
Giorgia Meloni ha innescato un meccanismo assurdo: le elezioni politiche dell’anno prossimo potrebbero diventare elezioni presidenziali alle vongole. Nelle quali ogni schieramento, o polo, prospetterà informalmente un suo nome, o più nomi, per il Quirinale. Un cortocircuito. Quello che era un po’ nel cervello dei grandi strateghi della politica, ora che Meloni ha platealmente reso l’idea che il boccone più grosso delle prossime elezioni sarà il Colle, ognuno pensa già ai nomi.
La presidente del Consiglio ha dato ai suoi un target forte. Priva da tempo di una bandiera da sventolare, ha indicato come obiettivo supremo il Colle più alto, sinora off limits per gli eredi di quel Msi che non firmò la Costituzione. Nessuno sa dire, oggi, se si rivelerà una carta vincente. Potrebbe galvanizzare una destra a corto di risultati concreti reimbarcando Roberto Vannacci per un’operazione storica: un uomo o una donna di destra-destra al Quirinale.
Così come potrebbe determinare un sussulto unitario e persino di massa dall’altra parte all’insegna di un rinverdito no pasaran. Che in effetti già in queste ore è il mood che corre sotto la pelle del centrosinistra. Votate per noi se volete evitare Ignazio La Russa dove oggi siede quel galantuomo di Sergio Mattarella, nella versione più greve. Votate per noi se volete evitare i pieni poteri in mano al partito post-missino, in una versione più politica.
Su questa base caratterizzata valorialmente non è difficile ipotizzare una campagna antifascista in grande stile. Con voluti rimandi alla Resistenza e al Cln. In una spirale incontrollabile di radicalismi da entrambe le parti (un clima da grandioso derby politico-morale che in teoria rischia di stritolare chi sta fuori dai poli).
Ai campioni della destra, Meloni e Alfredo Mantovano, ma ce ne saranno altri, Elly Schlein e Avs potrebbero contrapporre quelli che più scaldano, si fa per dire, i cuori del popolo della sinistra, Pier Luigi Bersani in primis. Qualcuno preferirebbe l’eterno Pierferdinando Casini. Molto meno, almeno per ora, Mario Draghi. Con l’incognita dell’ipotetica promessa a Giuseppe Conte di salire al Colle in cambio di un disco verde a Schlein per correre per Palazzo Chigi. E chi più ne ha più ne metta.
Di certo, uno scontro elettorale con il pensiero tutto rivolto al successore di Mattarella nel 2029 non sarebbe uno scenario augurabile per la qualità della battaglia elettorale nella quale dovrebbero confrontarsi idee e programmi alternativi possibilmente in un clima non sovraeccitato. Una riedizione del 18 aprile 1948 sarebbe in contrasto con la maturità di un Paese serio. Ma in conclusione verrebbe da dire che tutto questo è il portato di un trentennio di iper-personalizzazione della politica di cui è responsabile innanzitutto la destra berlusconiana imitata poi dalla sinistra: era una torsione naturale, ma fino a un certo punto. Perché il danno sarebbe soprattutto istituzionale. Il Presidente della Repubblica continua a essere eletto dal Parlamento, non dal popolo. Anticiparne informalmente la scelta significa svuotare ulteriormente il ruolo delle Camere e alimentare una torsione plebiscitaria che la Costituzione non prevede. È un presidenzialismo di fatto senza averne la legittimazione costituzionale. Un cortocircuito che altera gli equilibri della democrazia parlamentare. E questo presidenzialismo alle vongole rischia di esacerbare gli animi in uno scontro tra fascisti e antifascisti: se quello del secolo scorso fu una tragedia, questo rischia di diventare una farsa.