
Più passa il tempo, più appare evidente come Donald Trump corrisponda perfettamente all’immagine dell’americano medio coltivata da chi gli americani li odia (la definizione di «primo presidente antiamericano degli Stati Uniti» che ne ha dato Christian Rocca è, da questo punto di vista, ancor più calzante). Praticamente tutto quello che dice e che fa sembra pensato apposta per confermare i peggiori stereotipi sul suo paese. Ignorante, violento e impulsivo, divorato dall’avidità, del tutto privo di qualsiasi senso del limite e dell’opportunità, Trump sarebbe poco credibile persino come personaggio di finzione, come lo sarebbe un capo di governo italiano che fosse al tempo stesso mafioso, donnaiolo e sempre intento a cantare canzoni napoletane accompagnato dal mandolino (so cosa state per dire, ma farò finta di non sentirvi). Per la celebrazione dei 250 anni dalla fondazione degli Stati Uniti, non si poteva davvero immaginare un maestro di cerimonie più sinistro.
Il contrasto con la celebrazione del bicentenario, nel 1976, non potrebbe essere più marcato, e istruttivo, come ricorda Edward Luce sul Financial Times. Il bello è che i principi della Dichiarazione d’Indipendenza «funzionano ancora», disse in quell’occasione il presidente Gerald Ford, riferendosi alle dimissioni cui Richard Nixon fu costretto dallo scandalo Watergate, sin da allora indicato come la migliore dimostrazione del funzionamento del sistema, con i suoi pesi e contrappesi. Oggi Nixon è presentato come una «vittima del Deep State» dall’attuale vicepresidente, J.D. Vance, convinto che se il Watergate scoppiasse domani la notizia occuperebbe le prime pagine per non più di dodici ore. Deliri cospirazionisti a parte, il vicepresidente ha ragione da vendere: oggi il Watergate faticherebbe a reggere la concorrenza di una qualunque settimana di malversazioni trumpiane. Dalla Paramount, proprietaria della Cbs e in procinto di acquistare la Cnn, che pur di vedersi approvata l’acquisizione di Warner Bros da parte del governo non ha esitato a versare a Trump «16 milioni di dollari per risolvere una vertenza legale relativa a un normale montaggio di un’intervista elettorale con Kamala Harris», ad Amazon, che sta cercando di ottenere appalti federali per la sua impresa spaziale, e «ha pagato 40 milioni di dollari per un documentario ossequioso sulla first lady Melania Trump che pochi hanno visto». Per non parlare del vero e proprio mercato delle richieste di grazia presidenziale: «A chi ha fatto donazioni a suo favore sono stati condonati reati quali appropriazione indebita, riciclaggio di denaro e trasferimento di fondi a regimi soggetti a sanzioni, tra cui l’Iran. Centinaia di persone sono state graziate per aver preso d’assalto Capitol Hill nel tentativo di rovesciare il risultato elettorale».
Da un altro punto di vista, si potrebbe dire dunque che per i 250 anni della democrazia americana non si poteva organizzare una più eloquente ed efficace apologia del suo sistema di pesi e contrappesi, e al tempo stesso una più angosciante dimostrazione (loro forse direbbero un cautionary tale) della sua vulnerabilità di fronte a un uso spregiudicato delle leve del sistema maggioritario e dello spoils system (per i lettori più pigri e svogliati: sì, è ovvio che sto pensando alle attuali manovre del governo sulla legge elettorale e agli enormi rischi connessi alla riuscita dell’operazione, e a un eventuale secondo mandato di Giorgia Meloni, sulla falsariga del secondo mandato di Trump).
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