Liberi tuttiIl malcelato malessere di Salvini, e gli ultimi giorni di scuola del governo Meloni

Le parole del leader della Lega sulla fiducia dei cittadini che cala sono il segnale di un nervosismo reale nella maggioranza, dopo il pasticcio sulle spese militari

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Un fiammifero in un pagliaio. O una cattiveria contro la presidente del Consiglio. Comunque, per quanto le parole di Matteo Salvini siano quelle di un uomo da tempo in difficoltà, e dunque da prendere con le pinze, è la prima volta in assoluto che un leader della maggioranza di governo mette in conto che la situazione possa precipitare. Che si possa andare al voto – da come l’ha detta – anche presto. E ha spiegato in due parole perché Giorgia Meloni può cadere. Semplice: perché le cose vanno male: «Oggi abbiamo inflazione, caro spesa, caro bollette ed è normale che la fiducia dei cittadini cali». Come a dire: se continua così, non reggiamo la pressione dell’opinione pubblica.

Parole dal sen fuggite? Può essere. Ma sarà un caso che l’evenienza di elezioni anticipate sia stata fatta balenare all’indomani del superpasticcio sull’impegno – poi ritirato in fretta e furia dopo l’ira funesta di Meloni e Guido Crosetto – di non raggiungere il cinque per cento di aumento delle spese militari? Una figuraccia che la presidente del Consiglio ha imputato proprio alla Lega, facendo innervosire il suo leader. Uno scivolone sul terreno che è stato sin qui quello sul quale Meloni ha costruito un’immagine da statista, la politica estera e di difesa. Ora la Lega guasta pure quella.

Sono grovigli inestricabili di una maggioranza in cui ormai ognuno, appena può, fa come gli pare, alimentando la sensazione di essere agli ultimi giorni di scuola, quando tutto si fa tranne che studiare e il professore perde autorevolezza. Alla presidente del Consiglio non basta più cacciare questo e sgridare quell’altro.

Meloni non è mai stata così sola, perché il suo partito è preda della grande paura che assale le prime, seconde e terze file di perdere quei brandelli di potere arraffati in questo quadriennio. Forza Italia si arrovella sulla natura della propria identità. E la Lega, già strutturalmente divisa tra il salvinismo arruffone e il buongoverno dei veneti – e in un certo senso anche di Giancarlo Giorgetti –, sente i dolorosi morsi nei polpacci da parte del generalissimo Roberto Vannacci. Salvini non ce la fa a reggere questa situazione, dilaniato tra due spinte opposte: la cultura di governo di Luca Zaia e la Xª Mas. Perciò la Lega sbanda a ogni piè sospinto e cala irrimediabilmente nei sondaggi.

La situazione esterna fa il resto: come dice lo stesso ex Capitano, «la fiducia dei cittadini cala». Fino allo sparo nel buio del ministro del Ponte sullo Stretto, l’idea che circolava era quella di elezioni nella tarda primavera del 2027 – tecnicamente un anticipo minimo rispetto alla scadenza naturale, perché Meloni vuole comunque restare in carica, facendo una legge di bilancio che regali prebende e mancette – ma con quali soldi? – e una nuova legge elettorale.

Valutando i pro e i contro di un election day che accorpi le comunali di Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna alle politiche. Ma il sasso scagliato in piccionaia dal leader leghista fa capire che la smobilitazione generale non è più un tabù. Meglio chiudere prima che trovarsi la casa allagata.

Vedremo la reazione di Meloni. Come minimo tenterà di galleggiare ancora, sperando che la situazione internazionale si calmi e che, piano piano, i prezzi comincino a scendere. Ma fino a quando si può reggere? Questa è la domanda che angoscia la maggioranza. Così che, di fatto, nessuno ormai può escludere un Otto settembre del primo governo di destra della storia repubblicana.

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