Prudenza calcolataLe tre ragioni per cui la Cina evita lo scontro nella guerra tra Stati Uniti e Iran

I raid statunitensi sulle rotte del greggio iraniano mettono sotto pressione le forniture a basso costo su cui Pechino ha costruito parte della propria strategia energetica. Ma gli interessi cinesi nel Golfo sono più importanti del destino di Teheran

LaPresse

Gli Stati Uniti hanno colpito due snodi chiave delle forniture di petrolio a basso costo su cui la Cina aveva costruito parte della propria strategia energetica, ma la reazione di Pechino è rimasta quella di sempre: prudente e composta. Eppure il Venezuela di Nicolás Maduro forniva volumi limitati, ma utili, soprattutto alle raffinerie indipendenti; e la Cina acquista a prezzi fortemente scontati oltre l’80 per cento delle esportazioni petrolifere di Teheran. Per il primo importatore mondiale di petrolio è quantomeno un piccolo stress sulle forniture a basso costo che negli ultimi anni hanno contribuito a proteggere i margini dell’industria energetica e manifatturiera. 

L’Iran non è proprio un partner economico secondario: nel 2025 è stato tra i primi tre fornitori di greggio di Pechino; rappresenta circa il 13,4 per cento delle importazioni cinesi via mare, con carichi che partono dall’isola iraniana di Kharg e vengono registrati come provenienti da altri Paesi per aggirare le sanzioni statunitensi. In cambio Teheran ha ottenuto tecnologia per la sorveglianza digitale e il controllo di internet, strumenti utilizzati anche per reprimere le proteste interne. Pechino ha sostenuto l’ingresso dell’Iran nella Shanghai Cooperation Organization nel 2023 e nei BRICS nel 2024, contribuendo a ridurne l’isolamento politico. 

Perché allora la Cina sembra quasi non aver subìto il contraccolpo, limitandosi a dichiarazioni di principio sulla sovranità e una timida richiesta di cessate il fuoco? Tra tante, sono almeno tre le ragioni. La prima è che la Cina non è la Russia: non ha costruito la propria credibilità politica sulla promessa di protezione militare ai regimi amici, né sulla capacità di intervenire nei conflitti regionali come garante armato. La sua forza si fonda sull’economia, sul commercio, sul credito e sulle catene del valore. 

Tutta la paranoia militare cinese è proiettata solo su due fronti: evitare una invasione straniera (come avvenuto da occidente dopo la rivolta dei Boxer, e da oriente con l’invasione giapponese della Manciura nel 1931) e riconquistare prima o poi Taiwan, l’isola di fronte alle coste della provincia cinese del Fujian, dove nel 1949 si rifugiò il governo nazionalista sconfitto da Mao Zedong alla fine della guerra civile cinese. Il resto del mondo è visto da Pechino come un grande mercato da cui estrarre risorse, energia e consenso politico, un terreno su cui espandere influenza economica e tecnologica, anche in modo spregiudicato, ma senza assumersi gli oneri e i rischi di una vera protezione militare dei partner.

La seconda ragione della prudenza è che Pechino vuole prima capire dove porterà l’escalation, evitando di esporsi mentre la situazione è ancora fluida. Il pensiero immediato è contenere i rischi più urgenti, soprattutto nello Stretto di Hormuz: il corridoio marittimo largo poco più di trenta chilometri nel suo punto più stretto che collega il Golfo Persico al Mare Arabico e quindi all’Oceano Indiano. È un passaggio obbligato per le petroliere che esportano verso l’Asia il greggio di Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Iran. Da lì transita circa il 20 per cento del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas naturale liquefatto globale. Per la Cina, quasi la metà del greggio importato attraversa quel collo di bottiglia.

Con lo Stretto chiuso per più giorni e cinque navi colpite da attacchi iraniani, il prezzo del Brent il principale riferimento internazionale del petrolio, è salito oltre gli 82 dollari al barile, il livello più alto da luglio 2024. Mentre i prezzi del gas europeo sono aumentati di circa il 40 per cento in due giorni. Questo è il vero nodo per l’economia cinese.  E non a caso è il punto su cui Pechino ha usato parole più dure e inusuali, dicendo di voler adottare «misure necessarie» per garantire la sicurezza energetica, mentre trader e compagnie statali valutano piani di emergenza, inclusa una maggiore produzione domestica e la gestione delle scorte strategiche.

