticoltura negli ultimi decenni per superare il modello delle barbatelle da vivaio e allo sforzo di ricostruire vigneti con un mix genetico che protegge le piante dagli infestanti, o al capolavoro dei campi di grani evolutivi, dove è il mix di semi che rende il campo più resistente, e quindi meno costoso da lavorare, dando alla fine una farina più profumata, più gustosa ma anche più nutriente e con meno problemi legati all’eccesso di glutine.
Ed è lì che possiamo trovare la soluzione, imparare dalla natura ed espandere quel concetto di mix colturale a un approccio sfaccettato al problema. Non una ricetta unica ma un insieme di ipotesi ed esperimenti che tutti assieme puntano allo stesso obiettivo.
Sono convinto, perciò, che per l’olio italiano serva una visione che possa accogliere spinte molto differenti che non necessariamente sono in contrasto fra di loro se ci rendiamo conto che hanno lo stesso fine, anche se vengono da culture e visioni spesso agli antipodi. Un ambiente produttivo, economico, ma anche culturale in cui ci sia la disponibilità di risorse per sostenere innovazione e competitività, ma anche l’attenzione e la cura che richiedono i percorsi fortemente identitari e quindi ad alto valore aggiunto.
Io non so come si fa, ma so che dalle divisioni non è mai venuta crescita sostenibile e duratura, e che dai conflitti spesso ne sono usciti sconfitti quelli che ci erano entrati meno attrezzati. Siamo costantemente in contatto con agricoltori e trasformatori piccoli o medi che lamentano la difficoltà di accesso al credito, o anche alla finanza agevolata, e quindi l’impossibilità di progettazione a medio termine. In quell’articolo invece pare che il tema quasi non sussista, perché difatti oggi è così, è più facile costruire e finanziare un mega progetto a bassissimo valore aggiunto ma dal grandissimo volume, invece che pensare di poter distribuire quegli stessi fondi su cinque-dieci-venti progetti magari più piccoli ma dove altri valori potrebbero creare margini migliori, non dalla riduzione dei costi ma dall’incremento del percepito.
Siamo in un momento di crisi, e come l’etimo suggerisce siamo costretti a rispondere con delle scelte.
Noi non condividiamo chi vuole farci credere che esista una sola soluzione, riducendo i nostri uliveti – parte integrante del paesaggio italiano e patrimonio immateriale – a deserti privi di biodiversità, come quelli mostrati nell’articolo del Post. L’agricoltura e le persone che vi lavorano, contribuiscono ogni giorno a salvaguardare e curare prima ancora che gli uliveti e l’olio la materia prima che il mondo più di tutte ci invidia e su cui abbiamo costruito il miracolo del made in Italy: la bellezza del nostro Paese.