
La prima volta che i Beatles vanno a suonare in America, John Kennedy è morto da tre mesi. Lo dico per far capire a che punto del presunto progresso sociale siamo, quando succede quella cosa che Paul McCartney racconta ogni tanto: gli dicono che suoneranno davanti a una platea divisa tra bianchi e neri, e loro dicono no, non se ne parla.
Un altro giorno parliamo del fatto che i Beatles venivano da una monarchia, e persino quella era più avanzata degli Stati Uniti d’America, la presunta più grande democrazia d’occidente che a metà anni Sessanta trovava ancora normale il segregazionismo.
Per oggi vorrei solo dire che aveva fatto in tempo a morire (da un anno e mezzo) Marilyn Monroe, la quale era riuscita a far cantare Ella Fitzgerald al Mocambo (quello di Los Angeles, non quello di Paolo Conte) promettendo al proprietario che sarebbe stata in prima fila tutte le sere, se lui lasciava cantare quella nera in un locale per bianchi. Aveva fatto in tempo a morire la Monroe, e ancora agli americani sembrava normale una platea segregata: siamo fatti al novantacinque per cento di abitudini.
Chissà quanti decenni ci vorranno, e se saremo ancora vivi io che scrivo e voi che leggete, quando passerà il concetto che filmare qualcuno che non ha acconsentito a essere filmato è una violenza, e che per ogni George Floyd che viene vendicato perché esiste un filmato della sua morte ci sono cento Amy Cooper la cui vita viene infelicitata perché la società degli anni Venti ha fatto progressi nell’abolizione del segregazionismo ma non nella comprensione che il prepotente è quasi sempre chi filma e quasi mai chi viene filmato.
In Italia la telecamera come prepotenza principiò, ben prima dei cellulari, con Antonio Ricci, e come tutte le invenzioni dall’atomica al bikini poi ha avuto utilizzatori atroci, e ora perlopiù se vediamo che qualcuno punta una telecamera addosso a qualcun altro con lo scopo precipuo di metterlo in imbarazzo pensiamo a mille altri programmi televisivi e non più a “Striscia”. Tranne sabato.
Perché sabato Scott Wiener ha tirato dritto senza rispondere niente alle urla di un disturbato che di mestiere, ricopio dalla sua bio sul sito sexcoaching.com, ha «aiutato innumerevoli coppie ad aumentare l’appagamento e la gioia nella loro connessione intima» (una descrizione che si attaglierebbe al venditore di materassi come all’installatore d’aria condizionata).
Il disturbato, filmandolo, gli urlava che era proprio una merda. Wiener tirava dritto restando muto, e noi sapevamo cosa pensare: guarda, Enrico Cuccia.
Ma è un pensiero da cui ci siamo subito distratti, perché il sex coach continuava a urlare a Wiener, candidato a subentrare a novembre nel seggio di Nancy Pelosi, che era un peccato che fosse una merda, perché aveva fatto ottime cose per i trans, ed è in quel momento – prima ancora di leggere i giornali americani e scoprire che, quando Dimitry Yakoushkin si è messo a urlargli con dietro un paio di tizie addobbate da rivoluzionarie a fargli il coro, Scott Wiener stava andando a uno shabbat celebrato da un rabbino trans – è allora che pensi: dio li fa, e poi li accoppia.
Perché, sebbene il problema trans a San Francisco sia più indigeno del problema mediorientale, si tratta di due questioni elettoralmente analoghe. Due temi che interessano solo ai fanatici (fanatici che sono assai vocianti e quindi hanno presa sul pensiero debole di chi ha paura dei rumori del frigo). Due temi dei quali la politica dovrebbe essere abbastanza intelligente da disinteressarsi. Due temi su cui non puoi non farti nemici, perché non si tratta di roba razionale, ma di tifoserie incontentabili, minuscole e tignose. Soprattutto, due temi che non spostano un voto.
(Questo è il punto in cui mi dite non è vero, i sondaggi dicono che Kamala ha perso perché non si dichiarava abbastanza filopalestinese, e in cui io vi dico che purtroppo chiunque creda che gli esseri umani mentano sì al medico all’avvocato al coniuge al confessore ma dicano invece la vera verità ai sondaggisti, mi dispiace tantissimo svelarglielo, ma quel qualcuno è stupido).
Oltretutto Wiener è pure gay, quindi che sia noto per aver legiferato per i diritti dei trans è, nell’epoca dell’epistemologia identitaria, un ulteriore contrappasso: un’altra cosa che temo non faremo in tempo a vedere è il risveglio degli omosessuali, il giorno in cui si accorgeranno che l’identità di genere è la prescrittività più omofoba di cui siamo stati coevi.
