
L’ultima volta che l’abbiamo fatto era il 2005, dice l’incipit della storia di copertina del New York Magazine, ed era tutto più facile: un blogger di Gawker guadagnava trentamila dollari l’anno, l’amministratore delegato di Lehman Brothers più di trentacinque milioni. Poi ci torniamo, a quest’incipit.
La cosa che hanno fatto questa settimana e avevano fatto ventun anni fa è andare a vedere quanto guadagnino i newyorkesi. Sessanta residenti che, con garanzia d’anonimato ma con identità professionali assai dettagliate, espongono in dettaglio le loro entrate. Si chiamavano inchieste, prima che questa parola si slabbrasse grazie all’uso disinvolto che ne fa il giornalismo degli screenshot.
Era tutto diverso, scrivono loro, e a me viene in mente che quelli erano più o meno gli anni in cui mi ero baloccata con l’idea di trasferirmi a Londra. E che la ragione principale per cui non l’ho fatto è che ho pensato: ma ho trent’anni, dove vado, fuori dall’Italia sono un relitto, mica una brillante promessa.
Mi è venuto in mente perché riportano il virgolettato d’una tiktoker preoccupata: «Diventerò una influencer quarantenne che posta gli outfit?». Non vorrei sembrare una che non ritiene ridicolo fotografarsi, ma sono intenerita dalla sterminata giovinezza che traspare dall’idea che quarant’anni siano un’età da persone serie, nel mondo in cui i sessantenni bisticciano su Twitter (o come si chiama ora) e i cinquantenni li mantengono i genitori.
Era tutto diverso, e lo si vede in molti punti. Il paparazzo che dice che quando ha cominciato, negli anni Ottanta, prendeva anche cinquemila dollari se un giornale usava una sua foto. Adesso, tra gli ottanta centesimi e i quattro dollari, «magari diciotto se è un quotidiano nazionale».
L’attore che dice che ora pagano quelli con un nome e una carriera le cifre che una volta davano agli oscuri esordienti.
La cercatrice di fidanzati e fidanzate che prende tra i trentamila e i sessantamila dollari per sei mesi a proporti anime gemelle (vi ricordate quando si rimorchiava nei bar? Quando gli amici avevano qualcuno da presentarti? Come sono lieta d’essere stata in stato di aspettative ormonali nel secolo giusto).
La stylist che si lamenta dei suoi trecentosessantamila l’anno, ma nel mondo di prima si sarebbe dovuta trovare un lavoro vero, ché la gente che stava sotto i riflettori aveva uno straccio di gusto (te lo vedi David Bowie che si fa dire cosa mettersi da qualcuno pagato da un marchio di moda per suggerirlo a cantanti e attori? Prima che mi scriviate offesi, gerarchi della dittatura degli stylist, non vi sto accusando di corruzione: è un virgolettato dell’articolo, «Ci sono modi di aumentare il fatturato, a volte uno stilista ti dà qualche migliaio di dollari per mettere ai tuoi clienti i suoi vestiti»).
Era tutto diverso, e quindi eccomi qui a trascrivere quasi per intero l’edicolante. «Un quotidiano costava sei centesimi quando ho aperto nel 1967, ma non ne tengo uno da sette anni. Mica si fanno i soldi di prima. D’estate vendo molte bottigliette d’acqua. Le gomme da masticare, a due dollari e mezzo. Certi giorni non arrivo a dieci dollari d’incasso, eppure sono qui. Ti ci abitui, c’è sempre qualcuno che si ferma a chiacchierare. Per la licenza pago mille e settantasei dollari l’anno, e sono fortunato se ne faccio quattromila. Gli amici mi aiutano con le bollette e l’assicurazione, col sussidio di povertà pago l’affitto. È molto economico, 280 dollari al mese a Hell’s Kitchen».
