Guerra politicaIsraele guarda al generale Eisenkot per voltare pagina dopo Netanyahu

L’ex comandante dell’Idf cresce nei sondaggi perché offre agli israeliani una risposta al trauma del 7 ottobre diversa dallo scaricabarile del governo. La difesa dell’onore dell’esercito può trasformarlo nel rivale più credibile del premier israeliano

LaPresse

La volatilità dell’elettorato, che si verifica ovunque nel mondo al giorno d’oggi, è sicuramente figlia della fine delle ideologie e colpisce persino in Israele, Paese in guerra, in cui le motivazioni del voto di ogni elettore sono letteralmente a difesa della propria vita e di quella dei propri figli. In Italia, nell’ultimo decennio, l’abbiamo registrata con lo spostamento caotico di un trenta-quaranta per cento di voti, ora a favore di Matteo Renzi, poi di Matteo Salvini, poi del Movimento 5 Stelle, poi di Fratelli d’Italia. Un caos di destra-sinistra-destra.

In Israele questo fenomeno è limitato invece al campo dell’opposizione. Benjamin Netanyahu, detto Bibi, infatti, nei suoi ultimi quindici anni di governo, ha trasformato il suo partito, il Likud, in un feudo personale popolato da sbiaditi yes men a lui fedelissimi, una roccaforte egemone nel campo della destra, e ha fatto passare all’opposizione gli unici suoi alleati con carattere e personalità, come Avigdor Lieberman, che è stato addirittura suo capo di gabinetto, e Naftali Bennett, anche lui suo capo di gabinetto. L’unico forte movimento elettorale che si è registrato nel campo della destra è stato dunque quello sciagurato, provocato dallo stesso Netanyahu, con l’ingresso, da lui promosso nella sua coalizione elettorale, dei para-fascisti Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, che, nobilitati da questo riconoscimento di legittimità, sono passati nel 2022 da tre a quattordici seggi. Da qui le disastrose scelte degli ultimi anni.

Enorme, invece, la volatilità dei consensi e dei voti nel campo dell’opposizione. Suo simbolo è stata la traiettoria di Benny Gantz, ex generale, capo dell’Idf, passato dal 2020 a oggi dall’essere a capo dell’opposizione col suo partito Bianco e Blu, con un determinante 29,2 per cento del 2019, alla scomparsa in un 2026 in cui tutti i sondaggi, da mesi, pronosticano che non riuscirà neanche a passare la soglia di sbarramento del 3,25 per cento. Questa volatilità dei consensi nel campo opposto a Netanyahu spiega in buona parte anche il suo successo. Mentre, infatti, sono forti e indubbie le sue capacità politiche, retoriche e di richiamo del consenso, e quindi la sua popolarità, i suoi avversari sono molto deboli quanto a doti di leadership.

Si è detto di Benny Gantz, che ha sperperato le sue carte con una scialba, scialbissima politica di contrasto a Netanyahu. Da parte sua, invece, Yair Lapid paga l’essere più un anchorman che un trascinatore di consensi, e paga anche la sua inesperienza di governo. Avigdor Lieberman, invece, è troppo caratterizzato dai suoi rapporti forti e determinanti con la comunità degli ebrei provenienti dalla Russia sovietica, invisi alle altre e tante minoranze ebraiche.

Ma il fenomeno più interessante, e in un certo modo inquietante, ha riguardato negli ultimi mesi la perdita di consensi, quanto a leadership dell’opposizione, di Naftali Bennett, che pure ha governato come premier per un anno, dal 2021 al 2022. Questi, un ex militare dei corpi speciali israeliani – come Netanyahu, peraltro – e milionario grazie al successo delle sue start-up di software, con posizioni piuttosto destrorse e rapporti ambigui con il movimento dei coloni, è infatti precipitato nei sondaggi a un debole 36 per cento dei consensi, a favore di Gadi Eisenkot, che si è invece stabilizzato su un consistente 44 per cento.

Un passaggio di leadership dell’opposizione motivato da una radicale volatilità dei consensi. Eisenkot, un generale, ha dalla sua il classico prestigio che hanno in Israele gli ex comandanti dell’Idf, e la sua storia personale di padre di uno dei primi soldati morti a Gaza e zio di altri due caduti in guerra. Ma non ha assolutamente nessuna esperienza di governo o politica, e un anno fa i sondaggi davano il suo nuovo partito, Yashar, solo al 5 per cento, mentre oggi lo danno triplicato, al 15 per cento e più. Inoltre, non è dotato di una retorica travolgente, come Netanyahu, e parla un inglese appena passabile, come i vecchi sabra, gli israeliani nati nel Mandato tra le due guerre, che erano appunto, come i cactus – questo vuol dire sabra –, spinosi e duri all’esterno, ma morbidi e gustosi all’interno.

Questo straordinario e inaspettato exploit di leadership pare essere collegato, oltre che alla volubilità dell’elettorato, soprattutto a un marcato errore strategico di Netanyahu. Questi, infatti, non solo ha incredibilmente negato ogni propria responsabilità nel disastro del 7 ottobre, che l’ha visto invece responsabile evidente di un’analisi totalmente sbagliata su Hamas, e quindi di una conseguente politica di difesa e di sicurezza errata, ma ha anche più volte esplicitamente rigettato solo sui generali e sull’Idf ogni e qualsiasi responsabilità dell’incredibile permeabilità registrata quel tragico giorno. I generali in carica allora, peraltro, si sono tutti dimessi, ma, ovviamente, i loro successori, a partire dall’attuale capo dell’Idf, Eyal Zamir, nonostante sia stato un ex uomo di piena fiducia di Netanyahu, si trovano ora nella necessità assoluta di impedire che l’onta della vergognosa sconfitta subita con quel pogrom ricada tutta sull’esercito, come vuole esplicitamente il premier.

Per questo Eisenkot, che ha burrascosamente rotto con il Gabinetto di guerra di Netanyahu nel 2024, in pieno disaccordo con la conduzione della guerra di Gaza e a fianco delle famiglie degli ostaggi, oggi sale nei sondaggi. Dietro di sé ha non soltanto le enormi manifestazioni di protesta contro il governo, guidate appunto dalle famiglie degli ostaggi, ma soprattutto ha tutto il quadro di comando delle Forze Armate israeliane, a partire da Eyal Zamir – con totale discrezione, naturalmente –, che, per la prima volta nella storia, è costretto a schierarsi fermamente contro il governo uscente. Se Netanyahu vincesse ancora una volta, infatti, la commissione d’inchiesta sul 7 ottobre di un suo nuovo governo rigetterebbe sull’Idf tutta la responsabilità del terribile pogrom subito.

Quindi Eisenkot oggi rappresenta ben di più di un generale oppositore di un governo – che peraltro ha scatenato, contro l’Iran, una guerra persa per responsabilità di Donald Trump, stretto alleato e amico di Netanyahu –, ma soprattutto incarna la figura di difensore ideale dell’onore delle Forze Armate. E l’onore delle Forze Armate, in Israele, unico Paese al mondo, coincide totalmente con l’onore di ogni singolo cittadino israeliano.

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