Da Trump a OrbánCom’era la storia del gran talento di Meloni per la politica estera?

Washington chiude Hormuz, Israele «urta» mezzi italiani in Libano e l’amico di Budapest perde le elezioni: un bel filotto, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

AP/Lapresse

Dopo avere puntato tutte le sue carte sul rapporto privilegiato con Donald Trump e sulla possibilità di fare «da ponte» tra Stati Uniti e Unione europea, quella stessa Unione europea che l’intera amministrazione Trump definiva in modi irripetibili e dichiarava apertamente di voler sfasciare; dopo avere garantito massimo appoggio e solidarietà a Benjamin Netanyahu (fino al punto da dichiarare pubblicamente, tramite il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che il governo italiano non avrebbe eseguito il mandato della Corte dell’Aja contro di lui); dopo tutto questo e molto altro ancora, in gennaio, Giorgia Meloni non ha esitato a registrare un videomessaggio elettorale, da presidente del Consiglio in carica, assieme al peggio dell’estrema destra mondiale (dal suo stesso vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, al summenzionato Netanyahu) a favore del primo ministro ungherese Viktor Orbán, principale pupazzo di Vladimir Putin in Europa, apertamente sostenuto tanto dal regime russo quanto dall’amministrazione Trump al preciso scopo di scardinare l’Ue. La clamorosa sconfitta del padre della «democrazia illiberale», salutata come una liberazione da Ursula von der Leyen e da tutti i democratici europei, vede dunque il governo italiano e la nostra presidente del Consiglio nell’incongrua posizione degli sconfitti, ancora una volta, assieme a Trump e a tutti i nemici dell’Europa. E meno male che la politica estera era il suo forte.

Anche la semplice successione delle notizie di ieri è significativa. Nello stesso giorno Trump minaccia di chiudere lui lo stretto di Hormuz (con le prevedibili conseguenze sui mercati e in particolare sul prezzo del petrolio), carri armati israeliani «urtano» messi unifil italiani in Libano e l’amico Orbán straperde le elezioni. Un bel filotto, bisogna ammetterlo. Ma non si tratta certo di sfortuna.

Medio Oriente, Europa, Stati Uniti: non c’è questione di politica internazionale su cui Meloni non abbia schierato l’Italia dalla parte più sbagliata sia in linea di principio, sia dal punto di vista del nostro interesse nazionale, con la sola eccezione dell’Ucraina (peraltro sempre meno sicura, viste anche le dichiarazioni pronunciate ieri dall’appena riconfermato amministratore delegato dell’Eni, alla scuola di formazione della Lega, sulla necessità di tornare ad acquistare gas russo). Alla prova dei fatti, la diffusa credenza in un particolare talento della nostra presidente del Consiglio per la politica estera si è dimostrata tanto infondata quanto quella nella sua evoluzione europeista e liberaldemocratica.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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