Ti amo da maiGino Paoli ci ha lasciato le canzoni, ma non sono quelle che state canticchiando

Tutti ricordano il cantante genovese per i suoi capolavori più famosi, ma da adulto ha scritto brani infinitamente più utili alla vita sentimentale rispetto a quella stanza che non ha più pareti ma alberi

Lapresse

In una canzone di molti anni fa, Lorenzo Jovanotti diceva «se io fossi capace, scriverei “Il cielo una stanza”». Nel coccodrillo di oggi, se fossi coraggiosa, io scriverei «“Il cielo in una stanza” è una cagata pazzesca», semicitando un altro genovese anche lui non esattamente famoso per la simpatia.

La prima volta che ho incontrato Ornella Vanoni, le ho chiesto quale fosse la più bella canzone del Novecento italiano. Lei ha detto “Sapore di sale”, e io ho pensato che la mia regola che gli autori non capiscano mai nulla delle loro opere andava allargata: anche le ex fidanzate degli autori non capiscono nulla.

L’unico consumo culturale che ho ereditato da mia madre è stato Gino Paoli, che però non era il mio stesso Gino Paoli. Il suo era quello di “Sapore di sale”, del “Cielo in una stanza”, di “Senza fine”, della “Gatta”, di “Sassi”. Il Gino Paoli di quando lei aveva vent’anni e lui non molti di più.

La generazione dei miei genitori (e di Gino Paoli, e della Vanoni) è stata l’ultima di due mondi fa. L’ultima a non avere il pop alle medie. Quando Modugno spalanca le braccia e in Italia inizia il pop, i miei stanno finendo il liceo. Erano affezionati alle canzonette dei vent’anni – Paoli, o Battisti, o i Beatles – perché non avevano quelle dei dodici.

Io, che ero saldamente piazzata nel mondo di mezzo, quello che stava tra il mondo senza pop e il mondo attuale della frantumaglia perlopiù senza talento, ho fatto quel che hanno fatto tutti gli umani dai nati negli anni Sessanta in poi: mi sono affezionata come a nient’altro a quel che si consumava quando andavo alle medie, in quell’età in cui sei così carta assorbente che nessuna canzone o film o romanzo consumati da adulti sarà paragonabile come impatto e come attaccamento.

Però adesso, che sono grande e ho pretese di oggettività, sento di poter dire che no, non è che io ami quelle tre canzoni di Gino Paoli perché uscirono quand’ero alle medie, ma è invece stata una discreta botta di culo avere l’età giusta in coincidenza con quei tre capolavorissimi che sono “Averti addosso” e “Ti lascio una canzone” e “Una lunga storia d’amore”.

Che le canzoni, se come me sei convinta che contino solo i testi – perché sono quelli che squarciagoli e che ricopi sui diari e che dedichi agli amori segreti: le parole, mica i giri di basso – le canzoni servono a dire le cose difficili. E quindi «averti addosso, come un rimpianto» è una scialuppa d’emergenza quando qualcuno ti racconta che non riesce a smettere di soffrire per la ex, mentre «mani grandi mani senza fine» a cosa ti può servire? A descrivere uno scippatore in commissariato?

Quella volta la Vanoni mi aveva spiegato che “Sapore di sale” è una canzone che ti fa vedere, che ti fa sentire quello di cui parla, il sale sulla pelle, il caldo, il mare. Sì, va bene, per carità, il sale sulla pelle e la mancanza d’una moneta per la doccia d’acqua dolce in spiaggia è un problema che ci affligge tutti, ma io, chiedo scusa se mi permetto di teorizzare la superiorità del Paoli cinquantenne su quello trentenne, continuo a pensare che al nostro lessico sentimentale sia più utile «ora è già tardi ma è presto se tu te ne vai».

(Poi io non riesco a pensare a “Sapore di sale” senza ricordarmi che “Sapore di mare”, il film di Carlo Vanzina, s’intitolò così perché Paoli non volle dargli il permesso di usare “Sapore di sale”; quello stesso Paoli che poi “Sapore di sale” la cantava in “Sapore di mare 2”: le mie canzoni sono intoccabili, a meno che il vostro film non sia un successone, nel qual caso sono onorato).

Vorrei, del Paoli che mi è stato coevo, citare anche “Quattro amici al bar”, che arrivava cinque anni dopo “Compagno di scuola” di Venditti, con cui condivideva la convinzione che il bivio fosse tra buone scelte – cioè: fare la rivoluzione – e scelte di ripiego, cioè impiegarsi in banca. Il che forse dice qualcosa non di loro due ma dell’epoca, di quel mondo di mezzo.

Paoli aveva cinquantasei anni, quando scrisse degli amici al bar che ora erano tre perché uno si era impiegato in banca; Venditti venti di meno, quando chiedeva al suo ex compagno di scuola se si fosse salvato «o sei entrato in banca pure tu». Un trentenne di oggi direbbe che erano dei boomer privilegiati che non sapevano che oggi daremmo un rene per un posto fisso in banca, altro che disprezzarlo.

Non vorrei scrivere un coccodrillo originale a tutti i costi, quindi sì, citiamo anche questa stanza che non ha più pareti ma alberi, citiamo lo scandalo della figlia avuta con Stefania Sandrelli in un’Italia che era un altro mondo quanto a codici che avrebbero dovuto tutelare la morale, citiamo la pallottola nel cuore, citiamo tutto quello che non si può non citare: che era l’ultimo cantautore della scuola ligure ancora vivo l’ho detto? Mi sembra di stare in quella scena della “Famiglia” in cui Gassman sbuffa per i luoghi comuni di Fanny Ardant e si domanda come mai non abbia ancora detto che i negri hanno il ritmo nel sangue.

Giuro che non lo dico per mancare di rispetto a Gino Paoli – semmai ai gusti del pubblico, che è quello che nei decenni decide quali siano i titoli imperdibili nel canzoniere di un autore. Non è neanche la prima volta che sbaglia, il pubblico: Vasco è assai più famoso per “Albachiara” che per “Ridere di te”, per dire.

Giuro che non era mia intenzione fare l’anticonformista, ma è che “Ti lascio una canzone” era proprio una gran canzone, e il concetto che uno se ne vada, perché muore o perché ci molla, ma ci lasci una canzone per scaldarci se abbiamo freddo, è un concetto la cui riuscita dipende tantissimo da quale sia la canzone. E io, a Paoli morto, ascolto le stesse che ascoltavo a Paoli vivo. E voi potete sgolarvi quanto volete a spiegarmi quanto fosse moderna “Il cielo in una stanza”: io di questo soffitto viola non so che farmene, mentre «io ti conosco da sempre e ti amo da mai» è uno di quei versi così micidiali che solo dopo molto che ti ha stesa capisci che forse non è neppure una dichiarazione d’amore.

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