
Per mesi l’amministrazione di Donald Trump ha sostenuto che l’intelligenza artificiale dovesse essere lasciata libera di crescere. Poche regole, niente vincoli, spazio di manovra totale per tutte le aziende del settore, grandi e piccole. Ora qualcosa sta cambiando, o almeno così pare. Alla Casa Bianca si discute la possibilità di controllare i modelli di intelligenza artificiale prima che vengano rilasciati. Si parla quindi di un possibile ordine esecutivo per creare un gruppo di lavoro che riunisca governo e aziende, e soprattutto di un sistema di revisione preventiva. Un passaggio che segnerebbe una rottura netta con la linea seguita finora. Secondo fonti interne citate dal New York Times, l’obiettivo è arrivare a un processo formale di valutazione dei modelli prima della diffusione pubblica.
Le discussioni coinvolgono direttamente alcune delle aziende più importanti del settore, tra cui OpenAI, Google e Anthropic. Non c’è ancora una decisione definitiva, ma la direzione degli Stati Uniti sembra quella di riportare la regolazione – o qualcosa che le somigli – nell’agenda politica.
Fino a pochi mesi fa Trump parlava dell’intelligenza artificiale come di «un bambino da far crescere». Diceva: «Dobbiamo far crescere questo bambino e lasciarlo prosperare. Non possiamo fermarlo». E ancora: «Non possiamo fermarla con la politica, con regole stupide». L’idea era semplice: la competizione globale, soprattutto con la Cina, richiede velocità, non cautela.
Quel ragionamento non è sparito, anche perché con l’amministrazione Trump i cambi di rotta sono sempre repentini, improvvisi, non si può anticipare granché. Ma qualcuno all’interno dell’inner circle trumpiano deve aver capito che il rischio ha smesso di essere un concetto astratto, quando si parla di intelligenza artificiale. L’epifania potrebbe essere arrivata con l’annuncio del modello Mythos sviluppato da Anthropic, che ha mostrato di poter individuare vulnerabilità informatiche profonde, alcune nascoste da decenni nei sistemi su cui si regge internet. La stessa azienda ha parlato di una potenziale «resa dei conti sulla cybersecurity» indicando un possibile punto di rottura nella storia dell’innovazione tecnologica.
È lo stesso tipo di preoccupazione che emerge nell’editoriale firmato da Dean Ball e Ben Buchanan sul New York Times. I due arrivano da esperienze politiche diverse: Dean Ball è stato Senior Policy Advisor per l’Intelligenza Artificiale e le tecnologie emergenti presso l’Office of Science and Technology Policy (OSTP) della Casa Bianca nel 2025; Ben Buchanan ha ricoperto il ruolo di consigliere speciale della Casa Bianca per l’IA durante l’amministrazione Biden. Entrambi convergono su un punto cruciale: «L’intelligenza artificiale è diventata così potente che, insieme alle sue enormi promesse, pone rischi immediati alla sicurezza nazionale». I rischi, in questo caso, non sono ipotetici o lontani nel tempo, sono immediati.
«Se non cambiamo rotta», scrivono Ball e Buchanan, «i sistemi di intelligenza artificiale travolgeranno un governo statunitense distratto e sclerotico, incapace di gestirne lo sviluppo». Il punto, allora, non è solo cosa può fare l’intelligenza artificiale, ma quanto rapidamente sta avanzando rispetto alla capacità delle istituzioni di capirla e governarla.
Gli esempi che portano i due autori dell’articolo sono molto concreti. Parlano di sistemi in grado di trovare migliaia di vulnerabilità in software critici. Modelli che «ora superano costantemente i virologi con dottorato di ricerca nella risoluzione dei problemi degli esperimenti di laboratorio nei loro campi di competenza». Capacità sempre più avanzate nella progettazione di materiali, nello sviluppo industriale, nella creazione di strumenti utilizzabili anche in ambito militare.
Questo è un cambio di paradigma fondamentale per mettere nella giusta prospettiva i rischi connessi all’intelligenza artificiale: a lungo l’abbiamo considerata un’innovazione principalmente economica, capace di cambiare dei settori industriali e dei metodi di lavoro, invece si sta rivelando un’infrastruttura strategica, è come se parlassimo di energia, di nucleare, di telecomunicazioni.
E infatti Ball e Buchanan parlano esplicitamente della necessità di un intervento pubblico tempestivo: «Il Congresso dovrebbe imporre verifiche sulle dichiarazioni e sui processi di sicurezza degli sviluppatori di intelligenza artificiale, richiedendo che queste siano condotte da organismi di esperti indipendenti supervisionati dal governo», cioè controlli indipendenti sui sistemi sviluppati dalle aziende. E insistono sulla necessità di una linea politica condivisa: «Una collaborazione bipartisan sull’intelligenza artificiale è una necessità strategica».
È qui che si possono riannodare i fili per tornare alla preoccupazione dell’amministrazione Trump. L’idea, riportata da più fonti, è evitare di trovarsi a reagire dopo un evento grave, come un attacco informatico su larga scala connesso a certi modelli avanzati fuori controllo. Da qui l’ipotesi di un sistema che consenta al governo di avere accesso ai modelli prima della loro diffusione.
Certo, l’idea di un controllo governativo preventivo somiglia molto alle distopie autoritarie di certi romanzi di fantascienza, e alcune aziende temono che un eccesso di controllo possa rallentare l’innovazione – favorendo indirettamente la Cina nella competizione globale.
Nel frattempo però cambia anche il clima politico. Secondo i dati citati dal New York Times, circa metà degli elettori americani, sia repubblicani sia democratici, si dichiarano più preoccupati che entusiasti rispetto all’intelligenza artificiale. È uno dei rari terreni comuni su cui convergono i cittadini statunitensi in quest’epoca di polarizzazione massima. Questo contribuisce a spiegare perché la richiesta di regole non arriva più solo da una parte politica o da ambienti accademici.
L’equilibrio tra sicurezza e libertà è entrato con prepotenza nell’ambito tecnologico, permeando la politica, l’economia, le aziende di settore. L’idea che l’intelligenza artificiale possa svilupparsi senza un quadro di regole condivise sta perdendo terreno, anche negli ambienti che fino a poco tempo fa difendevano un approccio opposto. E questo, forse più di ogni altra cosa, segna l’inizio di una nuova consapevolezza.