Simbolo di resistenzaKharkiv conosce le più grandi tragedie della storia ucraina

La Russia sta tentando di cancellare l’Ucraina e gli ucraini con la forza, a partire dalle città simbolo della nazione. Per questo Kharkiv, rifugio degli intellettuali e celebre per la sua vivacità, è la più ambita dall’esercito di Putin, come racconta Yaryna Grusha nel suo saggio

AP/Lapresse

La guerra della Russia contro l’Ucraina non è un evento militare: è un progetto politico di cancellazione. Le città ucraine sono state trattate come corpi da correggere, sezionare e riscrivere con la forza. I bombardamenti aerei, i missili Kalibr e Iskander, i droni Shahed e i combattimenti casa per casa non hanno solo distrutto infrastrutture civili, ma hanno preparato il terreno all’occupazione, vera finalità della violenza. Mariupol, Donetsk, Luhansk, Melitopol e la Crimea sono oggi territori sottoposti a un processo di russificazione: nuova edilizia imposta, monumenti celebrativi del potere occupante, pubblicità e simboli che riscrivono lo spazio pubblico come se la Storia non fosse mai esistita.Nelle città rimaste sotto controllo ucraino – Kyiv, Kharkiv, Sumy, Poltava, Zaporizhzhia, Kryvyi Rih – la strategia è stata diversa ma coerente: colpire le retrovie civili per spezzare la vita quotidiana.

Facciate sventrate, palazzi residenziali aperti come ferite, uffici e scuole ridotti a gusci vuoti raccontano una guerra condotta deliberatamente contro la società, non contro un esercito. E anche dove non sono cadute bombe, come a Lviv, Chernivtsi, Uzhhorod o Vinnytsia, la guerra ha lasciato un segno politico profondo: l’arrivo degli sfollati interni ha trasformato città formalmente «sicure» in luoghi di emergenza permanente, dove memorie, accenti e abitudini di intere regioni si sono riversati per sopravvivere.

In questo senso, nessuna città ucraina è rimasta intatta. Tutte sono state costrette a modificarsi. L’invasione russa non ha solo ridisegnato mappe e confini: ha tentato di distruggere l’idea stessa di città ucraina come spazio autonomo, vivo e libero, sostituendola con un paesaggio di obbedienza, paura e memoria controllata. Le ferite ormai sono profonde e indelebili, e gli edifici delle città ucraine possono raccontare storie che sanno di tragedia ma anche di grande coraggio. Sono come libri di Storia scritti in cemento e mattoni: basta saperli ascoltare, leggere e studiare.

Kharkiv è la città che suscita maggiormente il mio interesse, la più ambita dall’esercito russo e allo stesso tempo più resistente. Si tratta di una città tenace, e questo concetto ha definito molto anche la sua architettura. I suoi colori – rosso, arancione, bianco – incitano all’azione. Non si può stare fermi a Kharkiv: la città invita al movimento continuo e all’innovazione.

Oggi, quattro anni dopo l’inizio della guerra lanciata dalla Russia il 24 febbraio 2022, Kharkiv viene soprannominata «la città di calcestruzzo armato» – metafora della sua solidità –, il materiale più usato per costruire la nuova Kharkiv degli anni Venti del Novecento. Posizionata a soli trentaquattro chilometri dal confine con la Russia, rimane la città ucraina più bersagliata dalla balistica russa. Proprio a causa della vicinanza così prossima all’avversario, spesso l’allarme antiaereo ucraino scatta troppo tardi: le sirene non hanno ancora voce mentre nelle periferie le esplosioni hanno già iniziato a farsi sentire, lasciando la città sotto il cielo scoperto.

Kharkiv continua a essere un nodo strategico, militare e civile: da qui passano i rifornimenti per l’esercito e le reti di volontari che sostengono i soldati e organizzano l’evacuazione dei civili dalle aree prossime alla linea del fronte, rimasta sostanzialmente invariata da quattro anni. La sua indole indomita nasce dalla geografia e dalla Storia: la ferrovia – tra le prime dell’Ucraina orientale sotto l’Impero russo – ha fatto di Kharkiv un crocevia di popoli, lingue, culture e fedi, una città abituata a resistere proprio perché abituata a essere attraversata.