Magari Wiener lo sa pure, non ho idea (per ora non ha mai lavorato nella politica nazionale e come chiunque non si occupi di cronaca locale californiana non so nulla di lui), ma non poteva sottrarsi. Se non sei abbastanza coraggioso da dire all’elettorato che ha la testa piena di stronzate, e vuoi fare politica a sinistra nell’occidente di questo decennio, mica puoi dire «mi occuperò di roba seria, invece che di trans e medioriente».
Le elezioni si vincono sul costo della benzina e su quello degli affitti, su come funzionano gli ospedali e le scuole, ma nel sottoscala della ragione d’un politico che butta dei soldi in un social media manager il quale per tenersi il lavoro lo convince che il rumore di fondo sia rappresentativo di qualcosa, nella testa d’un povero Wiener preso per i cuoricini c’è sempre il dubbio: e se poi invece come mi posiziono su queste stronzate fa la differenza?
Sperava ne bastasse una su due, per tenerli buoni, e invece. Povero Scott, che non sapeva che non basta mai.
Il video di Wiener braccato, quell’illusione di militanza politica che è un po’ Gabibbo e un po’ scena in cui i paesani urlano «Vergogna!» alla regina nuda nel “Trono di spade”, quel filmato lì l’ha postato Yakoushkin, perché prima della fine del segregazionismo va così: che chi rientra ancora nelle normali abitudini d’una società mica capisce di stare facendo una cosa mostruosa.
D’altra parte il New York Post titola “L’umiliazione di Scott Wiener, aspirante successore di Pelosi cacciato dalla marcia trans”: i giornali neanche ci provano, a spiegare che la vergogna, come direbbe Gisèle Pelicot, deve cambiare lato, che a sentirsi umiliato dev’essere il bracconiere con telecamera.
La dichiarazione che il bracconiere ha rilasciato al New York Times è una dimostrazione della non necessità di faccette con espressioni di diversi umori, per convogliare i toni delle parole scritte. Sembra di sentire il tono da bullo: «Ma che peccato, si sente fisicamente intimidito dall’elettorato: forse deve cambiare mestiere». Chi l’avrebbe mai previsto, tanto sussiego da uno che si guadagna da vivere grazie a coppie troppo terrorizzate per dividere il letto senza intermediario.
C’è un precedente. Tre giorni prima un tale Jesus Coba aveva pure lui piantato la telecamera in faccia a Wiener, questa volta in un ristorante, urlandogli che non l’avrebbe lasciato in pace finché non avesse invocato «Free Palestine».
È un video – con diciottomila cuoricini – straziante per molte ragioni, dall’abbigliamento di Wiener, le cui giacca e cravatta dimostrano incontrovertibilmente che quella dei gay di buon gusto è una leggenda, alle domande senza risposta su quale lavaggio del cervello convinca un messicano di San Francisco a farsi venire delle crisi isteriche per una guerra in un posto la cui esistenza gli era ignota fino a sette minuti fa.
Io guardavo Wiener muto ma a disagio e pensavo a Jerry Seinfeld. A quando lo riprendono in entrata o in uscita da qualche posto, anche lui con qualche scioperato che gl’ingiunge di dire «Free Palestine», e quello dà risposte tipo: ma cosa vuoi che sia libera, che non esiste.
Ogni volta penso che è incredibile l’incapacità dell’osservatore medio di vedere l’ovvio, e cioè che la divisione del mondo non è tra sinistra e destra, non è tra propal e proisr, non è tra chi aspetta sempre l’inverno e chi desidera una nuova estate.
È tra i poricristi come Wiener, cui serve il consenso per esistere e che quindi non possono permettersi di mandare a stendere i Jesus o i Dimitry; e i Felici Pochi come Jerry Seinfeld, che hanno fatto tanti di quei soldi, negli anni nei quali la tv faceva di te un uomo ricco, da non aver bisogno di consenso mai più, da poter vivere di rendita per sempre, da potersi alienare tutta l’opinione pubblica e non doversi negare mai posizioni impopolari o battutacce insensibili.
È andata così: abbiamo messo le telecamere sui cellulari, abbiamo inventato delle piattaforme dove chiunque può caricare un tuo filmato sperando di ucciderti d’imbarazzo, e il risultato è che tenerci alla reputazione è come avere bisogno del banco dei pegni. Puoi farti fare un prestito e tirare avanti un po’, ma ti conviene provare a risolvere il problema di fondo: invece di cercare di dire la cosa giusta all’invasato del momento, emàncipati dal bisogno di consenso. Sii Jerry, e vai a contare i soldi. O sii Paul e, di fronte a una mostruosità istituzionalizzata, rifiutati di collaborare. La maggioranza rumorosa è d’accordo? Saranno cazzi della maggioranza rumorosa.