Diplomazia parallelaL’insolita missione con cui Roma prova a non perdere la Libia

Il viaggio del Copasir nelle stesse ore del tavolo Onu ospitato alla Farnesina non è stato una semplice ricognizione parlamentare. È il segnale di una strategia italiana: presidiare gli attori che possono sabotare la nuova accelerazione americana e mettere al riparo gli interessi più esposti, dall’energia ai migranti

AP/LaPresse

Sicurezza, energia e migranti sono stati i temi toccati dai membri del Copasir nella visita di mercoledì scorso in Libia. Ma è la visita stessa di un comitato parlamentare, quello che vigila sull’intelligence italiana, in un Paese la cui architettura istituzionale resta bloccata da oltre un decennio tra governi concorrenti, organismi rivali e processi elettorali mai completati, a colpire.

C’erano tutti e dieci i componenti del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, guidati dal presidente Lorenzo Guerini, deputato del Partito democratico, a dimostrazione di una missione che Roma ha voluto caricare di un peso politico trasversale e non ridurre a semplice ricognizione tecnica. Perché il viaggio del Copasir tra Tripoli e la Cirenaica, nelle stesse ore in cui nella capitale italiana andava in scena il primo tavolo ristretto “4+4” promosso dalle Nazioni Unite tra rappresentanti dell’est e dell’ovest libico, non appare come un episodio separato, bensì come il complemento discreto di una più ampia manovra diplomatica sul dossier libico – che anche chi parla di viaggio di «riparazione».

Il dato temporale è il primo elemento da considerare. Il 29 aprile, alla Farnesina, la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia ha riunito per la prima volta otto delegati – quattro dell’est, quattro dell’ovest – con l’obiettivo di sbloccare l’impasse politica e affrontare due nodi sensibili: la ricostituzione dell’Alta commissione elettorale e l’avvio di consultazioni sulle leggi elettorali. Il formato, però, nasce già fragile: non è una sede formalmente investita dalle istituzioni libiche, ma un tavolo costruito attorno a figure emerse su impulso dei due principali poli di potere, il premier Abdulhamid Dabaiba e il generale Khalifa Haftar, lasciando ai margini organismi come l’Alto Consiglio di Stato, che pochi giorni prima aveva bocciato apertamente il piano.

È in questa zona, tra accelerazione internazionale e resistenze interne, che si inserisce la missione del Copasir. Ufficialmente il Comitato si è recato a Tripoli e ad Al-Gubba per approfondire i risvolti di sicurezza nazionale connessi alla situazione libica, dopo un briefing all’ambasciata d’Italia con l’ambasciatore Gianluca Alberini, i vertici militari italiani presenti nel Paese e il direttore di Eni Libia. Sul terreno i parlamentari hanno poi incontrato il presidente dell’Alto Consiglio di Stato, Mohamed Takala, oltre a rappresentanti della Cirenaica. La geografia degli incontri dice molto: il Copasir ha parlato proprio con quei soggetti che il formato 4+4 non riesce a includere pienamente o che guardano con sospetto alla nuova iniziativa sostenuta da Washington.

Secondo fonti a conoscenza della missione, il tavolo ristretto promosso dalle Nazioni Unite è visto con preoccupazione da chi mantiene lo status in Libia. Ed è una definizione che fotografa bene l’attuale equilibrio del Paese: non un caos incontrollato, ma uno status quo armato e frammentato che continua a distribuire potere, incarichi e rendite. In Libia il non-accordo non è solo paralisi: è un ecosistema. Ogni tentativo di ricomposizione – dall’unificazione del bilancio statale al coordinamento militare est-ovest fino a una possibile riforma della macchina elettorale – rischia di alterare una catena di interessi consolidati. Per questo, osserva una fonte informata, tutti gli attori che sono in campo giocano a far saltare il nuovo equilibrio.

La visita del Copasir sembra rispondere precisamente a questa esigenza: non sostituirsi al tavolo politico, ma misurare sul terreno il grado di accettazione o rigetto del processo che sta prendendo forma e, soprattutto, dare il segnale che l’Italia resta presente mentre altri – in primo luogo gli Stati Uniti – tentano di imprimere una svolta. «Il ruolo dell’Italia è anche dare la sensazione che ci siamo», sintetizza una fonte informata, sottolineando il fatto che già il dialogo tra le parti è un elemento positivo, anche più forti delle promesse di investimenti – americani, per esempio – che rischiano di innescare faide interne per accaparrarsi il bottino. Mantenere canali aperti con tutti gli attori significa anche non lasciare che il dossier venga percepito come monopolio di Washington o delle Nazioni Unite e ricordare alle controparti locali che Roma continua a essere un interlocutore ineludibile.