Ogni tanto ci diciamo, con chi ha figli, che la cosa più impossibile da spiegare oggi non è che il porno fosse a pagamento, non è che i dischi fossero a pagamento, non è che al cinema si potesse restare a rivedere il film appena finito senza ripagare il biglietto, non è che i genitori fumassero coi finestrini chiusi quando i bambini erano sul sedile posteriore: è che vivevamo in edicola. Le edicole erano il negozio più amato, erano l’oblò da cui guardavamo il mondo.
Le sessanta schede sono molto divertenti, ma l’introduzione mi è cara perché mi dà ragione. Tutti possiamo essere sostituiti dall’intelligenza artificiale, dice l’articolo (che è firmato da undici giornalisti), ma non la signora che viene a casa a spidocchiarti i figli, una georgiana che ha lasciato la figlia di otto anni nel Caucaso per spidocchiare i newyorkesi e che guadagna settantacinquemila meritati dollari l’anno, mance comprese.
Mi dà ragione perché io da anni racconto, a tutte le amiche con figli, della rammendatrice che per riparare i cashmere di Prada con cui pasteggiano le tarme prende cifre con cui potrei comprarmi golfini nuovi, non ha il registratore di cassa e fa quattro mesi di vacanza. Non fate fare l’università ai vostri figli, fateli imparare a rammendare, predico. Ce ne fosse una che mi ascolta: neanche da vecchia avrò i rammendi gratuiti.
Il lodo rammendatrice si può applicare, dei newyorkesi di quest’elenco, al dentista da un milione e duecentomila dollari l’anno, che specifica che lui lavora quattro giorni l’anno e ogni mese fa dieci giorni di vacanza: un ritmo lavorativo che sarebbe rilassato persino per un bolognese.
Certe schede vorrei fossero più lunghe, per esempio: la tizia che fa trecentomila dollari, duecentonovantaduemila dei quali come agente immobiliare, perché mai insegna barré (una ginnastica di cui ho pure preso qualche lezione – sì, sembravo l’ippopotamo di “Fantasia” – ma che non so comunque spiegarvi) per ottomila miserabili dollari l’anno? È per il principio di non pagare per tenersi in forma ma farsi invece pagare?
E l’addetta stampa (totale annuale: 462mila, cioè 924mila meno le spese) che guadagna coi clienti da venticinquemila dollari ma ne tiene anche un po’ da cinquemila per non far vedere che rappresenta solo bianchi, e perché comunque «di quanti Love di Cartier puoi aver bisogno?» (è un bracciale da ottomila e spicci euro).
Quello che porta a passeggio i cani fa novantaduemila dollari l’anno, che mi sembra pochissimo considerata la tariffa di quaranta dollari l’ora: tutti i proprietari che conosco, nonostante le tariffe di Milano siano immagino inferiori, danno ai badanti dei loro cani cifre superiori a quelle che danno allo psicanalista. E infatti quando è il turno di dire i suoi guadagni a un portiere dell’Upper East Side, quello dice che la cosa con cui fatica di più è stare tutto il giorno in mezzo a inquilini che sono molto più ricchi di lui: «Vedo gente che fa portare a passeggio il cane tre volte al giorno, e ogni volta saranno 50 dollari».
Chi è il più sostituibile da un robot, il cuoco privato da 250mila l’anno (vi fareste cucinare da un non umano?), il cardiochirurgo da 670mila (al robot non trema mai la mano), o quello che viene ad ammazzare i ratti e gli scarafaggi (145mila)?
Interessante il dettaglio dei guadagni della mignotta (scusate: sex worker) che ne fa 104mila tassabili (finalmente ho capito cosa significhi «escort»: mignotta tassata), e centosessantamila dai contanti che le lasciano sul comodino.
Le disparità sociali (quella cosa che la sinistra americanizzata considera antiquato considerare) sono la ragione per cui, pur non avendo Di Maio a tutelare i suoi diritti, il fattorino che porta le pizze ai newyorkesi fa settantacinquemila dollari l’anno: chissà se anche quelli che ordinano lì si chiedono ogni volta, come me, se non stiano dando la mancia a uno che è più benestante di loro.
