Poche illusioniLa disfatta di Meloni non è ancora una vittoria dell’opposizione

Il referendum voluto da Schlein era quello sull’articolo 18 e certo non è andato meglio del quesito sulla giustizia voluto dal governo, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

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Se qualcuno avesse avuto ancora dei dubbi sul valore politico del referendum e sulla portata dei suoi effetti sul governo, a quest’ora gli sarebbero passati di sicuro, dunque non vale la pena di discuterne oltre. Ma se ostinarsi a negare questa correlazione sarebbe oggi assurdo, dinanzi alla sfilza di dimissioni più o meno spontanee, smottamenti e crisi di nervi in corso a Palazzo Chigi, non meno arbitrario sarebbe trasformare automaticamente questo risultato in una vittoria dell’opposizione. Il referendum sulla giustizia era il referendum di Giorgia Meloni, voluto da Giorgia Meloni e perso, di conseguenza, da Giorgia Meloni, prima che da ogni altro suo ministro o sottosegretario sacrificato in questi giorni: una sconfitta tanto più rovinosa perché sancita da una netta maggioranza dei votanti, con un’affluenza vicina al 60 per cento.

Il referendum di Elly Schlein era quello sull’articolo 18, voluto da Maurizio Landini e da lei entusiasticamente sposato, e ha portato a votare appena il 30 per cento degli aventi diritto. Anche in quel caso, con ogni evidenza, si è trattato di un risultato disastroso, da qualunque punto di vista. Eppure la segretaria del Pd ha avuto il coraggio di rivendicarlo come una sua grande vittoria. Un’assurdità che conteneva, insieme a una forte dose di spudoratezza, un grano di verità: non era ovviamente una vittoria, ma era certamente sua. Non solo perché avrebbe avuto cento motivi e mille modi per tenersene lontana, risparmiando così al suo gruppo dirigente – che con poche eccezioni vi si è imperdonabilmente prestato – l’inutile umiliazione di una pubblica abiura, peraltro non richiesta da nessuno, come ha poi dimostrato la scarsissima affluenza. Ma anche perché quel trenta per cento ha disegnato con chiarezza il bacino cui può oggi ragionevolmente aspirare la linea sindacalpopulista Schlein-Landini-Fratoianni, dalla quale scommetto che Giuseppe Conte, più populista ma anche più sveglio di loro, si terrà a debita distanza. Resta da capire se adesso i dirigenti del Pd saranno così fessi da lasciarsi scavalcare al centro proprio da lui, o se riusciranno a inventarsi qualcosa per correggere la rotta, prima che sia troppo tardi.

Paolo Mieli sostiene sul Corriere della sera che «Schlein e il suo partito farebbero bene a tener duro sui punti più qualificanti del programma e lasciare a Conte il ruolo di competitore contro Giorgia Meloni». Su Schlein, personalmente, non ci scommetterei. Sul suo partito invece ci ho già scommesso a febbraio. In ogni caso, evidentemente, c’è poco da stare allegri. Come scrive Christian Rocca su Linkiesta, la mancanza di «una possibile risposta politica maggioritaria che non stia né con Trump né con Putin, “No Kings” ma anche “No Zar”, è la nostra tragedia quotidiana». Per uscirne bisognerebbe passare però «dall’illusione trentennale di riuscire a creare coalizioni pre elettorali alla più concreta realtà, peraltro prescritta dalla Costituzione, di formare le alleanze di governo dopo il voto e dentro il Parlamento tra forze politiche che la pensano allo stesso modo». Tornare quindi a una legge elettorale proporzionale pura, cioè al vecchio metodo di selezione dei parlamentari «che nel 1948 fu adottato dai padri costituenti proprio per urlare il loro “No Duce”».

A ben vedere, sarebbe anche l’unica conclusione coerente con tante analisi del voto incentrate sull’attaccamento degli italiani alla Costituzione e sulla loro ferma opposizione a ogni tentativo di cambiarne le regole a vantaggio della maggioranza. Ma dubito che questa logica conclusione riuscirà ad affermarsi in assenza di un cataclisma paragonabile alla crisi del 1992-93, che portò all’adozione del maggioritario. Può darsi tuttavia che abbia ragione Enrico Cisnetto, convinto che il trumpismo rappresenti per la Seconda Repubblica quello che la caduta del muro di Berlino rappresentò per la Prima. Non ci credo, ma ci spero.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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