Keir Starmer ha passato la nottata, per ora. Il premier del Regno Unito ha retto all’ammutinamento di una parte del partito laburista che sognava un nuovo leader al numero 10 di Downing Street, dopo soli 18 mesi al governo. E lo ha fatto dicendo ai suoi: dopo di me, aspettatevi il diluvio populista di Farage.
La miccia della crisi politica durata qualche giorno è stata una decisione presa da Starmer all’inizio del mandato, esplosa a scoppio ritardato: la nomina di Peter Mandelson come ambasciatore a Washington, nonostante i suoi rapporti di lunga data con Jeffrey Epstein, il finanziere traffichino statunitense morto in carcere nel 2019.
A fine gennaio, la pubblicazione di nuovi documenti giudiziari negli Stati Uniti ha chiarito alla stampa britannica che Mandelson aveva continuato a intrattenere rapporti stretti e regolari con Epstein anche dopo la sua condanna per reati sessuali e traffico di minori. Le carte mostrano uno scambio di email riservate avvenuto mentre Mandelson ricopriva incarichi di governo tra il 2009 e 2010 nelle quali Epstein appare informato su decisioni politiche ed economiche prima che diventassero pubbliche, come il piano di salvataggio europeo da 500 miliardi di euro durante la crisi dell’eurozona.
Starmer aveva già fatto dimettere Mandelson a settembre, parlando di «nuovi elementi» incompatibili con il ruolo. Ma la pubblicazione integrale delle email ha fatto crollare la linea difensiva basata sull’incompletezza delle informazioni. Il premier laburista ha fatto quello che si fa in questi casi: trovare il caprio espiatorio. A farne le spese è stato Morgan McSweeney, capo di gabinetto, che si è assunto la responsabilità politica della nomina. Poco dopo è stato il turno di Tim Allan, direttore della comunicazione di Downing Street, legato da rapporti personali e professionali di lunga data a Mandelson. Due vittime politiche bastano per una stagione di “The tick of it”, la più bella serie tv sulla politica britannica, figuriamoci per la realtà.
Il punto più vicino alla rottura è arrivato quando Anas Sarwar, leader del Labour scozzese, il partito gemello di quello inglese, perché il Regno Unito non è un regno così unito, ha evocato apertamente le dimissioni di Starmer, rompendo un tabù che fino a quel momento era rimasto confinato ai corridoi di Westminster. Nel vuoto creatosi in quelle ore, l’attenzione si è spostata su Andy Burnham, il sindaco di Manchester e della sua gigantesca area metropolitana, che molti considerano ancora l’alternativa più credibile a Starmer.
Burnham ha scelto di non approfittarne, ma solo perché il National Executive Committee gli ha impedito di candidarsi come deputato nel collegio uninominale di Gorton and Denton (a Manchester, dove avrebbe stravinto), rimasto vacante dopo il ritiro per motivi di salute del deputato uscente Andrew Gwynne. La motivazione ufficiale è che se Burnham fosse diventato deputato avrebbe ovviamente dovuto dimettersi da sindaco, costringendo il Labour a indire una costosa elezione suppletiva per trovare il suo sostituto a Manchester; la vera motivazione è che Starmer ha ancora una presa sul suo partito, nonostante le critiche interne ed esterne.
La vicepremier Angela Rayner, il cancelliere Rachel Reeves, il ministro degli Esteri David Lammy, il segretario alla Difesa John Healey e gran parte del gabinetto hanno diffuso dichiarazioni pubbliche di sostegno a Starmer. Burnham ha fatto marcia indietro sostenendo anche lui il premier, aspettando comodamente la prossima occasione, quando scadrà il suo mandato nel 2028, o forse prima.
Siccome Starmer prima di essere un politico è un avvocato, non ha rotto apertamente con Sarwar, capendo che la sua uscita improvvida è frutto dei pessimi sondaggi che lo danno indietrissimo rispetto allo Scottish National Party alle prossime elezioni scozzesi di maggio. Se Sarwar vincerà, Starmer apparirà come il grande leader pacificatore, se perderà, il premier si sarà liberato di un altro ostacolo nel partito.
