In alto mareLe piattaforme offshore possono alleviare la richiesta energetica dei data center, ma non sostituirla

L’azienda Panthalassa promette con il prototipo Ocean-3 di costruire piattaforme autonome e galleggianti che usano l’energia delle onde, inviando i dati attraverso satelliti in orbita bassa. Ma resta da capire se possano funzionare davvero su scala industriale

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Peter Thiel ha investito 140 milioni di dollari in una società che vuole far funzionare data center per l’intelligenza artificiale in mare aperto, alimentandoli con l’energia delle onde. Il fondatore di Palantir e Paypal spera così di risolvere per primo e in anticipo su tutti gli altri il collo di bottiglia dell’intelligenza artificiale. I nuovi modelli richiedono una quantità crescente di potenza di calcolo, ma ogni nuovo data center ha bisogno di tanta elettricità e spazi enormi. Costruirne abbastanza sulla terraferma sta diventando sempre più complicato a causa dei permessi e delle speculazioni di chi ha capito l’esigenza del mercato. 

La società che ha ricevuto l’ingente finanziamento è nata in Oregon nel 2016 e si chiama Panthalassa. Il nome è già una dichiarazione d’intenti: Pantalassa era l’oceano globale che circondava la Terra quando tutti i continenti erano ancora uniti nella Pangea, nel Triassico.  In quasi dieci anni la società ha lavorato sulla parte più difficile del progetto ha sviluppato e testato diversi prototipi, tra cui Ocean-1, Ocean-2 e Wavehopper, con prove condotte nel 2021 e nel 2024. Quei test servivano a verificare tre condizioni decisive: primo la resistenza meccanica delle strutture in un ambiente corrosivo e instabile, secondo l’affidabilità del sistema che converte il movimento delle onde in elettricità, terzo la possibilità di mantenere operativo un dispositivo offshore senza dipendere da infrastrutture fisse a terra o sul fondale. 

Ma è stato il terzo prototipo, Ocean-3, ad attirare l’ingente finanziamento di Thiel: una piattaforma galleggiante autonoma che sfrutta il movimento delle onde attraverso un sistema idraulico chiuso. L’oscillazione del mare aziona il circuito, il circuito mette in funzione turbine interne e le turbine producono elettricità. come ha spiegato il CEO di Panthalassa, Garth Sheldon-Coulson, a CBS News, Ocean-3 non avrebbe ancore, né cavi verso la costa: resterebbe in mare aperto come sistema autopropulso, ricavando elettricità dal movimento delle onde senza doverla trasferire alla rete terrestre e invierebbe i risultati delle elaborazioni attraverso satelliti in orbita bassa.

Il prototipo autonomo di Panthalassa potrebbe eliminare l’infrastruttura più costosa: i cavi sottomarini collegati a siti terrestri ad alta potenza. Questo è il punto in cui si sono incagliati finora molti progetti di energia marina. Ecco perché  il finanziamento guidato da Thiel valuta Panthalassa molto di più dei 140 milioni investiti: quasi 1 miliardo di dollari, come riportal Financial Times, La cifra è rilevante, ma rischiosa perché la tecnologia è ancora sperimentale. Ma si diceva lo stesso di Paypal, Facebook e Palantir ed eccoci qui. 

Non mancano però gli ostacoli. Panthalassa sostiene che, quando il sistema sarà prodotto su larga scala, l’energia generata dalle sue piattaforme potrà costare fino a 0,02 dollari per kWh, un livello competitivo rispetto a diverse forniture industriali. Per ora, però, quel valore resta una proiezione dell’azienda e dipende da variabili che solo l’uso prolungato in mare potrà verificare. Ocean-3 dovrà dimostrare di produrre elettricità in modo continuo anche quando le condizioni cambiaeranno. 

Riuscirà a proteggere i server da umidità, sale e vibrazioni? Potrà essere riparato senza interventi frequenti o costosi? Il problema non è soltanto generare energia dalle onde, ma farlo abbastanza a lungo da rendere conveniente l’intera infrastruttura. In mare aperto ogni componente è sottoposto a corrosione, incrostazioni biologiche, urti, tempeste e sollecitazioni meccaniche continue: tutti fattori che possono ridurre l’efficienza, aumentare i costi di manutenzione e accorciare la vita operativa delle piattaforme. Lo scopriremo presto: il capitale raccolto dovrebbe finanziare il completamento di uno stabilimento vicino a Portland e preparare le prime installazioni di Ocean-3, con sistemi pilota previsti già quest’anno e una possibile fase commerciale, tutta da verificare, nel 2027. 

