Deterrenza incompiutaFerretti ai cinesi racconta tutti i limiti del golden power italiano

Da Alpi Aviation allo scontro sul gruppo della nautica, il governo ha corretto operazioni considerate sensibili senza quasi mai usare fino in fondo la leva sanzionatoria prevista dalla legge. Una prudenza legata anche al rapporto con Pechino

Ferretti Security Division

Il caso Ferretti riemerso ieri, con la vittoria della lista riconducibile al colosso statale cinese Weichai e le contestazioni del fondo ceco Kkcg sulla regolarità del processo assembleare e su possibili profili tali da richiedere un intervento del governo tramite il golden power, non è solo una vicenda di governance. È un caso che dice qualcosa di più generale su come l’Italia gestisce oggi i rapporti tra controllo industriale e capitali cinesi.

Ferretti è uno dei principali gruppi italiani della nautica di alta gamma, attivo nella produzione di yacht e imbarcazioni con contenuto tecnologico avanzato. Il suo principale azionista è il gruppo cinese Weichai. È questa combinazione di tecnologia sensibile e capitale statale estero a rendere il dossier rilevante per il golden power.

Il golden power è spesso percepito come uno strumento politico, ma è in realtà una procedura amministrativa che consente allo Stato di intervenire su operazioni considerate strategiche, anche imponendo condizioni o arrivando a bloccarle. Sulla carta è uno degli strumenti più forti in Europa. Ma nei casi più sensibili degli ultimi anni emerge uno schema ricorrente.

Nel caso Alpi Aviation, azienda friulana che produce droni e velivoli leggeri anche per usi dual use, il controllo era passato a soggetti riconducibili a capitali cinesi attraverso una struttura societaria intermedia. Lo Stato è intervenuto in modo molto deciso, arrivando a neutralizzare l’operazione e a far venir meno la cessione delle quote. Ma non è arrivato a utilizzare in modo significativo la parte più pesante del sistema sanzionatorio, quella che avrebbe potuto tradursi in multe molto elevate.

Una dinamica simile si è vista sempre su Ferretti, due anni fa, quando un’istruttoria del Comitato golden power su operazioni di governance e su un buyback si è chiusa dopo che la società ha ritirato le operazioni una volta che il caso era diventato pubblico e sotto attenzione regolatoria. Anche lì nessuna sanzione, nessuno scontro finale.

Il punto non è che lo Stato non intervenga. Interviene, e anche in modo efficace. Ma tende a farlo soprattutto per correggere o bloccare le operazioni prima che si chiudano definitivamente, più che per arrivare alla fase punitiva piena.

Dentro questo schema si inserisce anche un elemento politico inevitabile: la gestione dei rapporti con la Cina. Irrigidire fino in fondo la leva sanzionatoria su gruppi riconducibili a Pechino avrebbe conseguenze che vanno oltre il singolo caso societario. Il risultato è una forte attenzione a evitare escalation.

È qui che i casi precedenti diventano rilevanti per leggere il presente. Quando il sistema interviene ma raramente arriva alla sua massima intensità sanzionatoria, il segnale che si consolida non è di assenza di controllo, ma di intervento selettivo. E questo entra nelle strategie degli attori. Il conflitto non si gioca solo più tra impresa e Stato, ma anche tra azionisti, dentro le società. È quello che si intravede oggi, dove le contestazioni di Kkcg chiamano in causa indirettamente anche il perimetro del golden power.

Il risultato è un sistema che non è debole, ma che appare meno prevedibile nella sua fase più dura. E questa, più che la forza della norma, è oggi la vera variabile politica della sicurezza economica italiana.


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