
I giovani si stanno stancando degli smartphone. In un sondaggio di Talker Research il 63 per cento degli intervistati della Generazione Z dichiara di disconnettersi intenzionalmente dagli schermi: è il dato più alto tra tutte le generazioni. Un’indagine Deloitte del 2025, condotta su oltre quattromila britannici, ha rilevato che quasi il venticinque per cento degli utenti ha disinstallato almeno un’app nell’ultimo anno; tra i più giovani la quota sale a un terzo. Secondo il Global Web Index, nel mondo, dal 2022 la percentuale di ragazzi tra 12 e 15 anni che si concedono pause dagli schermi è passata dal diciotto al quaranta per cento.
Alla base del distacco dai social media c’è il burnout digitale, spesso affiancato a problemi di salute mentale e al desiderio sempre più diffuso di un uso più consapevole della tecnologia. Il sovraccarico di notifiche, di contenuti realizzati con l’Intelligenza Artificiale, e di tempi sempre più brevi, dettati dall’algoritmo alimentano sentimenti negativi, come ansia e insoddisfazione. I confini tra vita privata e lavoro si assottigliano, cresce la stanchezza emotiva, e i contenuti generati dall’intelligenza artificiale aumentano il rumore informativo. Si parla di digital fatigue, una condizione di stanchezza mentale, emotiva e fisica derivante dall’uso prolungato di dispositivi tecnologici come smartphone, tablet e computer.
Per questo, alcune persone, soprattutto i più giovani, tentano di tornare a un mondo pre digitale, di cui peraltro spesso non hanno fatto esperienza. Lo fanno acquistando fotocamere analogiche, e-reader, e telefoni progettati per svolgere solo funzioni essenziali, come effettuare chiamate o inviare sms. Adolescenti e giovani adulti provano a usare i dispositivi con intenzionalità, introducendo nella loro quotidianità oggetti monofunzione: tornano i dumbphone, ricompaiono macchine fotografiche analogiche, i lettori mp3, gli iPod, le sveglie, e i taccuini su cui prendere appunti. Un trend che sembra si stia facendo spazio anche nel mercato: nel 2024 le vendite dei dumbphone, o feature phone hanno superato i 2.350 milioni di dollari, e si stima che tra il 2024 e il 2031 la vendita di questi dispositivi aumenterà di 2,3 punti percentuali ogni anno. Come anche sono aumentate le vendite di macchine fotografiche analogiche: il mercato globale delle fotocamere 35mm è passato da 260 milioni di euro nel 2023 a una proiezione di oltre 350 milioni entro il 2030. Kodak, per esempio, ha registrato un raddoppio della domanda per le pellicole nell’estate del 2024, con una notevole crescita delle macchine fotografiche usa e getta.
Ma la tendenza non si riflette solo nella ricerca di dispositivi analogici, ma in una più generica riscoperta delle attività offline. Le ricerche di “hobby analogici”, infatti, sono aumentate del 136 per cento su siti come Michaels, il più grande rivenditore nordamericano di articoli per l’arte, l’artigianato, il fai-da-te. Ad aggiungersi agli hobby riscoperti dalla generazione Z ci sono altre attività come il cucito, i corsi di ceramica, l’uncinetto, e il journaling, molte delle quali sono diventate virali sui social.
Se da una parte infatti questo fenomeno lascia intravedere un segnale che vedrà i giovani sempre più distanti dai social network, dall’altro cela una profonda contraddizione. A inizio anno su TikTok è diventato virale l’hashtag #AnalogBag sotto a video di influencer e content creator che mostravano ai propri follower la loro “borsa analogica”, contenente libri, taccuini, penne, materiale da disegno, come una qualsiasi altra borsa. «Ho inventato la analog bag perché siamo dipendenti dal telefono. È una questione di comodità e ho pensato a come rendere facile la disintossicazione e come incentivare il tempo senza tecnologia nelle nostre giornate – ha detto Sierra Campbell, l’influencer che ha lanciato il trend –. Avere attività analogiche a portata di borsa, mi ha aiutato a tagliare il tempo sul telefono, aggiungendo fantasia e creatività. Il mondo sembra averla accolta bene, e ne sono felice».
La contraddizione è che questo trend sia diventato virale proprio sui social. «Le persone sono stanche, vogliono allontanarsi da tutto e pubblicare quanto sono offline, online», osserva una youtuber in un video intitolato “La borsa analogica di TikTok e l’ossessione di fingere di essere offline”. Il trend “analogico” su TikTok tra il 2025 e il 2026 celebra la nostalgia pre-digitale con contenuti che esaltano uno stile di vita esule dagli algoritmi, ma che talvolta si traducono in consumo rapido di oggetti retrò, perfetti per il feed di Instagram.
Sugli account social delle generazioni più giovani compaiono sempre più fotografie a bassa risoluzione, sgranate e volutamente imperfette, spesso scattate con fotocamere digitali compatte dei primi anni Duemila o modificate appositamente per apparire come tali. Il fenomeno potrebbe apparire come un attestato di realtà in un ecosistema mediatico pervaso da contenuti iperrealistici realizzati con l’Intelligenza artificiale; o una ribellione contro l’estetica patinata e iper-elaborata della fotografia degli smartphone. Un altro tentativo fallito di vivere la vita fuori dagli schermi. Secondo Forbes, il 2026 sarà «l’anno dello stile di vita analogico», o forse sarà l’anno in cui proveremo a dimostrare a noi stessi e al mondo di avere una vita offline, online.