Data center in mare o sull’acqua non sono una novità assoluta, ma finora sono tutti collegati in un modo o nell’altro con la terraferma. La Nautilus Data Technologies, per esempio, ha sviluppato data center galleggianti installati su chiatte e raffreddati con acqua prelevata dall’ambiente circostante. Il caso più citato è quello di Stockton, in California, dove la piattaforma sfrutta il raffreddamento ad acqua per ridurre il ricorso ai sistemi tradizionali di climatizzazione e limitare l’uso di acqua potabile. Microsoft ha esplorato un’altra strada con Project Natick, il suo esperimento di data center subacqueo al largo delle Orcadi, in Scozia. L’obiettivo, riuscito, era capire se un data center sigillato e immerso potesse funzionare con meno guasti, temperature più stabili e tempi di installazione più rapidi rispetto a una struttura tradizionale. 

A marzo, le aziende giapponesi Mitsui O.S.K. Lines e Hitachi hanno annunciato uno studio per trasformare navi usate in data center galleggianti, con una possibile entrata in servizio dal 2027. L’idea è utile in un paese così densamente urbanizzato e povero di grandi spazi disponibili. Le navi possono offrire superfici già esistenti, collocabili vicino alle aree costiere dove si concentra la domanda digitale. Anche qui il mare aiuta soprattutto su due fronti, lo spazio e il raffreddamento. È un approccio interessante per l’Italia anche perché aiuterebbe e riconvertire i porti meno trafficati, dando nuova vita. 

Siccome Ocean 3 è ancora un prototipo tutto da testare su larga scala, nessuno ha ancora pensato al possibile problema ambientale. Certo, una piattaforma isolata può avere un impatto contenuto, ma se fosse una flotta come nelle intenzioni di Panthalassa? 

In mare aperto non esistono spazi biologicamente neutri: correnti, fondali, migrazioni, aree di alimentazione, zone di riproduzione e attività di pesca si sovrappongono in modi spesso difficili da prevedere. Una piattaforma potrebbe diventare un nuovo substrato colonizzato da alghe, molluschi e altri organismi marini, alterando gli equilibri locali e attirando specie che prima non erano presenti in quella densità. Oppure il rumore prodotto dai meccanismi interni e dalle operazioni di manutenzione potrebbe disturbare mammiferi marini e pesci sensibili alle vibrazioni, mentre le luci, la presenza fisica delle strutture e gli spostamenti delle unità potrebbero interferire con rotte migratorie o aree di pesca. Finché si parla di pochi prototipi, questi impatti possono essere studiati e contenuti; se le piattaforme diventassero centinaia o migliaia, la questione non sarebbe più solo tecnologica, ma ecologica.

C’è poi un limite tecnico, tutto da valutare, legato al tipo di lavoro che può essere spostato in mare. I modelli di intelligenza artificiale più avanzati vengono addestrati in grandi cluster di GPU o acceleratori specializzati che devono comunicare tra loro in modo quasi continuo e con tempi di risposta brevi. Durante l’addestramento, migliaia di chip si scambiano enormi quantità di dati a ogni passaggio, e anche piccoli ritardi possono ridurre l’efficienza complessiva del sistema. Una piattaforma isolata, alimentata dalle onde e collegata al resto della rete via satellite, difficilmente potrebbe sostituire i grandi data center dove vengono addestrati i modelli più avanzati.

Potrebbe invece essere più adatta all’inferenza, cioè all’esecuzione di modelli già addestrati, o ad attività che possono essere distribuite senza richiedere una sincronizzazione costante tra molte macchine. In quel caso il calcolo può avvenire lontano dai grandi data center, purché il ritardo nella trasmissione dei risultati sia accettabile. Il vero mercato di Ocean-3 dipenderebbe quindi dalla capacità di assegnare a queste piattaforme i compiti giusti. Su questo, siamo ancora in alto mare. 

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