
Gerusalemme-Tel Aviv (Israele). L’assenza della Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei dai funerali del padre continua ad alimentare interrogativi. Il figlio e successore di Ali Khamenei, secondo la valutazione condivisa con Linkiesta da un alto funzionario israeliano, è vivo, ma la sua mancata apparizione pubblica resta un elemento di incertezza. Non è andato ai funerali, come noto, ma non è chiaro perché, spiega il funzionario. Le ragioni potrebbero essere diverse: «Problemi di salute, perché potrebbe essere stato sfigurato dall’attacco subito, oppure ragioni di sicurezza, perché potrebbe temere un nuovo attacco dopo che abbiamo dimostrato di saper colpire».
Ma, al di là del mistero sulle condizioni del nuovo leader, il dato politico più rilevante è un altro: la Repubblica islamica non è entrata in una fase di paralisi. La macchina dello Stato continua a funzionare e il passaggio di potere sembra avvenire all’insegna della continuità. A confermarlo sono una serie di segnali arrivati nelle ultime settimane. Le nuove nomine ai vertici istituzionali, la prosecuzione delle consultazioni interne e soprattutto la firma del memorandum d’intesa con gli Stati Uniti indicano che il sistema iraniano ha mantenuto una capacità decisionale anche nella fase più delicata della successione.
Il nuovo equilibrio interno è però tutt’altro che privo di tensioni. Da una parte ci sono le componenti più pragmatiche, convinte che il Paese abbia bisogno di ridurre la pressione internazionale e ottenere un alleggerimento delle sanzioni. Dall’altra gli ambienti più radicali, vicini ai Pasdaran, contrari a qualsiasi compromesso con Washington e convinti che un accordo rappresenterebbe una concessione strategica.
Tuttavia, la questione centrale non è la sopravvivenza di un singolo leader, dice Sima Shine, analista allo Institute for National Security Studies, già a capo della divisione ricerca del Mossad, il servizio d’intelligence israeliano per l’estero. «Non si può cambiare il regime iraniano con un attacco dall’alto. Non è una persona, è un sistema», spiega. «Possono essere fatte molte cose, come abbiamo visto, ma questo non significa un cambio di regime». Per l’esperta, il fatto che il sistema abbia continuato a operare dimostra proprio questo: «La macchina funziona. Ci sono consultazioni, le decisioni arrivano alla Guida Suprema e tornano indietro, il sistema continua». Anche la politica estera non sembra aver subito una rottura: i rapporti con Russia e Cina proseguono e Teheran mantiene i propri canali diplomatici.
All’interno dell’apparato, però, resta aperta una battaglia politica. Shine racconta l’esistenza di una componente radicale che considera un errore qualsiasi apertura verso gli Stati Uniti e che ritiene che Ali Khamenei non avrebbe mai autorizzato un accordo. «Sono una minoranza, ma sono molto rumorosi», osserva. Una minoranza che, secondo lei, continua ad avere influenza anche sui vertici del regime.
Il vero problema per Teheran resta però interno. La guerra e la successione non hanno cancellato le fragilità strutturali della Repubblica islamica: crisi economica, corruzione, cattiva gestione e perdita di consenso popolare. «Tutti i problemi che c’erano prima sono ancora lì, soltanto accelerati dalla guerra», sottolinea Shine.
Proprio per questo, una nuova ondata di proteste di massa non è considerata imminente. Il ricordo della repressione delle precedenti mobilitazioni pesa ancora sulla società iraniana. «Le persone hanno paura dopo quello che è successo e dopo il numero di morti», spiega l’analista, secondo cui per un vero cambiamento servirebbe una mobilitazione molto più ampia: non soltanto giovani e attivisti, ma anche classe media, bazar, lavoratori e settori tradizionalmente centrali nella storia politica iraniana.
Il paradosso della fase attuale è quindi che il regime appare contemporaneamente stabile e vulnerabile. È riuscito a superare una crisi ai vertici senza collassare, ma non ha risolto nessuna delle cause profonde del malcontento. Anche alcune aperture recenti, come il minore enforcement sull’obbligo del velo, vengono lette dall’analista non come una trasformazione ideologica, ma come il segnale che il regime teme una nuova frattura con la società. «Un sistema che perde il sostegno della propria popolazione non può andare avanti per sempre», conclude Shine. Ma, almeno nel breve periodo, la Repubblica islamica ha dimostrato ancora una volta la propria capacità di adattamento: il leader può essere nascosto, ferito o contestato, ma il sistema continua a funzionare.