La prova dei fattiL’accessibilità digitale entra in una nuova fase con il nuovo regolamento AgID

Con la nuova normativa di vigilanza prende forma un sistema che collega diritti degli utenti, controlli e responsabilità organizzative. Una svolta che cambia il modo di gestire servizi e prodotti digitali

Unsplash

Negli ultimi anni l’accessibilità digitale è passata dall’essere un tema riservato agli addetti ai lavori a una questione che riguarda sempre più da vicino aziende, pubbliche amministrazioni e milioni di cittadini. Dietro questa trasformazione c’è un cambiamento normativo importante, iniziato con l’European Accessibility Act e proseguito con il suo recepimento in Italia attraverso il D.Lgs. 82/2022. Ma il passaggio più significativo è arrivato negli ultimi mesi, quando l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) ha completato il quadro operativo che permette di verificare, monitorare e, se necessario, sanzionare le violazioni in materia di accessibilità.

Il 15 maggio 2026 AgID ha infatti pubblicato il nuovo regolamento che disciplina le attività di vigilanza sull’accessibilità dei servizi informatici. A prima vista potrebbe sembrare un aggiornamento tecnico destinato soprattutto a giuristi e responsabili della compliance. In realtà, il regolamento rappresenta un tassello fondamentale di un percorso più ampio: quello che sta trasformando l’accessibilità digitale da principio astratto a requisito concreto e verificabile.

La prima precisazione da fare è che il nuovo regolamento non introduce nuovi obblighi tecnici. Le regole che definiscono quando un sito, un’applicazione o un servizio digitale possono essere considerati accessibili restano sostanzialmente le stesse. I riferimenti tecnici continuano a essere gli standard WCAG 2.1 livello AA e la norma europea EN 301 549, già al centro della disciplina italiana ed europea.

La novità riguarda invece il modo in cui queste norme vengono fatte rispettare. Per anni il quadro normativo sull’accessibilità digitale è stato caratterizzato da un paradosso: gli obblighi esistevano, ma mancavano procedure sufficientemente chiare e strumenti operativi capaci di renderli davvero efficaci.

Il nuovo regolamento definisce in modo dettagliato chi interviene, come vengono effettuate le verifiche, quali documenti possono essere richiesti e quali conseguenze possono derivare da un mancato adeguamento. In altre parole, non cambia ciò che le organizzazioni devono fare, cambia il modo in cui AgID può verificare che lo stiano facendo.

Per capire l’importanza di questo passaggio è utile fare un passo indietro. L’accessibilità digitale non è un tema nuovo nel panorama italiano. Già nel 2004 la cosiddetta Legge Stanca aveva introdotto obblighi specifici per la pubblica amministrazione e per alcune categorie di soggetti privati. Per molti anni, però, il tema è rimasto concentrato soprattutto sul settore pubblico.

Il vero cambio di paradigma è arrivato con l’European Accessibility Act, la direttiva europea che ha esteso i requisiti di accessibilità a una vasta gamma di prodotti e servizi privati destinati ai consumatori. In Italia la direttiva è stata recepita attraverso il D.Lgs. 82/2022, diventato pienamente applicabile dal 28 giugno 2025.

Successivamente, nel marzo 2026, AgID ha pubblicato le Linee guida operative sull’accessibilità dei servizi digitali e ha attivato la piattaforma pubblica attraverso cui cittadini e consumatori possono segnalare eventuali barriere digitali.

Con il regolamento di maggio si completa quindi un percorso iniziato anni fa: esistono gli obblighi, esistono gli strumenti per verificarli ed esiste una procedura chiara per intervenire quando non vengono rispettati.

Uno degli aspetti più importanti riguarda il perimetro dei soggetti interessati. Molte aziende continuano ad associare l’accessibilità digitale esclusivamente alla pubblica amministrazione. In realtà il quadro attuale è molto più ampio.

Restano naturalmente coinvolti enti pubblici, amministrazioni e soggetti già ricompresi nella Legge Stanca. Ma il D.Lgs. 82/2022 interessa anche numerose organizzazioni private che operano in settori chiave dell’economia digitale.

Rientrano infatti nel perimetro della normativa i servizi di e-commerce, i servizi bancari e finanziari rivolti ai consumatori, le piattaforme di comunicazione elettronica, i servizi che consentono l’accesso a contenuti audiovisivi, gli elementi digitali dei servizi di trasporto passeggeri – come siti web, applicazioni e sistemi di biglietteria – oltre agli e-book e ai relativi software di lettura. Per molte organizzazioni, dunque, il tema non riguarda più una possibile evoluzione futura. È già parte delle responsabilità operative attuali.

La novità più rilevante introdotta dal regolamento riguarda la definizione di un percorso preciso che porta dalla segnalazione di una criticità all’eventuale applicazione di una sanzione. Il procedimento può essere avviato in diversi modi. Può nascere da una segnalazione presentata da un cittadino, da un reclamo relativo a una richiesta di accessibilità rimasta senza risposta oppure da attività di monitoraggio effettuate direttamente da AgID.