Con la solita retorica churchilliana, un po’ militare, un po’ epica, che influenza i premier inglesi di qualsiasi schieramento politico, Starmer ha detto in un comizio in Hertfordshire: «Non mi allontanerò mai dal mandato che mi è stato affidato per cambiare questo Paese, non mi allontanerò mai dalle persone per cui sono incaricato di combattere, non mi allontanerò mai dal Paese che amo». Tradotto dal politichese: niente dimissioni, nessun congresso anticipato, si continua con le tante riforme di questo anno e mezzo, sperando che qualcosa vada per il verso giusto. Perché oggi, se il Parlamento venisse sciolto, metà dei deputati Labour andrebbe a casa e ricomincerebbe il solito digiuno dal potere.
Guardando la linea temporale dei governi britannici del dopoguerra, la posizione di Starmer appare comprensibile. Dal 1945 a oggi il Labour ha governato per poco più di trent’anni, e prima della vittoria del 2024, il partito è rimasto all’opposizione per quattordici anni consecutivi. Una era geologica. Perché dimettersi dopo così poco tempo, vista la fatica per ritornare a Downing Street?
I critici imputano a Starmer di aver avuto un atteggiamento compassato e fin troppo prudente, e forse hanno ragione, ma in un anno e mezzo al governo, il premier laburista ha approvato riforme importanti, anche se poco appariscenti. Ha rafforzato la contrattazione collettiva, limitando i contratti zero-hours, accelerando le tutele contro i licenziamenti ingiustificati. Ha avviato anche una revisione del sistema di pianificazione urbanistica per aumentare l’offerta di case, scontrandosi però con resistenze locali e con risultati ancora modesti nei numeri. Ha istituito il National Wealth Fund per co-investire con il settore privato e rafforzato i poteri della Competition and Markets Authority contro gli abusi di mercato.
In politica estera, il premier ha ricostruito rapporti con l’Unione europea, rafforzato il sostegno all’Ucraina e riallineato il Regno Unito su coordinate atlantiche tradizionali: risultati apprezzati sul piano diplomatico, ma con scarso ritorno elettorale interno. Non è poco, ma forse è troppo poco per come è messa l’economia britannica, col freno a mano tirato da quando la Brexit è diventata realtà.
Sull’immigrazione, Starmer ha smantellato il disumano piano Ruanda, rafforzando accordi con i Paesi di origine e transito e aumentando i rimpatri. Ma gli sbarchi irregolari non sono diminuiti in modo evidente, lasciando una prateria politica a Nigel Farage e al suo Reform Uk.
Economia e immigrazione sono i due cavalli di battaglia che hanno portato il partito di Farage al 29% nei sondaggi, ma ricordiamoci che il leader populista è lo stesso che nel 2016 prometteva il paradiso dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. E anche oggi propone un’offerta politica brutalmente semplice: controllo dei confini, tagli fiscali visibili. I qualunquisti inglesi in questo senso non sono così diversi da quelli italiani: vogliono tutto e subito, o almeno che la situazione sembri meno peggiore di quello che la realtà impone.
Con il Labour sotto il 20 per cento e i Conservatori poco distanti, Farage potrebbe conquistare oggi molti seggi grazie al sistema elettorale britannico, basato su collegi uninominali in cui vince semplicemente chi arriva primo. In un sistema con due partiti forti per gli outsider non c’è storia, ma i Conservatori hanno perso la credibilità dopo aver reso premier tutta la loro classe dirigente, e i laburisti hanno il problema di non avere i superpoteri.
Ecco perché i candidati di Reform UK potrebbero ottenere un voto in più degli avversari nelle aree tradizionalmente conservatrici e nelle ex roccaforti laburiste del nord e delle Midlands, la cosiddetta red wall, dove l’elettorato è socialmente più conservatore e oggi si sente poco rappresentato dai partiti tradizionali.
Il premier inglese sta vivendo una tragedia politica shakespeariana, ma non è Macbeth, divorato dall’ambizione, né Cesare, sordo agli avvertimenti. È Coriolano: un leader tecnicamente solido, con una certa integrità morale, prima di cadere in questo scandalo, arrivato al potere per riparare i danni altrui, che fatica però a muoversi in un’epoca in cui la politica è anche, e soprattutto, rappresentazione. Ha passato la nottata, ma l’alba non garantisce che il giorno sarà stabile.