Mai come di questi tempi vi è un bisogno impellente di costruttori e saldatori, per creare e rafforzare sinergie e connessioni. Gli scenari sono in continuo mutamento – basti guardare al Medio Oriente – e in tale clima d’incertezza, di tensioni e conflittualità, le relazioni tra i Paesi contano. La crisi dello Stretto di Hormuz sta dimostrando che l’Iran, per quanto non sia dotato di una marina paragonabile a quella di altri Paesi occidentali, può bloccare uno dei più strategici passaggi del traffico commerciale mondiale e mettere in seria difficoltà i nostri approvvigionamenti e le nostre economie.
È una crisi, però, che ci dimostra anche quanto il Mediterraneo sia al centro delle rotte di tutto il mondo. Allora, alla luce dell’attualità, si comprende quanto lungimirante sia stato il governo Meloni, fin dal suo insediamento, a spingere per tracciare una nuova via dall’Indo-Pacifico al Mare Nostrum. Il Corridoio infrastrutturale ed economico che collegherà le città portuali dell’India, del Medio Oriente e dell’Europa, Imec, è un progetto dal potenziale gigantesco. L’obiettivo è semplice: stabilizzare le connessioni, per generare una nuova, diffusa, prosperità tra le nostre regioni.
Imec è la chiave per unire, finalmente, tanti punti di convergenza globali. Perché se è vero che tutti i mari del mondo sono collegati tra loro come narra l’epica antica, è altrettanto vero che le dimensioni dell’Indo-Pacifico, del Mediterraneo, dell’Atlantico sono interconnesse. Forgiare nuove rotte è una sfida. Consolidarle altrettanto. Gli Stati Uniti sono ben consci dell’importanza di una maggior cooperazione nell’Indo-Pacifico. Non a caso, il Segretario di Stato statunitense Rubio ha guidato, come primo passo ufficiale, la riunione del Quad, il Dialogo quadrilaterale di sicurezza tra Stati Uniti, Australia, India e Giappone.
L’Italia, poi, grazie alla sua posizione geografica, non può che essere il connettore perfetto con l’Indo-Pacifico, trovandosi al centro dello sviluppo economico, sociale, culturale, politico del Mediterraneo. Nel 2023, Roma e Washington sono stati tra i primi firmatari con Nuova Delhi di questa ambiziosa iniziativa. Oggi è ancora più forte il convincimento, a tre anni di distanza, che si è trattato di una scelta giusta.
Imec potrà essere un elemento d’unione tra le regioni, un vero e proprio nuovo asse globale per le nostre economie, per le risorse energetiche e per la rete di comunicazioni. Il Corridoio risponderà a quell’incertezza per il commercio globale che iniziative come la Belt and Road Initiative, o le politiche di coercizione di Pechino, generano, o ancora, risponderà anche alla turbolenza che Paesi come l’Iran diffondono a macchia d’olio.
Imec infatti vuole essere una risposta alla necessità occidentale di maggiore indipendenza e al bisogno di mettersi in sicurezza. Grazie al Corridoio, l’impulso a settori come la logistica, il digitale, o ancora la collaborazione culturale e scientifica, potrà essere significativo. Sarà anche un’ulteriore opportunità di integrazione per il continente africano, e ancora una volta, qui, il ruolo di primissimo piano dell’Italia, grazie al Piano Mattei del Governo Meloni, è evidente.
Queste sono solo alcune delle tante, ottime, ragioni per promuovere, come terminale in Europa di Imec, il porto italiano di Trieste. Oltre a essere da sempre un crocevia di culture e saperi, Trieste ha caratteristiche strategiche assolutamente uniche. Innanzitutto, rispetto ad altri approdi, Trieste costituisce una porta diretta sull’intera Europa, indipendente da ogni ingerenza. Si collega perfettamente, infatti, al cuore industriale del continente europeo con ben quattro Corridoi Strategici (Mediterraneo, Reno-Alpi, Scandinavo-Mediterraneo e Baltico-Adriatico) e all’Europa orientale, in particolare alla regione baltica. Il timing c’è. La stabilità politica del governo Meloni ha tracciato un solco deciso, che auspichiamo tutti resti ben visibile e sempre più profondo.
