Streets of WashingtonIl rock, e la colonna sonora anti Trump che ancora non c’è

Springsteen e gli U2 hanno reagito agli omicidi di Minneapolis con due canzoni di protesta civile, ma siamo ancora lontani da quell’epica musicale che aveva ispirato i più grandi ai tempi di Reagan e Thatcher (due placidi moderati rispetto al Cialtrone in chief di oggi)

LaPresse

In questi giorni, canta Michael Stipe dei R.E.M., «siamo preoccupati, ma abbiamo speranza, nonostante i tempi» («we are concerned, we are hope despite the times»). “These days” è uscita quarant’anni fa, quando la college rock band di Athens, Georgia, pubblicò “Lifes Rich Pageant”, il loro disco più politico e certamente tra i più belli della loro carriera.

Era il 1986, ricordo perfettamente il giorno di settembre in cui comprai il cd dal leggendario Buscemi Dischi di Milano, dove oggi, santi numi, c’è uno specialty coffee bar. Comprai quel disco completamente al buio, come si usava a quei tempi in cui le cose, e la musica in particolare, avevano un valore e si scoprivano grazie ai giornali, alle radio, al passaparola. Ricordo l’entusiasmo del primo ascolto, ricordo quei testi criptici e quella musica che arrivava dalle radio americane e risuonava nelle mie orecchie di matricola universitaria in Italia. Un’emozione, ascoltare quel disco, e “These days” in particolare, che non mi ha mai abbandonato le millemila altre volte successive.

Qualche giorno fa, Stipe è salito a sorpresa sul palco del Brooklyn Steel, dove una lussuosa tribute band dei R.E.M. guidata dall’attore Michael Shannon celebrava appunto il quarantennale di “Lifes rich pageant”. Stipe ha cantato due canzoni con la band, e una era proprio “These Days”, il secondo brano del disco, che Stipe ha introdotto dicendo che quei versi gli sembrano esatti anche oggi.

I R.E.M. allora erano preoccupati da Ronald Reagan, un presidente repubblicano che rispetto a Donald Trump è un placido moderato di sinistra.
Gli anni di Reagan sono stati anni straordinari per la musica rock, come i settanta con la rivoluzione sessuale della west coast, e i sessanta con i diritti civili e la soul music.

Ma negli anni Ottanta il presidente cowboy ha ispirato favolosi album di denuncia nei confronti di quello che veniva chiamato “edonismo reaganiano”. Bruce Springsteen con “Born in the Usa” e “Nebraska”, per esempio, ma anche gli U2 con “The Joshua Tree” che avrebbe dovuto chiamarsi “The two Americas”, i R.E.M. di “Lifes rich pageant”, Pat Metheny e David Bowie con quel gioiello di “This is not America”, i Dire Straits con “Money for nothing” dentro “Brothers in arms”, e Frank Zappa con “Broadway the hard way” solo per citarne alcuni. Senza dimenticare “Russians” di Sting e l’impegno anti apartheid di “Graceland” di Paul Simon e prima ancora di “Biko” di Peter Gabriel.

Più o meno la stessa cosa è avvenuta in Gran Bretagna con Margaret Thatcher. Due esempi su tutti: i Pink Floyd di “The Final Cut” contro la guerra nelle Falklands, e gli Smiths di “Meat is murder” contro il neoliberismo, “The Queen is dead” contro l’establishment monarchico e thatcheriano, “Shoplifters of the world unite” contro una legge anti gay del governo Thatcher,“Margaret on the guillotine” con quei violentissimi versi «le persone gentili hanno un sogno meraviglioso, Margaret sulla ghigliottina», canzone tratta da un album il cui titolo, “Viva Hate”, dice tutto.

Sono capolavori del rock, nonostante in alcuni casi fossero anche manifesti politici, ma con un’epica avvincente e irresistibile che spesso trascendeva il messaggio politico e arrivava a chiunque.

