Io non vorrei scrivere ogni giorno che è tutto finito, quindi non lo scriverò, e passerò alla domanda successiva: quand’è che è tutto finito? C’è quell’Arbasino del 1994 che citavo qualche mese fa che diceva che già per la sua generazione era finito tutto, già il mondo che gli si sfarinava intorno non era più quello che si era trovato a fronteggiare Gadda.
Poi c’è un Goffredo Fofi che trovo in una raccolta di interviste di Maria Teresa Carbone, s’intitola “Il lavoro culturale – Domande e risposte”, intervista che naturalmente leggo solo perché sono poche pagine, ed è tutto finito anche per me: pezzettini, mica libri interi.
«Se vogliamo dare uno sfondo al tutto, ed è una cosa che ripeto ossessivamente, la vera storia dell’Italia come paese degno, unitario, nuovo, comincia con il 25 luglio 1943 […] della televisione di Bernabei si è parlato tanto male, ma è stata quella televisione che ha unificato l’Italia, che ha dato agli italiani una lingua […] è una storia che si è chiusa con la morte di Moro […] la storia d’Italia è stata questa, e nel periodo che va dal ’45 al ’78 il giornalismo ha avuto un’importanza enorme».
Poi Moro è morto, Fofi è morto, Arbasino è morto, Gadda è morto, e non è tanto che siamo rimasti tra noi che Fofi avrebbe definito «mezzeseghe» (e dagli torto), quanto che io mi sento più smarrita di fronte alla data della fine di tutto di quanto lo sia Marco Missiroli in quel video che gira su Instagram in cui gli chiedono il suo libro preferito di Michela Murgia e lui, in una notevole imitazione del maturando impreparato di “Notte prima degli esami 3.0”, risponde «Il libro che ho amato di più è l’insieme dei suoi libri».
L’«è finito tutto» di questa settimana è un tempo supplementare di quello della settimana scorsa, e riguarda i dati di vendita di uno dei pochi scrittori italiani solidi. Uno sulle cui vendite avremmo tutti scommesso, non solo il suo editore parecchio in crisi e che ci puntava molto, ma tutti, e non solo perché Niccolò Ammaniti ha l’aria simpatica e non smania per stare al centro dell’attenzione (due caratteristiche ormai meno comuni del Nobel per la Letteratura), ma anche perché delle certezze bisogna pur averle.
Niccolò Ammaniti è una certezza perché dà al grande pubblico un prodotto che al grande pubblico non dà più nessuno: non legato alle mode del momento, non analfabeta per andargli incontro, non furbo per prendere i premi, non ricattatorio perché non stando in piedi con la solidità della storia gli serve il tema importante.
Tre anni fa esce “La vita intima”, al quale poi torniamo. Tre settimane fa esce “Il custode”. La prima settimana vende poco più d’un terzo di quanto avesse venduto nella sua prima settimana “La vita intima”. La seconda sale un po’, ma non abbastanza da non farsi superare (di pochissimo) da Pera Toons, qualunque cosa sia, e da Felicia Kingsley, che nella sua prima settimana vende il doppio di quant’aveva venduto Ammaniti appena uscito.
Mi scuso se riprendo quell’Arbasino del 1994, ma d’altra parte non vedo perché riformularlo peggio io quando l’ha detto alla perfezione lui. «E poi in tutto questo, però, sempre tener d’occhio il bestseller, cosa che né Gadda né Longhi né Praz, i grandi maestri, hanno mai badato al bestseller». Cioè: mentre io sono lì a discutere del fatto che è finito tutto, e qualcuno mi dice «Einaudi è così disperata che ha fatto anche gli spot televisivi», e io penso che meno male che ormai la tv la consumo in pezzettini, perché mi ci mancavano solo gli spot dei libri, tra una batteria di pentole e l’altra, mentre sono lì mi chiedo anche, ma che mondo è quello in cui Ammaniti compete con Pera Toons, che credo non sia una marca di succhi di frutta?
Gadda non badava al bestseller, ma pure Arbasino non credo si crucciasse di vendere una frazione della Fallaci. È come se, quando per il porno si pagava il biglietto, Bertolucci avesse dovuto competere con “Quel gran pezzo dell’Ubalda”. Quand’è che abbiamo deciso che tutto dovesse competere con tutto, che tutto fosse uguale a tutto, che tutto dovesse essere ricevibile da tutti? Siamo finiti, coi libri, come con la musica, annunci trionfali di «sette miliardi di streaming!» per gente di cui nessuno ha mai canticchiato un motivetto?