Ed entrano in gioco nel riassuntino dei guadagni dello psicanalista, che dice che si regola in base ai mezzi del paziente: ad alcuni emette parcelle di 35 dollari l’ora, ad altri di 450. Se la cavicchia (325mila dollari l’anno), ma non so come dirgli che la sua illusione di, in quanto psicanalista, sapere se gli mentono sul denaro è appunto un’illusione. Sono certa certissima che abbia pazienti che pagano 35 e potrebbero pagare 450 ma pure 500.
L’interior designer da un milione e mezzo l’anno trasecola che i prezzi dell’arredamento siano triplicati, e avrà pure degli sconti essendo del settore: io l’anno scorso volevo cambiare la fodera allo Strips di Cini Boeri e costava poco meno che ricomprare il divano.
Chi verrà sostituito prima dall’intelligenza artificiale? L’autore che ha avuto un libro in classifica e tuttavia guadagna quarantanovemila miserabili dollari e si lamenta non dell’anticipo della casa editrice (30mila) ma del fatto che, coi suoi 800mila follower, prima per una sponsorizzata su Instagram gli davano diecimila dollari e ora 500? O l’altro autore che si è arreso a fare il ghostwriter, senza neanche firmare perché così la tariffa è più alta, e dai substack e dai libri degli altri prende 162mila settecentosessantotto dollari, e dalle cose che firma solo duemila?
«Se il marchio mi piace, chiedo meno della mia tariffa, che di solito è tra i cinque e gli ottomila», dice l’influencer da trecentoventimila l’anno, e io mi ricordo improvvisamente di quando avevo visto un regista sofisticato fare quel che ormai fanno tutti: la promozione del film con ogni possibile tiktoker. Avevo chiesto quanto costasse quella baracconata, e mi avevano spiegato che era gratis: i tiktoker sono convinti che apparire col regista che piace alla gente che piace li posizioni «alti».
Dei centosettantamila dollari del gallerista, quanti sono dal suo Richard Gere? (Per me gallerista a Manhattan è Laetitia Casta, che in “Arbitrage” voleva fare l’intenditrice d’arte ma nessuno le comprava i quadri e quindi provvedeva l’amante ricco Richard Gere. Finiva malissimo).
La tizia che guadagna cinquantaquattromila dollari come supplente e cinquantacinquemila come madre surrogata è il soggetto d’un film che spero qualcuno stia già scrivendo, e scommetto che darà la stura a più moralismi di quella che ha lasciato la bambina in Georgia per venire a spidocchiare i figli dei ricchi.
Tutto è cambiato da quando i due estremi del guadagno erano lo sfigato blogger di Gawker (che è intanto fallito) e il crapulone di Lehman Brothers (che pure è intanto fallita), e io vorrei vedere un’inchiesta italiana in cui tutti noialtri poco ricchi svelassimo i guadagni del 2003 (gli ultimi contratti fatti con la lira) e quelli di ora.
Nel frattempo leggo che un dj a Manhattan prende per una serata dai 500 ai 3500 dollari, e penso fortissimo a lady Elizabeth Anson, che per più di cinquant’anni ha organizzato i ricevimenti della regina Elisabetta. Dieci anni fa raccontò al New York Times il suo shock quando le diedero il primo incarico, una serata da discoteca per gli adolescenti Carlo e Anna. «Quando mi hanno detto che un tizio voleva 25 sterline per mettere su i dischi durante la serata, mi sono chiesta se fosse completamente pazzo: chiunque può mettere un disco sul grammofono».
Il NYT riportava che lady Anson aveva poi appreso che fare il dj era «un’arte», e si può ben immaginare il tono con cui lo riferiva. Chissà se l’arte di mettere i dischi verrà affidata ai robot prima o dopo l’arte di spidocchiare i bambini.