Fuori campoL’ape vale una dieta, Coca-Cola meno di una sorgente e il colore più della menta

Dagli impollinatori che sostengono l’alimentazione di un distretto nepalese alle cellule di cacao coltivate in laboratorio, fino alla Cina che ridisegna la geografia del turismo. Cinque storie sulle forze invisibili che decidono ciò che consumiamo

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Gran parte di ciò che arriva nel piatto, nel bicchiere o davanti agli occhi del consumatore è stato deciso molto prima e molto lontano. Da un’ape selvatica, da una cellula moltiplicata in un bioreattore, da una concessione idrica, da una linea ferroviaria o da un colorante indicato in etichetta con una sigla. Cinque notizie internazionali raccontano questa settimana gli attori che orientano i consumi senza quasi mai entrare nell’inquadratura.

Si parte dal distretto di Jumla, nel Nepal occidentale, dove il lavoro delle api selvatiche si misura anche nel piatto e nella salute degli abitanti. Uno studio pubblicato su Nature e raccontato dal Guardian ha calcolato che l’impollinazione di frutta, ortaggi e altre colture contribuisce per oltre il venti per cento alla vitamina A, alla vitamina E e ai folati consumati localmente, oltre a generare quasi metà del reddito agricolo.

La biodiversità, da queste parti, non è quindi una questione soltanto ambientale. Quando diminuiscono gli impollinatori, calano i raccolti degli alimenti più nutrienti e ne aumentano i prezzi, proprio nelle comunità che hanno meno possibilità di sostituirli. Le api allevate, avvertono i ricercatori, non riescono a compensare la varietà e l’efficienza di quelle selvatiche. A Jumla, insomma, salute ed economia dipendono anche da lavoratori stagionali che nessuno assume e nessuno può permettersi di perdere.

Dal lavoro invisibile delle api si passa a quello, sorvegliatissimo, dei bioreattori. Negli Stati Uniti e in Europa alcune aziende prelevano cellule dalla fava di cacao e le moltiplicano in laboratorio, alimentandole con zuccheri e sostanze nutritive fino a ottenere una massa da trasformare negli ingredienti del cioccolato. Il Financial Times racconta una corsa industriale che punta a portare i primi prodotti sul mercato già nel 2027.

Per i grandi gruppi alimentari la promessa è evidente: produrre cacao senza dipendere interamente da raccolti sempre più esposti al caldo, alle malattie e alle oscillazioni dei prezzi, riducendo al tempo stesso i problemi legati alla deforestazione e al lavoro minorile. La soluzione tecnologica, però, apre una questione economica. Anche una quota inizialmente piccola di cacao coltivato in laboratorio potrebbe ridurre la domanda e comprimere i prezzi riconosciuti ai produttori tradizionali. In Ghana e Costa d’Avorio, milioni di persone vivono di una pianta che il mercato potrebbe presto ignorare.

Se il cacao di laboratorio promette di attenuare la dipendenza dalle piantagioni, in Colombia una multinazionale continua invece a dipendere da una risorsa naturale sempre più contesa. Il Guardian racconta la vicenda di La Calera, cittadina vicina a Bogotá dove, durante una grave siccità, le famiglie hanno avuto l’acqua razionata fino a quindici giorni al mese, mentre una società controllata da Coca-Cola Femsa continuava a prelevare quella delle sorgenti locali per imbottigliarla.

Gli abitanti hanno scoperto che l’azienda pagava l’acqua molto meno delle famiglie. Insieme ai rappresentanti della comunità indigena Muisca e ad alcune associazioni legali hanno quindi contestato il rinnovo della concessione, affrontando anche minacce e intimidazioni. Nell’aprile 2026 le autorità hanno ridotto il prelievo da 3,23 a 1,9 litri al secondo, limitato da sette a quattro le sorgenti utilizzabili, dimezzato la durata della concessione e previsto la sospensione dell’attività durante le siccità estreme. Il caso apre in Colombia una questione destinata a ripresentarsi altrove: quando l’acqua scarseggia, il diritto delle comunità viene prima del suo utilizzo industriale? A ridiscutere la concessione, per una volta, è stato chi quell’acqua la beveva razionata.

In Cina, intanto, si sta ridisegnando un’altra geografia: quella dei viaggi, dell’ospitalità e dei consumi turistici. Il South China Morning Post riporta le stime del World Travel & Tourism Council, secondo cui il settore cinese, valutato 1.800 miliardi di dollari nel 2025, potrebbe raggiungere i 3.500 miliardi entro il 2036 e superare gli attuali 2.630 miliardi del mercato statunitense.

Nel solo 2025 il Paese ha accolto più di sessantotto milioni di visitatori internazionali, il quindici per cento in più rispetto all’anno precedente, mentre la loro spesa è cresciuta a doppia cifra fino a 135 miliardi di dollari. A favorire il cambiamento sono l’esenzione dal visto estesa a decine di Paesi e una rete ferroviaria ad alta velocità che rende più semplici gli spostamenti interni. Intanto, una parte della classe media cinese ha ridotto i viaggi a lungo raggio e ha cominciato a riscoprire destinazioni nazionali. Non cambia soltanto la mappa degli arrivi. Cambia anche quella degli alberghi, della ristorazione, del lusso e dei consumi costruiti intorno ai nuovi flussi. Il baricentro turistico globale si sta riallineando, mentre l’Occidente comincia appena a prenderne le misure.

Dalla mappa globale si torna infine al banco delle bevande di un supermercato francese. Le Monde racconta la campagna di Yuka contro l’E133, il blu brillante FCF presente nel sessantacinque per cento degli sciroppi di menta venduti in Francia. Il verde acceso che il consumatore associa al prodotto, infatti, non proviene dalla pianta: gli sciroppi ottenuti dagli aromi di menta sarebbero trasparenti o, al massimo, leggermente giallastri.

Il colorante è autorizzato nell’Unione europea, ma l’app ha lanciato una campagna per chiedere ai produttori di eliminarlo in via precauzionale, richiamando studi sperimentali e i dubbi sugli effetti di alcuni additivi sul comportamento dei bambini. Le alternative senza E133 esistono, ma costano generalmente di più e si trovano soprattutto nelle linee biologiche. Ne deriva un mercato a due velocità, nel quale il prodotto dalla formulazione più essenziale diventa anche quello meno accessibile. Il paradosso è che il colorante non serve alla menta, ma all’idea che il consumatore si è fatto della menta. Sotto quel verde brillante si nasconde un’abitudine di mercato in cui il colore finisce per contare più dell’ingrediente.

Cinque storie lontane che arrivano allo stesso punto. Il consumatore sceglie davanti a uno scaffale, a un menu o a una destinazione, ma gran parte della scelta è stata già compiuta altrove: nei campi, nei laboratori, nei tribunali, nelle infrastrutture e nelle formule industriali. Il consumo entra in scena soltanto alla fine. Chi ne decide le condizioni, quasi sempre, resta fuori campo.

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