In una prima fase interviene il Difensore civico per il digitale, che può richiedere informazioni, documentazione e chiarimenti all’organizzazione coinvolta. Se vengono riscontrate criticità, l’azienda o l’ente interessato viene invitato a presentare un piano di adeguamento e a indicare le tempistiche necessarie per risolvere i problemi individuati.

È importante sottolineare che il sistema è stato progettato per favorire la conformità prima della sanzione. L’obiettivo principale non è punire, ma rimuovere le barriere digitali e garantire che i servizi siano realmente accessibili.

Se però l’organizzazione non collabora o non realizza gli interventi concordati, il fascicolo passa alla fase successiva, quella sanzionatoria, che può culminare in un provvedimento formale adottato dal Direttore Generale di AgID.

La presenza di sanzioni è inevitabilmente uno degli aspetti che ha attirato maggiore attenzione. Per alcune violazioni sono previste sanzioni amministrative che possono arrivare fino a quarantamila euro, mentre per determinate categorie di soggetti già ricomprese nella Legge Stanca si può arrivare fino al cinque per cento del fatturato annuo. Nei casi più gravi e persistenti, il quadro normativo prevede anche misure ulteriori, come la sospensione del servizio o il ritiro di un’applicazione dagli store digitali.

Ridurre il tema alle sole sanzioni, però, rischia di essere fuorviante. Il vero cambiamento introdotto negli ultimi mesi non è tanto l’entità delle multe quanto la nascita di un sistema che rende concretamente verificabile il rispetto delle norme. Per la prima volta esiste un percorso formalizzato che collega i diritti degli utenti, l’attività di vigilanza dell’autorità e le responsabilità delle organizzazioni.

C’è poi un altro aspetto che spesso passa inosservato ma che potrebbe avere conseguenze profonde sul modo in cui le organizzazioni affrontano l’accessibilità. Per molti anni il dibattito si è concentrato soprattutto sulla conformità tecnica: rispettare o meno determinati requisiti. Oggi diventa sempre più importante anche la capacità di dimostrare il lavoro svolto.

Audit, verifiche periodiche, documentazione tecnica, dichiarazioni di accessibilità aggiornate e piani di rimediazione diventano elementi essenziali non soltanto per migliorare l’esperienza degli utenti, ma anche per dimostrare di aver affrontato il tema in modo strutturato e continuativo. Si passa, in altre parole, da un modello basato sull’autodichiarazione a uno in cui la conformità deve essere sostenuta da evidenze documentabili.

Come ha osservato Accessiway in una recente analisi dedicata alle nuove regole AgID, il cambiamento più significativo non riguarda l’introduzione di nuovi requisiti tecnici, ma la nascita di un sistema che rende l’accessibilità effettivamente verificabile. In questo nuovo scenario, la capacità di documentare verifiche, audit e interventi correttivi diventa parte integrante della conformità stessa.

Per molte organizzazioni il problema non consiste tanto nell’intervenire una volta, quanto nel mantenere nel tempo il livello di accessibilità raggiunto.

Siti web, applicazioni e servizi digitali evolvono continuamente. Nuove funzionalità vengono introdotte, contenuti aggiornati, componenti sostituiti. Ogni cambiamento può potenzialmente reintrodurre barriere che erano già state corrette.

Per questo motivo le più recenti indicazioni normative insistono sempre di più su concetti come accessibility by design e monitoraggio continuo. L’accessibilità non viene più considerata un controllo finale da effettuare prima della pubblicazione di un servizio, ma una caratteristica che deve accompagnarne l’intero ciclo di vita.

È proprio in questo contesto che strumenti di audit, monitoraggio e governance assumono un ruolo sempre più importante. Secondo Accessiway, una delle difficoltà principali per molte organizzazioni non è capire cosa fare, ma riuscire a mantenere l’accessibilità nel tempo mentre prodotti, contenuti e servizi continuano a evolversi. Per questo l’azienda ha sviluppato un approccio che combina audit specialistici, monitoraggio continuo, gestione delle dichiarazioni di accessibilità e supporto alla governance, con l’obiettivo di trasformare l’accessibilità da intervento occasionale a processo strutturale.

Il nuovo regolamento AgID rappresenta dunque molto più di un aggiornamento procedurale. Segna il passaggio a una fase in cui l’accessibilità digitale non è più soltanto un obiettivo dichiarato o un requisito teorico, ma una responsabilità concreta che può essere verificata, documentata e richiesta dagli utenti. Per aziende e istituzioni significa confrontarsi con un quadro più maturo e più esigente. Per i cittadini significa poter contare su strumenti più efficaci per esercitare un diritto che, nell’era digitale, è sempre più essenziale.

X