
Nessuno si azzarda a fare previsioni precise sullo stato di salute politica di Giorgia Meloni al momento delle elezioni 2027. Se si volesse effettuare un check-up oggi, un medico assennato direbbe almeno di aspettare il referendum del 22-23 marzo, magari anche il voto in Ungheria e comunque di ripassare dopo novembre, con la verifica elettorale dell’amico Donald Trump. Il legame che sta diventando un po’ tossico con l’inquilino della Casa Bianca è infatti sempre più un simul stabunt che rischia il simul cadent. La crescente impopolarità del tycoon anche tra i sovranisti è un rischio oggettivo. Sta di fatto che solo pochi mesi fa il vento soffiava forte nelle vele di Giorgia, oggi emergono incertezze. Ma allora un brivido corre tra i critici di questo governo: non è che alla fine lei perde e noi non abbiamo nulla di decente da indossare dopo le elezioni?
Tra tante incertezze, una cosa in Italia è sicura, e cioè che il sistema politico – dopo la lunga e mitica stabilita – è impreparato ad un eventuale cambiamento. È stata incoraggiata la fuga alle estreme, le curve delle tifoserie, e manca la forza tranquilla e solida dell’atteggiamento riformista oggi fortemente attirato dall’astensionismo. Siamo andati avanti dal 2022 a dire che il maggior puntello del mediocre governo era l’assenza di una opposizione. Ora che uno spiraglio si apre, non è che cambiano le bandiere ma l’Italia continua a evitare di scegliere?
Irrilevante a destra e irrilevante eventualmente a sinistra? C’è un problema Meloni, ma insomma non meno grave è il problema di chi la può sostituire in una ipotetica e fisiologica alternanza. Se Meloni dovesse cadere sarebbe proprio per le ragioni che lei stessa ha confessato di fronte a una questione “minore” come la guerra in Iran: non sa se criticare o aderire. Ma con chi si schiererebbe invece un governo Elly Schlein-Giuseppe Conte? Tutti i dilemmi contemporanei sono difficili da sciogliere: dal fiume al mare o gli accordi di Abramo, Vladimir Putin-Viktor Orbán o Emmanuel Macron-Pedro Sànchez, Ventotene o l’unità delle destre populiste europee? Gli equivoci oggi esistenti all’interno del centrodestra, con Roberto Vannacci che preme su Matteo Salvini, si riprodurrebbero pari pari con l’inseguimento del Nazareno a Conte, per di più frustrato nella sua non ascesa a Palazzo Chigi e quindi più inaffidabile del solito? Questi squilibrati centrodestra e centrosinistra francamente non danno speranze per l’immediato futuro della «nazione». Sarebbe anche grave rassegnarsi a un pareggio consegnato da una non legge elettorale.
Va considerato che chiunque vinca nel 2027 avrà la forte tentazione di esagerare. Dieci anni di governo per Meloni o l’ebrezza di una rimonta incredibile per questo centrosinistra potrebbero montare la testa a chiunque. Meloni regina dell’Europa sovranista con la corona sorretta da madame Marine Le Pen, e dai vincitori delle crisi parlamentari tedesche, spagnole, britanniche? Agghiacciante ma possibile. Dall’irrilevanza alla storica fine dell’Unione europea! Roba da farsi venire il capogiro.
Forse ha ragione Giusy Bartolozzi, la capo di Gabinetto del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, quando sospira che vien voglia di andar via dall’Italia (una volta lo dicevano i radical chic). Ma dove? In Europa potrebbe essere peggio. Insomma, è un bel guaio barcamenarsi tra speranze e realismo. Perché le speranze forse sono avventate e il realismo è tanto deprimente. La verità è che oggi Meloni è un po’ come l’Inter: se perdesse lo scudetto, sarebbe soprattutto per colpa sua. Possibile che l’opposizione non riesca a dare un colpetto, magari a corto muso, e avviare un processo critico davvero? C’è in giro solo Carlo Calenda per maturare posizioni critiche? Possibile che l’unico che si faccia notare per cattiveria in Parlamento sia Matteo Renzi, che peraltro sceglie bene i suoi bersagli (i vicepresidenti del Consiglio, Antonio Tajani e Salvini, in primis?). Il Partito democratico ha regalato ai populisti il taglio dei parlamentari, l’abolizione del Jobs act, il carnevale in politica estera e soprattutto tanto spazio reverenziale.
Adesso non potrebbe distinguersi una buona volta per costruttività? Se quello spiraglio di cambiamento è davvero apribile, e Trump continua a fare il matto ripetendo in Italia il miracolo che ha già fatto in Canada, Australia, New Jersey e dintorni, cioè far rinsavire e ricompattare i riformisti, non sarebbe il caso che al Nazareno facessero finalmente una riunione vera, discutendo e votando su quale partito proporre alle elezioni e quale campo arare davvero? C’è ancora poco tempo per proporre una leadership spiazzante e un nuovo programma di governo. Oppure preferisce l’opposizione a vita, anche se questa volta sarà dura, i vincitori non faranno prigionieri e dieci anni sembrano più la durata di un regime?