Del resto, la scansione dell’ultimo mese mostra chiaramente che il dossier libico è entrato in una fase di attivismo internazionale. Il 9 aprile il consigliere del presidente statunitense per gli affari arabi e africani, Massad Boulos, ha discusso con Saddam Haftar dei progressi verso un bilancio nazionale unificato e dell’organizzazione dell’esercitazione Flintlock 26, svolta poi a Sirte con la partecipazione congiunta di unità dell’est e dell’ovest del Paese insieme alle forze speciali statunitensi. Due giorni dopo, sotto egida americana, i rappresentanti degli organi legislativi rivali hanno firmato un accordo per unificare la spesa pubblica, il primo dal 2013. Il 29 aprile si è tenuto il 4+4 a Roma. Il 2 maggio il Governo di unità nazionale di Tripoli ha firmato negli Stati Uniti un memorandum con Boeing. Giovedì (7 maggio), infine, Dabaiba è atteso a Roma dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. In meno di un mese si è dunque mossa una regia leggibile: Washington prova a costruire convergenze su finanza pubblica, sicurezza e incentivi economici per creare le condizioni di una successiva accelerazione politica, mentre Roma si assicura di essere presente a ogni snodo.

L’idea di fondo che muove la nuova attivazione americana è diversa da quella seguita finora dalla comunità internazionale. Per anni il dossier libico è rimasto intrappolato nella formula del “prima il grande accordo politico, poi il resto”: nuove regole, elezioni, quindi unificazione delle istituzioni. Una ricetta che non ha prodotto risultati. Il ragionamento che sembra emergere dall’attivismo di Boulos procede invece in senso inverso: partire dall’unificazione di alcune funzioni materiali dello Stato – bilancio, coordinamento militare, cooperazione economica – per creare interessi condivisi tra est e ovest e usare quella rete come catalizzatore di un successivo processo politico. Prima costruire convenienze reciproche, poi tentare di tradurle in architettura istituzionale.

Che questa impostazione non sia esente da ostacoli lo sanno perfettamente anche gli stessi promotori. La Libia non è un sistema che può essere ricomposto soltanto mettendo d’accordo Dabaiba e Haftar. È un mosaico di milizie, municipalità, reti economiche informali, organismi consultivi e sponsor esterni, ciascuno dei quali può rallentare o neutralizzare un processo percepito come troppo rapido. Ed è qui che emerge la prudenza italiana. La missione del Copasir serve anche a questo: verificare quali siano le reazioni nei nodi non pienamente coinvolti dal 4+4, tastare il polso degli attori che potrebbero far deragliare il nuovo corso e raccogliere elementi utili a calibrare la postura italiana nelle settimane successive.

Che il cuore della cautela italiana non sia la pura mediazione politica ma la tutela di interessi nazionali immediati lo dimostrano i dossier affrontati: energia e migranti. Sul primo fronte, la Libia resta per Roma una riserva strategica incompiuta. Il gasdotto Greenstream, che collega Mellitah alla Sicilia, dispone di una capacità ben superiore ai flussi effettivamente inviati oggi in Italia, ma senza una Libia sufficientemente stabile da consentire la messa a terra delle infrastrutture e la protezione degli impianti, l’espansione produttiva resta sulla carta. Sul fronte migratorio la preoccupazione è persino più immediata: il deterioramento della fascia saheliana, l’instabilità del Sudan e l’indebolimento del Ciad come filtro fanno della Libia una vera camera di pressione sul Mediterraneo centrale.

La conclusione è che Roma non sta semplicemente accompagnando l’iniziativa delle Nazioni Unite né opponendosi alla spinta americana. Sta cercando piuttosto di sterilizzarne gli effetti collaterali. L’Italia sa che lo status quo libico non è sostenibile indefinitamente, ma sa anche che un nuovo equilibrio costruito troppo in fretta rischia di produrre contraccolpi proprio nei settori che più toccano la sicurezza nazionale italiana. Per questo, mentre nella capitale si cercava un’intesa tecnica tra otto delegati e Palazzo Chigi si preparava a ricevere Dabaiba, il Copasir veniva mandato sul terreno a parlare con chi quell’intesa potrebbe ostacolarla o farla saltare. Non per fermare il cambiamento, ma per evitare di subirlo senza rete.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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