Il “Re del Nord” torna a LondraLa vittoria di Burnham riapre la partita nel Labour

Il successo a Makerfield riapre il dibattito sulla leadership del partito. L’ex sindaco di Manchester torna protagonista, mentre Starmer affronta la prima grande crisi interna dopo la vittoria elettorale

AP/LaPresse

Andy Burnham è tornato a Westminster da vincitore. La vittoria nelle elezioni suppletive di giovedì a Makerfield, nel nord dell’Inghilterra, non è stata soltanto il ritorno alla Camera dei Comuni dell’ex ministro laburista dopo nove anni: è diventata il primo vero terremoto politico interno per Sir Keir Starmer dopo la schiacciante vittoria elettorale del Labour nel 2024.

Burnham ha conquistato il seggio con il 55 per cento dei voti, staccando nettamente il candidato di Reform UK, Rob Kenyon, fermo al 35 per cento. Restore Britain ha raccolto il 7 per cento, mentre i Conservatori sono crollati sotto il 3 per cento. Un risultato che, numericamente, racconta poco di una circoscrizione storicamente laburista, ma che politicamente ha un peso enorme: il candidato sostenuto da Burnham è riuscito a incrementare la quota Labour di circa dieci punti rispetto al risultato delle elezioni generali del 2024, invertendo una tendenza nazionale che vede il partito di governo perdere consenso.

Non era scontato, infatti, che Burnham vincesse: Reform UK arrivava da una serie di successi alle elezioni locali e aveva conquistato terreno proprio nelle aree tradizionalmente operaie del nord dell’Inghilterra, il cosiddetto “muro rosso” che per decenni ha rappresentato il cuore elettorale laburista. Makerfield sembrava il tipo di collegio dove Nigel Farage poteva mettere alla prova la capacità del suo partito di trasformare il consenso locale in una forza nazionale. Il risultato, però, ha raccontato una storia diversa. Burnham non ha soltanto difeso il seggio: ha dimostrato di poter riunire attorno alla sua figura una coalizione trasversale, capace di recuperare una parte dell’elettorato laburista deluso e contemporaneamente attrarre voti tattici da altri partiti con l’obiettivo di fermare Reform.

Nel suo discorso della vittoria ha scelto parole che sono suonate come un messaggio diretto alla leadership del Labour. «La politica non funziona», ha detto, sostenendo che il Paese «non è dove dovrebbe essere» e aggiungendo che quella notte poteva rappresentare «un punto di svolta». La frase più significativa è arrivata quando ha parlato dell’ennesima possibilità per il Labour di cambiare direzione, secondo lui «l’ultima».

Ufficialmente, Burnham non ha aperto una sfida contro Starmer. La sua strategia, almeno per ora, sembra essere quella di lasciare che sia il partito stesso a interrogarsi sulla leadership. Ma a Westminster nessuno ha dubbi sulle sue ambizioni. L’ex ministro della Sanità e attuale sindaco della Greater Manchester è da anni considerato una figura alternativa all’interno del Labour: più vicino al linguaggio delle comunità locali, più attento alle periferie e meno identificato con il progetto centrista costruito da Starmer.

La domanda ora è cosa farà il primo ministro. Starmer può rivendicare un mandato ottenuto meno di due anni fa con una delle maggioranze più ampie della storia recente del Labour. La sua linea, almeno nelle prime ore dopo il voto, è stata quella della normalità: congratularsi con Burnham, al quale nei giorni precedenti aveva anche promesso un incarico di peso nel governo (un cavallo di troia tipo ciò che Boris Johnson fu per Theresa May?) e continuare con l’agenda di governo. Ma il problema politico è che la vittoria di Makerfield ha aperto una discussione che difficilmente potrà essere chiusa. Il risultato dimostra che esiste un’alternativa elettorale interna al partito. Alcuni parlamentari laburisti hanno già iniziato a mettere in dubbio l’autorità politica di Starmer, chiedendo un passaggio di potere ordinato. Il timore a Downing Street è che la contestazione possa crescere se altri deputati dovessero convincersi che Burnham rappresenta una strada più efficace per recuperare il consenso perduto.

La partita, però, non riguarda soltanto il destino personale di Starmer. Riguarda la capacità del Labour di governare un Paese attraversato da problemi strutturali: crisi del sistema sanitario, emergenza abitativa, salari stagnanti, pressione migratoria e una crescente percezione di inefficienza dello Stato. Burnham ha costruito gran parte della propria forza politica sulla promessa di rappresentare una rottura con questa situazione. Ma una volta arrivato al potere dovrebbe dimostrare di poter risolvere problemi che hanno indebolito governi diversi negli ultimi anni.

È qui che si trova il vero rischio per il “Re del Nord”. La sua popolarità nasce dall’immagine di uomo capace di ascoltare le aree dimenticate del Paese. Ma trasformare quella reputazione in una piattaforma nazionale sarà molto più difficile. Se diventasse primo ministro senza convocare elezioni anticipate, avrebbe davanti a sé circa due anni per dimostrare che il cambiamento promesso è reale. In caso contrario, il capitale politico costruito a Makerfield potrebbe consumarsi rapidamente.

Paradossalmente, la crisi interna del Labour potrebbe offrire un’opportunità ai Conservatori di Kemi Badenoch. Dopo il tracollo elettorale di due anni fa, i Tory hanno bisogno di recuperare sia gli elettori fuggiti verso Reform sia quelli delusi dal Labour. Una fase di instabilità a sinistra potrebbe permettere ai Conservatori di riposizionarsi come alternativa istituzionale a un sistema politico percepito come sempre più fragile.

Per ora, però, la fotografia è quella di un Labour improvvisamente costretto a guardarsi allo specchio. La vittoria di Andy Burnham non ha cambiato il governo britannico. Ma ha cambiato la domanda centrale della politica del Regno Unito: non più soltanto se Keir Starmer riuscirà a guidare il Labour, ma se riuscirà a impedire che il partito scelga un’altra strada prima ancora delle prossime elezioni.

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