«Forse si legge di più, ma la quantità di libri inutili è aumentata enormemente», diceva Fofi in quell’intervista, e io mi chiedo se non si finisca poi come le zitelle amareggiate a dire «gli uomini hanno paura delle donne forti». Parlo per me, mica per Ammaniti (che non conosco ma che mi dà l’impressione di fottersene di questo chiacchiericcio): finiremo per dire che se vendi molto hai sbagliato qualcosa? A dire «resto a prendere polvere sugli scaffali perché sono troppo alfabetizzata»?
Io poi “Il custode” non ho ancora trovato tempo di leggerlo, in compenso ho trovato il tempo: di guardare la Meloni che parlava con Fedez; di inveire contro un gruppo Facebook di lettori in cui un tizio spiega a Carrère che in quella frase lì ci va il congiuntivo (di inveire contro le lauree, anche: questo carneade ignaro del registro colloquiale fa il professore, poveri i vostri figli); di inviare e ricevere un centinaio di meme su Chalamet agli Oscar. Temo d’essere parte del problema. Del problema collettivo per cui un libro non è più una cosa da leggere appassionandocisi abbastanza da perdere ore di sonno, ma una fatica che ci distoglie dal riposante universo dei pezzettini.
C’è una questione, che è quella per la quale, tra tutti quelli che vendono meno di prima (l’editoria non è esattamente in un momento di splendida forma), Ammaniti fa più impressione, ed è una questione che attiene a “La vita intima”, libro uscito quando già il mercato non era precisamente florido, e che gli ammanitiani hanno trattato come un libro minorissimo (a me era molto piaciuto). Come mai “La vita intima” era andato così bene?
Riprendo il discorso sui bestseller di quell’Arbasino del 1994: «Poi basati anche molto su quel tipo di lettrice, “sotto l’ombrellone estivo” si diceva allora, per cui il grande interesse è di avere un romanzo dove potersi interessare se quella zoccola gliel’ha data o non gliel’ha data all’ingegnere o al ragioniere».
“La vita intima” aveva una protagonista femmina. Le femmine sono le ultime rimaste a comprare i libri. Il pubblico, lo sappiamo già da qualche anno, non vuole più guardare fuori dalla finestra: vuole guardarsi allo specchio. Non ti compro perché esistono i solidi autori di cui mi fido e se esce un loro libro lo compro: ti compro perché parli di me.
Quel pubblico lì è dunque finito? Quello che si affida a uno più bravo dei tiktoker a raccontare storie, più compiuto, più alfabetizzato? Qualche mese fa ho visto a teatro Francesco Piccolo che raccontava “Il gattopardo”. Il teatro non era strapieno come accade quando in scena ci sono influencer analfabeti, e all’uscita qualcuno ha sospirato che non lo era perché «questo è uno spettacolo difficile». Ho pensato fortissimo a Vittorio Gassman che dice a Giovanna Ralli «Tosto? “I tre moschettieri”?» mentre prendevo in considerazione la difficoltà di sentir raccontare il romanzo italiano più popolare del Novecento.
L’altro giorno, mentre come al solito dicevo che era finito tutto, un amico mi ha fatto la solita obiezione sul fatto che anche la radio sembrava la fine di tutto, anche il cinema, anche la tv, e io mi sono messa a ululare, perché è l’obiezione più stracca che ci sia.
La mutazione di adesso, quella per cui ci guardiamo solo allo specchio, ci filmiamo, ci ascoltiamo, siamo interessati solo al suono della nostra voce, e questa parte d’articolo la leggerà una eroica minoranza perché gli altri dopo cento righe sono già fuggiti a commentare sui social cosa pensano loro di Ammaniti, cosa pensano loro dell’editoria, cosa pensano loro dello sfarinamento del mondo come lo conoscevamo, ad ascoltare la loro voce e a sentirsi che finalmente esistono perché si sono espressi in pubblico, questa mutazione qui non ha precedenti.
L’amico ha insistito: tra cento anni, ha preventivato, una Soncini del futuro dirà ma guarda, i bioimpianti neurali stanno cambiando l’umanità per sempre, non come in passato quando pensavano che con scemenze come radio tv e poi internet e social l’umanità fosse spacciata.
Ha ragione lui? Avevano ragione quelli che all’università, un secolo fa, vi hanno insegnato che il determinismo tecnologico era una cazzata semplicistica, non calcolando cos’avrebbero potuto fare ai nostri cervelli i cellulari con la telecamera? È tutto finito? C’è, come diceva Fofi, «una forma di analfabetismo morale»? E io, che non ho mai letto un libro di Felicia Kingsley, se arriva un intervistatore posso dirgli che il mio libro preferito è l’insieme dei suoi libri, o è meglio se dico che le invidio i rendiconti?