Il destino politico degli ayatollah è secondario perché la Cina non ha bisogno dell’Iran quanto l’Iran ha bisogno della Cina. Sono due autocrazie che giocano campionati diversi: per Teheran, Pechino è una ancora di salvezza. Per la Cina l’Iran è un tassello in un mosaico molto più ampio. Arabia Saudita, Iraq ed Emirati Arabi Uniti coprono una quota altrettanto rilevante delle importazioni energetiche cinesi e ospitano investimenti, infrastrutture e comunità di lavoratori che superano per valore e volume quelli concentrati in Iran. Le relazioni economiche più solide di Pechino nel Golfo sono con Paesi che restano partner e alleati degli Stati Uniti. In passato la Cina ha mostrato irritazione per attacchi iraniani contro infrastrutture negli Emirati e in Arabia Saudita, dove ha interessi diretti. 

Inoltre le promesse di investimenti cinesi su larga scala in Iran, sbandierate negli anni come prova di un’alleanza strategica, sono rimaste in larga parte sulla carta. Poi se a Teheran dovesse emergere un nuovo assetto politico e si aprisse una fase di allentamento delle sanzioni, sarebbe un’altra storia. Le aziende cinesi sarebbero pronte a rientrare nella ricostruzione, senza aver pagato il prezzo della guerra. Infine la Cina non ha alcun interesse a un Iran dotato di armi nucleari, che potrebbe innescare una corsa regionale con ricadute anche in Asia orientale, dove Giappone e Corea del Sud osservano attentamente il precedente.

La speranza cinese è nel medio periodo. Se Donald Trump dovesse impantanarsi in Medio Oriente come accadde ai suoi predecessori in Iraq e Afghanistan, la competizione nell’Indo-Pacifico, e su Taiwan, potrebbe rallentare. Oggi una buona parte delle unità navali operative della US Navy è concentrato nell’area mediorientale e questo fa preoccupare non poco Giappone e Corea del Sud. La scommessa di Trump è quella di risolvere velocemente la questione iraniana per poi proiettarsi nel dossier Taiwan e far capire l’antifona alla Cina nel prossimo incontro bilaterale che si terrà a Pechino il 31 marzo o il 2 aprile. Ma quando si scende in campo, giocano anche gli avversari, e non è detto che tutto vada secondo i piani del presidente degli Stati Uniti; ammesso che abbia un piano. 

La terza ragione della prudenza cinese, non meno importante in questo momento, è che Xi Jinping è in altre faccende affaccendato. Domani si aprirà l’annuale Assemblea nazionale del popolo che dovrà approvare il 15° Piano quinquennale 2026-2030, il documento che guiderà l’economia cinese nel prossimo lustro. Per Xi è un passaggio «cruciale» per raggiungere l’obiettivo della modernizzazione socialista entro il 2035, come ha detto durante la recente riunione del Politburo. Per far capire ai suoi compagni di partito che non sta scherzando, ha rimosso preventivamente nove ufficiali dall’Assemblea nazionale, sempre con la motivazione di voler combattere la corruzione, dopo aver epurato qualche settimana fa diversi vertici della catena di comando militare.

Il messaggio è chiaro: più investimenti pubblici, politica monetaria flessibile e accelerazione su tecnologia avanzata, semiconduttori, intelligenza artificiale e industria ad alto valore aggiunto. Facile a dirsi, difficile a farsi con la situazione attuale dell’economia cinese. Nel 2025 formalmente la Cina ha raggiunto una crescita «intorno al 5 per cento», ma sotto la superficie restano diversi problemi: il settore immobiliare, che per anni è stato uno dei motori della crescita, ha perso centinaia di migliaia di posti di lavoro e i prezzi delle case restano circa il 20 per cento sotto i livelli del 2021. La disoccupazione giovanile è oltre il 16 per cento, i consumi interni sono ancora deboli e il maestoso surplus commerciale record è trainato quasi esclusivamente dalle esportazioni industriali. I consumi delle famiglie rappresentano appena il 40 per cento del Pil, molto meno rispetto agli standard delle economie avanzate. Il governo dovrà trovare un equilibrio tra sostegno all’industria e rilancio della domanda interna, senza creare nuove bolle. 

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