Shock in my townIl dilemma americano è vietare l’IA cinese o accettare la sfida

Il rilascio di modelli capaci di rivaleggiare con quelli di Anthropic e OpenAI ha gettato nel panico la Silicon Valley. La Casa Bianca tentata dallo stilare liste nere, ma il ceo di Nvidia vede nella competizione anche nuove opportunità

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Mentre a Roma si discute, Sagunto è espugnata (dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur). La frase di Tito Livio descrive abbastanza bene quanto accade nella contesa sull’intelligenza artificiale. 

Mentre a Washington si discuteva su come gestire la nuova tecnologia, di come regolarla prima che diventasse così potente da essere incontrollabile. Mentre Donald Trump progettava come farne uno strumento di vantaggio geopolitico, e le startup impegnate nello sviluppo di modelli d’avanguardia come renderli profittevoli e al tempo stesso raccogliere il migliaio di miliardi chiesto al mercato, dall’altra parte della barricata, i concorrenti cinesi elaboravano una strategia alternativa che adesso inquieta la Silicon Valley e rischia di fare saltare il banco.

Basta ripercorrere i fatti salienti dell’ultimo mese e mezzo per giungere alla conclusione formulata mirabilmente dal sito Axios nei giorni scorsi: «Sviluppare i modelli più intelligenti al mondo potrebbe non essere più sufficiente per vincere la sfida con la Cina».

A mettere tutti davanti al fatto compiuto è stato il rilascio una settimana fa di Kimi K3, un modello linguistico di grandi dimensioni sviluppato da un’azienda di Pechino, Moonshot AI. Il lancio ha ridefinito in men che non si dica la corsa. Gli americani fino a metà giugno erano convinti di essere avanti di almeno dieci mesi, quando è comparso GLM-5.2, il modello di un’altro laboratorio cinese, Z.ai, con competenze d’avanguardia nel coding e nei compiti complessi e prestazioni allineate a quelle di Claude Opus 4.8 e di ChatGPT 5.5.

L’arrivo di Kimi K3, appena un mese dopo, è stato sconvolgente perché nei test di valutazione si è subito capito che era ancora più avanzato, ormai prossimo ad affiancarsi  a Fable 5 e GPT-5.6 Sol, i modelli di frontiera rispettivamente di Anthropic e OpenAI, ma con alcune sostanziali differenze: sia GLM-5.2 che Kimi sono open weight, cioè personalizzabili da aziende e governi, integrabili nei loro sistemi senza pagare licenze, essere sottoposti alle restrizioni dall’amministrazione Trump e con costi inferiori anche del quaranta per cento. 

Le stime fatte dagli americani erano sballate e, soprattutto, il rilascio di Kimi K3 avveniva nel corso del World AI Conference di Shanghai, lo stesso palcoscenico scelto da Xi Jinping per delineare la strategia della Cina nella direzione di un approccio aperto alla tecnologia. «Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale non dovrebbe essere un’impresa solitaria di un singolo Paese, ma una sinfonia di cooperazione internazionale» aveva detto Xi, e ancora: «Siamo pronti a collaborare con tutte le parti». Una visione mondialista, parole suadenti, che in realtà sono portatrici di un avvertimento. La Cina è pronta a fare da sé e a contrapporre una strategia sull’intelligenza artificiale speculare a quella americana, e quindi occidentale. 

Come hanno fatto i cinesi a ridurre lo svantaggio tanto in fretta? E quali rischi sulla sicurezza comporta lo sviluppo della loro IA, dopo gli allarmi lanciati da Dario Amodei e da Sam Altman sugli ulteriori sviluppi dell’intelligenza artificiale agentica, capace di sfuggire al controllo umano e violare qualsiasi sistema o software?   

La risposta si chiama “distillazione”. Una tecnica di machine learning con la quale interrogando in maniera massiva (si parla di milioni di scambi e richieste) un modello più grande e potente se ne addestra uno più piccolo ed economico, con risparmio di tempo e risorse. Anthropic ha accusato Moonshot di essere arrivata a Kimi K3 proprio in questo modo, ma a quanto pare nonostante gli sforzi di Washington per bloccare l’accesso alla potenza di calcolo necessaria per addestrare i modelli di frontiera, le aziende cinesi sono comunque riuscite ad aggirare le restrizioni. Senza escludere che «i modelli cinesi non siano eccellenti solo grazie alla distillazione» come sostiene Graham Webster, ricercatore a Stanford e a capo del DigiChina Project, ma anche frutto di una vera e propria capacità d’innovazione.

