
Alle 10.20 di domenica 22 giugno i giocatori argentini entrano nello spogliatoio dell’Azteca e riprendono i loro rituali: Cuciuffo posiziona su un armadio la Virgen de Luján e Maradona accende la sua strumentazione musicale, un Sony rosso, piccolo ma all’avanguardia per l’epoca, da cui comincia a risuonare la seconda cassetta che la Nazionale tiene in serbo per i giorni della partita: quella con le «canzoni da spogliatoio».
Ciononostante, a questo punto la cordialità dev’essere scomparsa dai volti dei giocatori. Il clima non è più disteso, l’atmosfera all’interno dello spogliatoio si fa tesa, come se dai condotti stesse calando una coltre di preoccupazione. La musica si trasforma in un’allegria simulata.
«Uno dei grandi ricordi che conservo di quel giorno è il silenzio all’interno dello spogliatoio» dice Tapia. «Avevamo ripetuto ogni singolo gesto fatto in occasione delle partite precedenti, però già l’arrivo allo stadio era stato diverso. E poi la musica era quasi totalmente assente, o almeno io non me la ricordo. Il silenzio: quello sì, me lo ricordo. Ci guardavamo l’uno con l’altro. Era un momento di concentrazione piuttosto speciale. Quello delle Malvinas era un tema che sentivamo: eravamo chiamati a rappresentare ogni argentino».
«Mi stavo cagando sotto, la verità è che mi stavo cagando sotto» confessa Giusti. «E guarda che io ero già un veterano. Avevo quasi ventinove anni, dieci dei quali passati a giocare in Primera e in Copa Libertadores. Quelle sì che erano partite terrorizzanti, partite in cui ti sputavano addosso. Avevo giocato una finale mondiale per club, eppure mi stavo cagando sotto».
«Nel viaggio in autobus cantavamo tutti, ma una volta arrivati nello spogliatoio nessuno rideva più» mi ha raccontato Brown. «Volevamo solo una cosa: che iniziasse presto la partita».
Qualche minuto dopo le 10.30, i calciatori escono per testare il campo da gioco, decidere che tipo di tacchetti usare, e trovare conferma alle sensazioni avute la mattina precedente, durante il primo contatto con il prato dell’Azteca, quando avevano visitato lo stadio per familiarizzare con il terreno di gioco. «I giocatori scendevano in campo e guardavano se ci fossero le colombe a beccare il prato» dice Benros. «Se c’erano, non appena le vedevano dicevano “ok, allora oggi vinciamo”».
A quell’ora è ancora piuttosto presto, ma sulle tribune ci sono già i primi tifosi; qua e là comincia a sventolare qualche bandiera, e Pumpido si siede dietro alla porta in cui Maradona segnerà i due gol. Poi gli argentini rientrano nello spogliatoio, dove gli aiutanti intensificano il loro lavoro massaggiando gambe, bendando caviglie e lucidando scarpini.
«Io lucidavo gli scarpini di Maradona e avevo un segreto tutto mio» racconta Benros. «Diego mi chiedeva “ma che ci metti nei miei scarpini, figlio di puttana?”, ma non gli ho mai risposto. Era una crema di silicone con cherosene bianco, una pomata che si usava per le selle dei cavalli. Gli scarpini venivano che era una meraviglia. Diego aveva portato con sé al mondiale cinque paia di Puma numero 37, con i tacchetti alti e con i tacchetti bassi. La notte prima di una partita veniva nella mia stanza e se le provava, ma alla fine sceglieva sempre le stesse, un paio che gli calzava alla perfezione. Nel dubbio portava allo stadio altri due paia, uno con tacchetti alti e uno con tacchetti bassi. Ogni tanto Diego si metteva lì con me a lucidarli: l’unica cosa che faceva sempre da sé era bendarsi i piedi».
Nel frattempo c’è chi sceglie gli scarpini, chi si benda le caviglie e chi comincia a tonificare le gambe. A massaggiare i muscoli dei calciatori, a instradarli verso il trionfo o il fiasco totale, ci sono tre ragazzi: l’incaricato principale, Roberto Molina; l’aiutante Galíndez, a volte magazziniere, a volte massaggiatore; e poi l’aiutante personale di Diego Maradona, Salvatore Carmando, un italiano che Diego ha conosciuto a Napoli. Carmando si è guadagnato la sua fiducia in una maniera così profonda che Maradona lo ha messo sotto contratto per farsi accompagnare in Messico. «Massaggiavo Diego per un’ora intera prima di ogni partita» mi racconta l’uomo al telefono, dalla sua casa di Salerno, a settanta chilometri da Napoli. «Aveva gambe diverse da quelle degli altri giocatori. Maradona aveva muscoli duri e flessibili allo stesso tempo, non ho mai visto niente del genere. Si sdraiava su un lettino dell’Azteca e si rilassava, come se cadesse in trance, non diceva niente di niente mentre lo massaggiavo. Usavo una crema speciale, fatta con il fango. Era una mia ricetta personale, che non ho mai svelato a nessuno».
«Dei sedici giocatori della rosa, solo otto, al massimo dieci, volevano farsi massaggiare» mi rivela Roberto Molina nel bar dello stadio del Vélez, il club per il quale ha lavorato per più di venticinque anni. «Per un massaggio normale, alle gambe, ci vogliono venti minuti; molti, però, mi chiedevano di massaggiargli anche la cervicale. Ogni massaggiatore usa una tecnica tutta sua: io usavo il sapone».
Il calcio d’inizio si avvicina a tutta velocità, come i treni proiettile delle ferrovie giapponesi, ma il protocollo dei rituali continua. In realtà, si sarebbe concluso solo un minuto prima della discesa in campo.
«Quando finiva il momento dei massaggi doveva squillare il telefono pubblico che c’era nello spogliatoio» mi ha detto Brown. «Era successo prima del debutto contro la Corea del Sud, avevo risposto io, e avevamo deciso di conservarlo come rituale. Dalla seconda partita in poi era chiaro che a chiamare fosse qualcuno dei nostri, anche se non siamo mai riusciti a capire chi. C’erano state volte in cui eravamo già quasi pronti a scendere in campo, ma il telefono non squillava. Lo guardavamo ma niente… Allora Bilardo diceva “bene, dài, andiamo e facciamolo”, finché poi finalmente squillava, io correvo a rispondere e dicevo “hola”, dall’altra parte non rispondeva nessuno e allora io “ah, bene, vattene a fare in culo” e attaccavo».
Il capo dell’ufficio stampa dell’Afa, Washington Rivera, entra nello spogliatoio, saluta e si congeda con un insulto. Enrique chiede a Benros di passargli le infradito che si trovano a qualche centimetro di distanza. Bilardo dà a Moschella, l’impiegato dell’Afa, la cartellina con la formazione ufficiale e i documenti di identità dei giocatori da consegnare alla Fifa. Maradona disegna la sagoma di un corpo per terra, disponendo i suoi scarpini, la sua maglia, i suoi pantaloncini e le sue calze, e non lascia che nessuno gli passi sopra, calpestandolo.
Arriva il momento del riscaldamento – il gruppo è guidato dal preparatore fisico, Echevarría – che viene svolto nel tunnel d’ingresso e dura venti minuti. Non succede, ma sarebbe perfetto se in sottofondo suonassero le note epiche di Momenti di gloria. I giocatori tornano nello spogliatoio e indossano le strane maglie azzurre, che vedono per la prima volta confezionate.
