Tu chiamale provocazioniGli antiucraini e gli antisemiti sono l’autobiografia del campo largo

Lo spettacolo della violenza nelle piazze che celebravano la Resistenza è diventato nei giorni successivi un processo alle vittime. È la punta dell’iceberg dell’egemonia culturale putiniana e antisionista, in parte subita e in parte accettata dalla sinistra come pegno per l’unità della coalizione

AP/LaPresse

Della caccia all’ebreo inscenata il 25 aprile a Milano, l’unica e oscena morale che i gerarchi dell’antifascismo ufficiale vogliono trarre è che, anche questa volta, gli ebrei hanno esagerato pretendendo di innalzare, con il vessillo tollerato della Brigata Ebraica, anche quello intollerabile e intrinsecamente genocida dello Stato ebraico di Israele, e di non aver voluto lasciare il corteo quando si era stabilito (da chi?) che se ne andassero, senza abusare dell’ospitalità che era stata loro benignamente concessa.

Conta poco, anzi niente, che la Stella di Davide non sia un simbolo suprematista, ma esattamente il contrario: il simbolo dell’unità e oggi dell’opposizione di Israele e del sionismo come ideale democratico, che gli assalitori delle «saponette mancate» disprezzavano come un’escrescenza coloniale tra il fiume e il mare, molto prima che l’attuale governo di capaci di tutto a Gerusalemme gliene offrisse un alibi fintamente umanitario. Le bandiere di Israele venivano vietate e bruciate anche ai tempi di Rabin, come quelle Usa ai tempi di Bill Clinton o Barack Obama.

Invece, sulla caccia ai collaborazionisti filo-ucraini di Roma e di Bologna, organizzata dal servizio d’ordine insurrezionalista della sinistra in doppiopetto e dai katanga dell’anti-bellicismo, la linea è di far finta di niente e di trattare questi episodi come piccoli equivoci senza importanza e non per quello che sono: la punta dell’iceberg della compromissione morale dell’intero Campo Largo con un mainstream pacifista ricalcato dai manuali della guerra ibrida putiniana e divenuto, di fatto, il punto di equilibrio dell’intera coalizione, il pegno non riscattabile della sua vocazione testardamente unitaria.

Così si spiega l’apparentemente inspiegabile, cioè il disciplinato riallineamento del fu partito degli adulti nella stanza della democrazia italiana, il Pd, all’egemonia culturale di un impresentabile rottame cossuttiano – non casualmente arrivato ai vertici dell’Anpi – che dieci anni fa bestemmiava «il governo nazista di Kiev» e i «burattinai» Stati Uniti e Unione europea dietro l’aggressione ucraina ai «patrioti dell’est» e oggi auspica umanitariamente il sacrificio degli ucraini per la pace degli europei.

Di chi ha sparato a Roma contro due militanti dell’Anpi, se verrà scoperto, siamo certi che non si troverà nessuno disposto a giustificare la violenza con una qualche provocazione da parte delle vittime. Invece una bandiera israeliana o ucraina è sufficiente perché, anziché o prima della violenza, si parli della provocazione che l’ha istigata e della responsabilità dei provocatori.

Come il fascismo è stato l’autobiografia della nazione un secolo fa, così oggi i 25 aprile antiucraini e antisemiti sono l’autobiografia del Campo Largo. E come l’Italia non è diventata fascista quando la maggioranza degli italiani è diventata fascista, ma quando ha accettato che comandassero i fascisti e ritenuto che la loro violenza fosse un male minore e governabile, così la sinistra è diventata putiniana e antisemita nel momento in cui ha accettato che putiniani e antisemiti dettassero legge nelle piazze e nel linguaggio, come prezzo giusto dell’unità dell’opposizione e condizione della sua vittoria futura.

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