Fondata dai cosacchi, scappati alla ricerca della libertà dal dominio polacco, un secolo dopo, nel 1867, Kharkiv diventa il più importante centro industriale grazie alle estrazioni del carbone e del minerale grezzo. Viene scelta come luogo di residenza per i portafogli più importanti dell’Ucraina orientale, per questo nota anche come «la porta del Donbass». Questa definizione rimane attuale mai come oggi, quando la resa di Kharkiv potrebbe spalancare il portone verso le altre città e le regioni ucraine, offrendo ai carri armati russi il via libera per prendere la capitale Kyiv.

Durante i secoli, Kharkiv è stata la fucina di diverse idee filosofiche, di nuove correnti letterarie e di grandi discussioni che hanno contribuito alla formazione della nuova cultura ucraina. La guerra che oggi la Russia conduce contro l’Ucraina è anche la guerra sull’identità. Di mira vengono presi non soltanto i civili ucraini, ma anche i musei, biblioteche, siti culturali. Per sottomettere le località conquistate, tornano i vecchi metodi della russificazione forzata e dello sradicamento della cultura ucraina. Per questo Kharkiv resta oggi un elemento vitale dell’identità ucraina, non come eccezione ma come prova della sua natura plurale e irriducibile, parte integrante della polifonia multiculturale del Paese. Negli anni Venti del Novecento diventa la capitale della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina (RSS Ucraina), il nuovo progetto imperiale dell’URSS, attirando le più illustri menti del periodo moderno. Proprio in quel momento la parola «innovazione» presiede le vie di Kharkiv, che cominciano a crescere verso il cielo con i palazzi costruiti in calcestruzzo, diventato uno dei simboli della nuova città. Con le sue università, Kharkiv è il centro della scienza, prima sovietica e poi ucraina, la casa dei quattro premi Nobel e dei primissimi sviluppi architettonici dell’inizio del Novecento.

Kharkiv conosce anche le più grandi tragedie della storia ucraina: il terrore rosso e l’occupazione tedesca. Proprio da qui, da Kharkiv, tra il 1932 e il 1933 i consoli italiani mandano le loro lettere a Mussolini, raccontando al governo italiano la tragedia che avviene per le strade di Kharkiv e che si estende in tutta la campagna ucraina. Gli ucraini muoiono di fame direttamente in strada, dopo che tutti i viveri – principalmente il grano e la verdura – sono stati espropriati dalle loro case dalla polizia sovietica. Mussolini legge le lettere, prende annotazioni sui margini con la matita blu, ma decide di non intervenire: i giornali italiani pubblicati nella primavera del 1933 parlano dell’accordo commerciale firmato tra l’Italia fascista e l’URSS, il patto di amicizia e non aggressione. Nel 1941 Mussolini rompe quel patto, mandando l’Armir italiana al fianco dei nazisti tedeschi a conquistare le terre sovietiche, cominciando da quelle ucraine. La città di Kharkiv compare spesso nelle memorie degli invasori italiani che tornano a casa sconfitti dall’esercito sovietico e dal soldato bianco di nome inverno.

Kharkiv custodisce queste memorie, memorie che non possono cadere di nuovo nell’oblio, come era già successo negli anni Trenta del Novecento, quando il bulldozer sovietico ha spazzato via dalle strade di Kharkiv un’intera generazione artistica ucraina. Anche dal punto di vista storico-strategico Kharkiv rimane il cuore della verità, che smentisce i miti russi che tuttora circolano nello spazio mediatico europeo.

Kharkiv incarna la polifonia della storia ucraina, una storia con radici profonde che è stata russificata con l’intenzione di essere trascinata nella sfera d’influenza russa – una sfera rivelatasi debolissima già nel 2014, quando i servizi segreti russi tentarono di lanciare operazioni false flag per portare caos nella città, che invece seppe riconoscere il nemico e cacciarlo fuori dai suoi confini, prima che il veleno si diffondesse per le strade. Quel veleno ebbe invece un effetto devastante nelle città di Donetsk e Luhansk, cadute sotto l’occupazione russa.

Tratto da “Kharkiv” (Paesi edizioni), di Yaryna Grusha, 152 pagine, 16 euro.

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