
«In questo referendum c’è un testo e c’è un contesto. Sul testo si è dibattuto in modo acceso e, a mio parere, non conclusivo. Si sono espresse per il Sì anche personalità con una cultura o militanza di sinistra; e hanno dichiarato di votare No anche personalità che, per cultura o militanza, sono considerate di destra. Questo sparigliamento secondo me è positivo: vuol dire che le appartenenze politiche non sempre prevalgono sui giudizi individuali». Mario Monti ha deciso, voterà No al referendum sulla riforma della giustizia. E lo dice in un’intervista al Corriere della Sera, spiegando che la sua scelta nasce non tanto dal merito tecnico della riforma quanto dal contesto politico e istituzionale in cui arriva. «Per la prima volta, lo dichiaro in anticipo», dice l’ex presidente del Consiglio al quotidiano di via Solferino quando gli viene chiesto se abbia già deciso come votare.
La sua riflessione parte dalla distinzione precisa tra il contenuto del referendum e il momento storico in cui si colloca. Il fatto che il fronte del Sì e quello del No non coincidano con gli schieramenti politici tradizionali è un elemento positivo. L’ex premier riconosce che, proprio per questo, la sua posizione avrebbe potuto essere di maggiore indecisione. «Io dovrei essere più incerto che mai. I giuristi che stimo sono divisi». E sottolinea anche la necessità di non trasformare il voto referendario in uno strumento di giudizio politico sull’esecutivo: «Come senatore che non fa parte né della maggioranza né dell’opposizione ma si sforza di guardare in modo imparziale più in là del breve periodo, non posso permettermi che il mio voto referendario sia guidato dall’intento di “premiare” o “punire” il governo».
Monti andrà comunque alle urne – «Certo che vado» – ma la sua scelta nasce da un criterio che, secondo lui, nel dibattito è stato poco considerato: sono gli effetti sullo Stato di diritto. «Temo lo indebolirebbe. Per questo voterò No, non per punire il governo, di cui ho più volte sottolineato certi meriti, non per favorire le opposizioni, ma “soltanto” per una ragione che a me sembra molto più fondamentale: che l’Italia continui a stare dalla parte dello Stato di diritto, nella vita del Paese e nel sistema internazionale».
Nel colloquio con il Corriere della Sera, Monti indica quale sarebbe, a suo giudizio, l’effetto principale della riforma: «L’unico effetto indiscutibile della riforma sarebbe di spostare l’equilibrio dei poteri tra l’esecutivo e il giudiziario, a favore del primo». Un cambiamento che lo preoccupa. «Può sembrare un limitato smottamento, al confine tra due terreni. Ma, come sappiamo bene in Italia, uno smottamento può trasformarsi in una grande frana». Per spiegare il rischio usa una metafora presa dal mondo della prevenzione dei disastri naturali: «Geologi, ingegneri e Protezione civile hanno il compito di monitorare, intervenire, prevenire. Non è diverso nel campo dell’ingegneria delle istituzioni e della protezione costituzionale».
Secondo Monti esistono segnali che devono essere osservati con attenzione: «Qui si possono monitorare l’insofferenza, la coerenza propositiva, i modelli di riferimento». L’insofferenza, spiega, è quella mostrata dal governo quando magistratura o Corte dei Conti hanno censurato alcune decisioni dell’esecutivo. La coerenza propositiva è invece il filo che lega diverse iniziative politiche: «Proposte del governo accomunate dall’intento di depotenziare alcuni presìdi dello Stato di diritto, visti come inaccettabili ostacoli all’esecutivo».
Nel ragionamento dell’ex premier entrano anche i modelli politici internazionali. «Nel complesso non sono emersi, nelle parole della premier e negli atti del governo, segni di ripensamento e di presa di distanza da un modello di gestione della cosa pubblica, da Trump a Orbán, che considera con fastidio lo Stato di diritto». Questo però non significa, precisa Monti, equiparare l’Italia a quei sistemi politici. «Siamo fortunati ad avere lei e non Trump o Orbán». Ma proprio per questo, conclude, sarebbe utile che il voto degli italiani rappresentasse un limite chiaro: «Vorrei che la nostra premier trovasse negli italiani una barriera di fronte a possibili tentazioni di depotenziare lo Stato di diritto, nell’erronea convinzione che sia quello l’ostacolo a governare meglio».