Oggi non è più così, nonostante Donald Trump sia il più abominevole politico mai salito al potere nel mondo libero. Sarà l’effetto scioccante delle sue azioni politiche, o forse la paura, sta di fatto che Trump non ispira alle nuove generazioni di cantautori canzoni di protesta all’altezza dei tempi in cui viviamo.

Soltanto gli omicidi di Minneapolis, così come quelli di Kent State University nel 1970 ispirarono “Ohio” di Neil Young, hanno riattivato la passione di chi in realtà in questi anni non si è mai riposato: da Bruce Springsteen che non ha mai smesso di fare campagna elettorale per evitare la seconda tragedia di Trump, fino ai coraggiosi U2 che sono sempre stati al fianco dell’Ucraina, come Florence and the Machine grandi sostenitori della causa, Glen Hansard con la formidabile canzone, “Take Heart”, sulla gente di Mariupol, e i Pink Floyd (senza Roger Waters, ovviamente, il quale invece sta con Putin) con la reinterpretazione psichedelica di un classico ucraino assieme al cantante dei Boombox.

Gli U2 sono stati anche l’unica superstar band a dedicare una parte del loro consueto rito collettivo dal vivo alle vittime del 7 ottobre colpite dal pogrom antiebraico di Hamas.

Le squadracce dell’Ice hanno ispirato Springsteen con “Streets of Minneapolis” e gli U2 con l’Ep “Days of Ash” che contiene anche canzoni sulla tragedia di Gaza, sul popolo iraniano e sugli ucraini al fronte, ma che si apre con il brano auto esplicativo “American obituary”, come a sottolineare la fine di quello che Springsteen già chiamava «runaway american dream», lo sfuggente sogno americano.

Il primo dei giganti del rock a scrivere una canzone contro il trumpismo imperante è stato Neil Young nel 2017 con “Already great”: «Sono canadese, ma adoro gli Stati Uniti, l’America è già grande», caro Donald. Più recentemente è andato molto più dritto con “Big crime”: «Non abbiamo bisogno di leggi fasciste/Non vogliamo scuole fasciste/Non vogliamo soldati in marcia sulle nostre strade/C’è un grande criminale alla Casa Bianca a Washington».

Tranne “Big Crime” sono tutte belle canzoni, in alcuni casi bellissime, a riprova di un impegno civile encomiabile, ma sono anche canzoni fin troppo didascaliche e militanti per poter ambire a entrare nella leggenda.

Altra cosa è quello fece Springsteen con “The Rising”, quando seppe catturare perfettamente lo spirito post 11 settembre 2001 con la prima riflessione letteraria e musicale sugli attacchi a New York, così come fece Neil Young con “Are you passionate?”.

A parlare dell’America trumpiana di oggi sembrano più adatte alcune canzoni del passato, dal titolo didascalico ma dallo svolgimento, diciamo così, universale; e quindi, appunto, “This is Not America” di Bowie e Metheny’, e la canzone dei R.E.M. che ha fatto da spunto per questo articolo.

Ciò che manca alla resistenza musicale a Donald Trump è una nuova epopea americana come quella dei due ragazzi di Paul Simon che, in “America” (1968), partono con pochi soldi e tante domande, e attraversando l’America parlano, osservano, aspettano. Capiscono che ciò che cercano non è un posto sulla mappa, ma un significato e una speranza da costruire. La speranza e il sogno dell’America.

Ora, invece, ogni volta che devo associare una canzone all’America trumpiana più che le nuove canzoni di Springsteen e degli U2 mi viene in mente il lamento civile, lento e ossessivo, paranoico, di Sufjan Stevens in un’altra canzone che si chiama “America” che dice a qualcuno non meglio identificato «Don’t do to me what you did to America», «non fare anche a me quello che hai fatto all’America», perché, cara America, non ci fidiamo più, ti abbiamo creduto e ti abbiamo seguito, ma ci hai deluso, abbiamo partecipato al tuo inganno, accettato la violenza e l’ingiustizia, ma ora restano solo rovine, senso di colpa e una domanda senza risposta: cosa siamo diventati?

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