L’Unione europea sosterrà l’Ucraina con un prestito di novanta miliardi di euro nei prossimi due anni. È il risultato concreto più interessante del Consiglio europeo appena concluso. Il classico bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Perché non sono stati toccati gli asset russi e non è una cifra sufficiente, da sola, a soddisfare il fabbisogno dell’Ucraina in materia di difesa. C’è la sensazione che si tratti di una soluzione di ripiego, arrivata dopo circa sedici ore di colloqui. Ma è anche la dimostrazione di una consapevolezza europea: Kyjiv va aiutata in tutti i modi possibili a difendersi da un’aggressione imperialista e il prestito sarà certamente utile. «Non c’è atto più importante per la difesa europea del sostenere la difesa dell’Ucraina», ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
L’Ucraina combatte per la sua esistenza, per la sua cultura e per la sua identità, ma allo stesso difende la democrazia europea e il mondo libero. Per questo l’Occidente, al netto di un’America trumpizzata e inaffidabile, ha il dovere di stare al fianco dell’Ucraina per tutto il tempo necessario, in ogni modo possibile.
L’Europa, però, continua a muoversi a piccoli passi, impantanata in procedure e vincoli burocratici. In questi quattro anni di guerra, gli ucraini hanno invece imparato a fare di necessità virtù, sviluppando capacità tecnologiche e industriali che prima erano inesistenti o rudimentali. Il conflitto ha accelerato la nascita di un ecosistema della difesa locale, oggi in grado di progettare, produrre e assemblare componenti critici per droni, sistemi di comunicazione e guerra elettronica, oltre a tutti i sistemi d’arma convenzionali indispensabili per la sopravvivenza di uno Stato sotto attacco.
Si tratta di competenze che oggi sostengono la resistenza al fronte, ma che domani potrebbero rivelarsi preziose anche per gli altri Paesi europei, se avranno la lungimiranza di integrare l’industria militare ucraina nelle catene di approvvigionamento del continente.
Anche perché dagli Stati Uniti arrivano segnali sempre più chiari. In futuro potrebbe non esserci più l’ombrello americano su cui gli europei hanno fatto affidamento per decenni, dalla fine della Seconda guerra mondiale e ancor più dopo la Guerra fredda. Washington guarda altrove, come dimostra la vendita record di armi a Taiwan – undici miliardi di dollari – che certifica uno spostamento di priorità strategiche. È un altro indizio del fatto che l’Europa debba accelerare sul fronte dell’autonomia industriale e difensiva.
Al momento, l’unico vero punto di partenza è Kyjiv: l’unico Paese europeo con una conoscenza aggiornata e un know how pratico su cosa significhi affrontare una guerra negli anni Venti del Duemila. Ed è anche l’unica industria della difesa che sta dimostrando una flessibilità sufficiente a compensare carenze di risorse e colli di bottiglia strutturali. In guerra tutti faticano a reperire componenti cruciali, ma l’Ucraina sta imparando a risolvere rapidamente problemi complessi grazie a una filiera sempre più diversificata e a una capacità di ricerca e sviluppo di alto livello.
Negli ultimi due anni l’Ucraina ha imparato a mettere in rete le imprese del settore della difesa. Un network capace di coprire quasi ogni segmento, dall’ottica all’elettronica, passando per i motori, i sistemi di comunicazione, i software e la microelettronica. Nel 2023 è stata lanciata la piattaforma Brave1 – ne avevamo parlato qui – che ha contribuito a moltiplicare per trentacinque la capacità produttiva nazionale. E il margine di crescita resta ampio. «Brave1 sta solo ora entrando nel mercato su larga scala, e il potenziale è enorme», spiegano a Linkiesta dalla piattaforma. A dicembre, a Kyjiv, si è tenuta Brave1 Components, la più grande esposizione di componenti Made in Ukraine, con oltre duecento aziende impegnate in microelettronica, motori, software e sistemi di comunicazione.
Abbiamo già scritto ad esempio di come l’Ucraina in questi anni sia diventata una potenza militare sui droni, sia Uav (veicoli volanti), sia di terra, sia marittimi. Oggi più di duecento produttori ucraini realizzano componenti per sistemi senza pilota, dai controllori di volo alle antenne, dalle batterie ai gimbal. Con l’aumento dei ritmi produttivi e delle commesse militari, reperire materiali critici è diventato più complesso. «La dipendenza da componenti importati è stata reale, soprattutto per quanto riguarda la Cina, che ha costruito una capacità manifatturiera senza eguali in questo settore», spiegano ancora da Brave1. «Ma oggi non è più il fattore determinante del conflitto».
La criticità principale riguarda piuttosto la possibilità di scalare rapidamente la produzione, ridurre i costi unitari e garantire investimenti di capitale a lungo termine. I veri colli di bottiglia non stanno negli assemblaggi finali, ma nei componenti deep-tech più a monte della catena: sensori di immagini, microchip e micro-componenti come i magneti ad alte prestazioni per motori elettrici, ancora fortemente dipendenti dalle importazioni. Tuttavia, «ciò che un tempo appariva come una vulnerabilità strutturale si sta trasformando in un’area di crescita strategica», dicono da Brave1.
Secondo i referenti del cluster ucraino, i principali ostacoli da superare sono formazione ingegneristica, accesso a capitali per scale-up e startup, e politiche fiscali prevedibili. Rimuovere queste barriere trasformerebbe la crescente capacità ucraina da opportunità locale a pilastro strategico europeo. «L’Ucraina è già sulla buona strada per sostituire i componenti cinesi nelle catene critiche, non solo per le proprie esigenze di difesa, ma sempre più anche per l’industria europea», concludono da Brave1.
Gli alleati europei hanno le risorse per aiutare Kyjiv a compiere l’ultimo salto. Gli aiuti economici e militari dovrebbero andare in questa direzione, non per una questione di solidarietà nazionale, ma di interesse strategico comune. Se l’Europa vuole garantirsi sicurezza e autonomia, deve integrare l’industria della difesa ucraina nelle proprie filiere. Lo ha ribadito il primo ministro polacco Donald Tusk alla vigilia del Consiglio europeo: «Abbiamo una scelta semplice: o soldi oggi o sangue domani. E non parlo solo dell’Ucraina, parlo dell’Europa».
L’Ucraina è l’unica che può offrire all’Europa ciò di cui ha urgente bisogno: una base di componenti affidabile, comprovata in combattimento e politicamente sicura, prodotta vicino all’utilizzatore finale e allineata agli interessi di sicurezza degli alleati. La guerra ha innescato un circolo virtuoso. Dalla necessità di difendersi, l’Ucraina ha costruito una rete industriale e tecnologica moderna, reattiva e competitiva, che oggi può diventare un partner strategico per l’Europa e un modello per chi vuole ridurre la dipendenza da fornitori esterni.