Epic disasterLa guerra di Trump contro l’Iran costa miliardi, ma il vero conto è la sostenibilità militare

La stima di Csis e la richiesta di fondi di Trump al Congresso raccontano una stessa sfida: non solo pagare una guerra, ma ricostruire le capacità consumate

AP/LaPresse

Trentaquattro, forse quarantadue miliardi di dollari. È il conto stimato dal Center for Strategic and International Studies sul costo operativo dell’operazione Epi Fury, la campagna militare lanciata dagli Stati Uniti contro l’Iran il 28 febbraio. Ma il valore dell’analisi non sta soltanto nella cifra: mostra come il prezzo di una guerra moderna non si esaurisca nelle operazioni militari, ma continui nella ricostruzione delle capacità consumate. Secondo il think tank americano, il costo della campagna comprende dispiegamenti militari, ore di volo, carburante, manutenzione, supporto logistico e soprattutto l’impiego di munizioni. È proprio quest’ultimo elemento a rappresentare il nodo strategico: una guerra può essere breve sul piano operativo, ma lasciare dietro di sé un conto molto più lungo da pagare in termini di scorte, produzione industriale e prontezza militare.

La richiesta presentata dall’amministrazione Trump al Congresso rende concreto questo problema. La Casa Bianca ha chiesto quasi 88 miliardi di dollari in fondi supplementari, di cui 67,1 miliardi destinati al Pentagono. Una parte significativa, circa 21 miliardi, è destinata alla ricostituzione delle scorte di missili e altri sistemi utilizzati durante il conflitto.

La differenza tra le due cifre è fondamentale. La stima di Csis riguarda il costo della campagna militare; la richiesta dell’amministrazione riguarda invece le risorse necessarie a coprire le conseguenze della guerra e a riportare le forze armate a un livello adeguato di prontezza. È il passaggio dal costo dell’operazione al costo della sostenibilità.

Ed è proprio questo il punto centrale dell’analisi del Csis: nelle guerre contemporanee la domanda non è soltanto quanto costa usare una determinata capacità militare, ma quanto costa ricostituirla. Missili, intercettori e munizioni di precisione sono strumenti fondamentali sul campo, ma richiedono tempi lunghi di produzione e filiere industriali difficili da espandere rapidamente.

La lezione degli ultimi anni – dalla guerra in Ucraina alle crisi in Medio Oriente – è che la potenza militare dipende sempre più dalla capacità industriale. Possedere sistemi avanzati non basta: serve la capacità di produrli, mantenerli e sostituirli quando vengono impiegati.

Per gli Stati Uniti il problema ha una dimensione globale. Washington deve contemporaneamente mantenere la deterrenza nell’Indo-Pacifico, sostenere gli alleati europei, garantire capacità militari ai partner e ricostituire le proprie riserve. Ogni operazione su larga scala apre quindi un problema di priorità strategiche: le risorse consumate in un teatro possono incidere sulla preparazione per scenari futuri.

Il costo della guerra, inoltre, non resta confinato al bilancio della difesa. Le operazioni in aree strategiche possono avere conseguenze sulle rotte commerciali, sui mercati energetici, sui costi assicurativi e sulle catene di approvvigionamento globali. In un’economia interconnessa, anche un conflitto regionale può produrre effetti molto più ampi rispetto al campo di battaglia.

La richiesta di Trump arriva inoltre in un momento politicamente delicato. Il pacchetto dovrà passare dal Congresso e rischia di incontrare resistenze sia tra i democratici, contrari alla guerra, sia tra quei repubblicani preoccupati dall’aumento della spesa federale. Il costo militare diventa quindi anche un costo politico.

La vera lezione di Epic Fury, secondo la lettura proposta da Csis, è che le guerre del XXI secolo non si vincono soltanto con la capacità di colpire un obiettivo. Si vincono anche con la capacità di sostenere lo sforzo nel tempo: nelle fabbriche, nelle catene di approvvigionamento e nella capacità di ricostituire rapidamente ciò che viene consumato. Perché il vero prezzo di una guerra non è soltanto il denaro speso per combatterla. È la capacità di un Paese di essere pronto quando arriverà la prossima crisi.

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