Che cosa potrebbe succedere adesso? L’amministrazione Trump si trova ad affrontare un problema cruciale, mantenere il vantaggio competitivo potrebbe non essere facile. Continuare a imporre norme di sicurezza più severe, come è successo con lo stop alla diffusione di Fable 5 potrebbe rallentare i laboratori statunitensi proprio mentre la Cina accelera. Un approccio meno rigoroso potrebbe invece consentire loro di procedere più velocemente, ma aumentare i rischi per la sicurezza. E anche le start-up come Anthropic, OpenAi o DeepMind possono scegliere di continuare a sviluppare modelli sempre più avanzati (e costosi) ma non possono impedire al resto del mondo di scegliere alternative più economiche.

Mettere in conto di doversi trasformare da detentori assoluti della tecnologia più evoluta della storia a “prodotto” di nicchia, in tal caso, sarebbe però raccomandabile. 

Non sembra che la Casa Bianca voglia tornare sui propri passi. La via intrapresa, quella di un sistema chiuso, controllato e regolamentato dal potere politico per fare dell’intelligenza artificiale anche uno strumento di competizione geopolitica, sembra prevalere. Il Segretario del Tesoro Scott Bessent ha dichiarato che i modelli provenienti dalla Cina dovranno essere soggetti agli stessi standard di quelli americani. Standard che al momento nessuno ha definito.

Il Segretario di Stato Marco Rubio, invece, con un telegramma che l’agenzia Reuters ha avuto modo di visionare, ha raccomandato alle sedi diplomatiche di fare opera di persuasione sulle preoccupazioni (che evidentemente si diffondono) per un “kill switch” dei prodotti tecnologici americani: par di capire, cioè, sulla possibilità che a un certo punto il governo Trump per un qualsivoglia motivo possa decidere di staccare la spina, interrompere l’accesso a uno Stato anziché a un altro. 

All’interno dell’Amministrazione ci sarebbe chi pensa a misure che provino a rallentare la diffusione dei modelli cinesi, come l’inserimento dei loro produttori in liste nere o a meccanismi che dissuadano gli americani dall’utilizzarli. Una linea che potrebbe incontrare anche il favore di OpenAI e Anthropic, avversarie nel contendersi clienti e finanziamenti, ma unite a Washington nel mettere in guardia dai rischi dei modelli a pesi aperti sviluppati dalla Cina.

C’è chi invece ha una visione molto differente. Lo stesso David Sacks, il potentissimo consigliere di Trump, secondo cui il controllo eccessivo finirebbe per consolidare la posizione dei competitor più grandi, rendendo più difficile l’ingresso di nuovi attori, con un oligopolio di fatto. Per non parlare del Ceo di Nvidia, Jensen Huang, convinto che gli Stati Uniti non abbiano nulla da temere dai modelli open source, ma molto dalla scelta di metterli al bando. «Se tutto si riducesse a un unico modello, a un unico punto di attacco, a un’unica fonte di fallimento, credo che il mondo diventerebbe molto, molto più vulnerabile» ha detto in un’intervista. Insomma: competere, battersi con i cinesi, convinti di poter far meglio. 

Una cosa è certa: un modello che offra prestazioni all’avanguardia, costi il trenta o quaranta per cento in meno, sia personalizzabile, è un’opzione irresistibile per aziende, governi, sviluppatori, e già adesso alcune start-up americane stanno elaborando propri modelli aperti. La stessa OpenAI ne ha uno nel cassetto. 

Al tempo stesso, anche l’IA open weight cinese non campa d’aria, ha bisogno di investimenti, di chip, di token, di data center. Due giorni dopo il rilascio, Kimi aveva già sospeso i nuovi abbonamenti: la sua capacità produttiva era al limite.

Risulta di rara efficacia, così, il paragone utilizzato da Raffi Krikorian, il capo di Mozilla (quindi uno che di free software se ne intende), secondo il quale utilizzare Fable 5 o Sol di OpenAI è come mettersi al volante di una Ferrari per andare al supermercato. Resta da capire chi si accaparrerà quel vastissimo mercato che utilizza l’intelligenza artificiale per attività di routine, per affidarle compiti che prima avrebbe comunque svolto seppure in un tempo maggiore.

Lasciarlo alla Cina e al suo soft-power dell’intelligenza artificiale sarebbe uno smacco.

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