Per il secondo giorno consecutivo Stati Uniti e Iran si sono lanciati reciprocamente attacchi militari, allontanando la prospettiva di una tregua stabile in Medio Oriente. Nella notte tra mercoledì e giovedì l’aviazione americana ha colpito nuovi obiettivi sul territorio iraniano, mentre Teheran ha rivendicato una serie di attacchi contro basi statunitensi nel Golfo.
A differenza dei bombardamenti di ventiquattro ore prima, ordinati da Donald Trump come risposta all’abbattimento di un elicottero Apache americano nello Stretto di Hormuz, i nuovi raid sembrano avere un obiettivo più ampio. Come scrive il New York Times, l’amministrazione statunitense non presenta più le operazioni «soltanto come una rappresaglia, ma come uno strumento di pressione» per costringere l’Iran ad accettare un accordo alle condizioni di Washington. «Se dobbiamo negoziare con le bombe, negozieremo con le bombe», ha dichiarato il segretario alla Difesa Pete Hegseth.
Secondo il Comando Centrale statunitense (Centcom), gli attacchi sono iniziati poco dopo la mezzanotte locale iraniana e hanno preso di mira sistemi di comunicazione, radar di sorveglianza e postazioni di difesa aerea. Esplosioni sono state segnalate nelle isole di Qeshm e Hengam, nello Stretto di Hormuz, oltre che nei pressi di Bandar Abbas, Minab e Sirik, lungo la costa meridionale dell’Iran. Nelle prime ore del mattino sono arrivate notizie di detonazioni anche nella zona di Karaj, a sud-ovest di Teheran, dove si trovano basi militari e impianti legati al programma missilistico iraniano.
Intervistato da Fox News, Trump ha sostenuto che gli Stati Uniti abbiano lanciato quarantanove missili Tomahawk contro obiettivi iraniani, oltre a impiegare velivoli da combattimento. Il presidente ha aggiunto che le operazioni potrebbero essere sospese temporaneamente, ma che riprenderanno già nelle prossime ore se Teheran non farà concessioni nei negoziati.
L’Iran afferma di aver risposto con due ondate di attacchi contro basi americane in Kuwait e Bahrein. I Guardiani della Rivoluzione sostengono di aver colpito diciotto obiettivi militari, inclusi gli aeroporti di Ali Al-Salem e Ahmad Al-Jaber in Kuwait e la base di Sheikh Isa in Bahrein. Le rivendicazioni non sono state confermate né dagli Stati Uniti né dai governi coinvolti. Il Kuwait ha però annunciato la chiusura temporanea del proprio spazio aereo, mentre in Bahrein sono state attivate le sirene di allarme.
Nel frattempo lo Stretto di Hormuz resta al centro dello scontro. Teheran sostiene di averlo chiuso a ogni forma di navigazione, comprese le petroliere, mentre il Centcom continua a negare che il traffico marittimo sia stato completamente interrotto. Il comandante delle forze aerospaziali dei Guardiani della Rivoluzione, generale Majid Mousavi, ha minacciato di trasformare l’intera regione in un «inferno» se gli Stati Uniti continueranno a operare nell’area.
Tra gli episodi più controversi della giornata c’è anche il possibile bombardamento di un impianto idrico civile vicino alla località di Bemani. Un’analisi del New York Times basata su immagini satellitari e materiale video diffuso dai media iraniani suggerisce che un attacco di precisione americano abbia colpito due strutture utilizzate per la distribuzione dell’acqua potabile, lasciando temporaneamente senza rifornimenti oltre ventimila persone. Il quotidiano osserva che non è ancora chiaro se l’obiettivo sia stato colpito intenzionalmente o per errore, ma ricorda che il deliberato attacco a infrastrutture civili potrebbe configurare una violazione del diritto internazionale.
Tutto questo avviene mentre Trump continua a sostenere che un accordo con l’Iran sia vicino. Una convinzione che appare sempre più difficile da conciliare con l’intensificarsi delle operazioni militari. Non a caso il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha osservato che il cessate il fuoco annunciato due mesi fa «assomiglia ormai più a un cessate il fuoco ridotto che a una vera tregua», dopo quarantotto ore di escalation e minacce reciproche.