
Mi pare evidente che il problema principale della nostra epoca sia l’infantilizzazione della società e delle stesse classi dirigenti, unita alla sempre maggiore diffusione di strumenti tecnologici di potenza smisurata. La somma di queste due tendenze produce il rischio di mettere armi nucleari tascabili in mano a bambini difficili, con seri problemi di controllo della rabbia. Non mi pare un rischio da poco.
Sostiene Bret Stephens, opinionista del New York Times: «In un’altra epoca, Trump avrebbe chinato il capo per la vergogna dopo la terza o quarta bancarotta e si sarebbe messo a fare il parrucchiere. E Musk si sarebbe preso una pausa dalla vita dopo la debacle del Doge e avrebbe trascorso un paio d’anni in un monastero in Bhutan. Ma nella nostra epoca, la gente trasforma la notorietà in celebrità e la celebrità in ricchezza, e così uno di quei due signori è l’uomo più potente della terra e l’altro è il più ricco». E subito dopo aggiunge: «Credo che questo non sia un commento su ciò che sono riusciti a fare passandola liscia, ma su ciò che la nostra cultura permette loro di fare passandola liscia». Una chiosa che potremmo prendere come un utile contrappeso rispetto a tanta retorica sulla superiorità della cultura d’impresa americana, che consente a tutti di fallire e ripartire senza problemi, ma non vorrei finire fuori tema. E il tema è il collegamento tra una cultura che consente tutto questo e le smisurate possibilità aperte dall’Intelligenza artificiale.
Al riguardo, leggo sul Financial Times che Chad Jones, professore di Economia a Stanford diventato particolarmente popolare nel settore dell’Intelligenza artificiale per l’approccio molto ottimista alle sue potenzialità, e forse anche per questo appena reclutato da Anthropic, nel 2023 aveva pubblicato uno studio intitolato «Il dilemma dell’IA: crescita contro rischio esistenziale» (per pigrizia traduco anch’io «existential risk» con «rischio esistenziale», che in italiano temo faccia pensare a una discussione con Sartre sul senso della vita, ragion per cui «rischio di annientamento» renderebbe forse meglio l’idea). Nel suddetto studio Jones scriveva: «Qual è il prezzo di questo straordinario cambiamento nel tenore di vita? Ricordiamo che dovremmo affrontare una probabilità di rischio esistenziale dell’1% all’anno per 40 anni, quindi la probabilità di sopravvivere a questa esplosione dell’Ia è exp(−0,01 × 40) ≈ 0,67. In altre parole, con l’utilità logaritmica è ottimale accettare una probabilità su tre di porre fine all’esistenza umana in cambio di una probabilità di due terzi di aumentare drasticamente il tenore di vita di un fattore 55».
Non mi addentro per ovvie ragioni sui dettagli del calcolo matematico, né voglio minimamente sottovalutare l’enormità del cambiamento prefigurato nella possibilità di elevare il tenore di vita della popolazione mondiale. Dico solo che una probabilità su tre di «porre fine all’esistenza umana», chiamatemi pure antiquato, a me pare un po’ altina. E il bello è che quelli di Anthropic sarebbero i buoni, posto che in tutto questo casino non è affatto facile capire chi siano i buoni. C’è anche chi ha definito gli scrupoli e i continui allarmi lanciati da Dario Amodei una cinica strategia di potere e di immagine (per l’esattezza, disaster-porn-as-marketing-tool: pornografia delle tragedie come strumento di marketing). Sta di fatto che per difendere quei principi Amodei è arrivato a un durissimo scontro con l’Amministrazione Trump, e sul fatto che in questa storia Trump e la sua corte siano i cattivi non può esserci dubbio. Per non parlare di Peter Thiel, il fondatore di Palantir, ex socio di Elon Musk e mentore di J.D. Vance, che oggi va in giro a fare conferenze sull’Anticristo e investe miliardi nel tentativo di raggiungere l’immortalità (per gli interessati, Stefano Pistolini ne ha tracciato qui un ritratto esauriente), facendomi venire il sospetto che quella dell’estinzione non sia nemmeno la peggiore delle ipotesi.