
Per decenni, l’allargamento è stato uno dei progetti politici di maggior successo dell’Europa. Ha esteso a gran parte del continente una comunità fondata sulla democrazia, la prosperità e la stabilità, accompagnando il superamento delle divisioni e dei conflitti ereditati dal passato. Tutto questo è avvenuto in un contesto strategico nel quale le questioni fondamentali della sicurezza europea sembravano sostanzialmente risolte.
Oggi tale presupposto non esiste più. L’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia ha demolito le fondamenta dell’ordine di sicurezza europeo emerso dopo la Guerra Fredda. Allo stesso tempo, le crescenti incertezze sul futuro delle relazioni transatlantiche hanno riaperto il dibattito sul ruolo dell’Europa nella difesa e nella deterrenza.
L’Europa si trova così nuovamente a confrontarsi con una questione che sembrava archiviata: il rapporto tra integrazione e sicurezza. L’Ucraina, primo Paese candidato che porta avanti il proprio percorso di adesione mentre combatte una guerra di grandi proporzioni sul suolo europeo, occupa inevitabilmente un posto centrale nel dibattito sul futuro della sicurezza del continente.
È in questo contesto che acquistano particolare rilevanza proposte come quella del Cancelliere Friedrich Merz, che ha suggerito una partecipazione anticipata dell’Ucraina ad alcune istituzioni europee, o le iniziative volte a consentire ai Paesi candidati un accesso progressivo a segmenti del Mercato Unico prima della piena adesione. Si tratta di proposte che riconoscono un principio essenziale: gli Stati impegnati in riforme profonde e complesse dovrebbero poter beneficiare almeno in parte dei vantaggi dell’integrazione prima che il processo di adesione sia completato.
Nel caso dell’Ucraina, tuttavia, la questione decisiva non riguarda più soltanto come accelerare il percorso verso l’Unione europea. La vera questione è se l’integrazione europea possa ancora essere considerata separatamente dalla sicurezza del continente.
La necessità di garantire all’Ucraina garanzie di sicurezza credibili è stata riconosciuta fin dalle prime fasi dell’invasione russa. Ciò che sta cambiando è la crescente consapevolezza che la sicurezza dell’Ucraina e la sua integrazione europea stanno diventando parte della stessa equazione strategica.
Sebbene l’adesione alla Nato resti l’obiettivo strategico di Kyjiv, essa non appare oggi una prospettiva immediata. Questo rende ancora più urgente individuare modalità attraverso cui l’Ucraina possa essere inserita stabilmente in un quadro europeo di sicurezza più ampio. Qualsiasi accordo duraturo non potrà limitarsi a un cessate il fuoco: dovrà poggiare su una combinazione di integrazione politica, opportunità economiche e garanzie di sicurezza solide e credibili.
Le conseguenze di questa evoluzione sono già visibili. Il Commissario europeo per la Difesa, Andrius Kubilius, ha sostenuto che l’Ucraina dovrebbe essere parte integrante della futura architettura europea di difesa. Analogamente, il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha sostenuto l’idea di un quadro europeo di sicurezza più ampio, capace di andare oltre i confini istituzionali dell’Unione.
Qualunque forma istituzionale possano assumere queste iniziative, esse testimoniano una tendenza di fondo: la sicurezza sta tornando al centro del progetto europeo. In questo contesto, il ruolo dell’Ucraina non può essere valutato esclusivamente alla luce delle garanzie e dell’assistenza che riceve.
Dopo oltre quattro anni di guerra e grazie anche al sostegno militare, finanziario e politico assicurato dall’Europa, dagli Stati Uniti e da altri partner internazionali, l’Ucraina ha sviluppato capacità militari ed esperienza operativa che pochi Paesi europei possono vantare. È inoltre diventata un laboratorio di innovazione in settori che spaziano dalla guerra dei droni all’adattamento tecnologico sul campo di battaglia.
L’Ucraina non è più soltanto un Paese che riceve assistenza per la propria sicurezza: contribuisce oggi in modo diretto alla sicurezza dell’Europa.
Tutto ciò impone di ripensare il dibattito sull’allargamento. Per molto tempo l’adesione dell’Ucraina è stata discussa in termini di ciò che l’Europa può offrire a Kyjiv. Sempre più spesso, però, la prospettiva si sta invertendo: che cosa può offrire l’Ucraina all’Europa?
La risposta comprende esperienza militare, innovazione tecnologica, profondità strategica e una volontà dimostrata sul campo di difendere quei principi di libertà, democrazia e sovranità sui quali si fonda lo stesso progetto europeo.
L’integrazione dell’Ucraina rappresenterebbe uno dei passaggi geopolitici più significativi nella storia dell’Unione europea. Non soltanto perché garantirebbe il futuro di un Paese sottoposto ad aggressione, ma perché dimostrerebbe la capacità dell’Europa di adattare le proprie istituzioni e le proprie politiche a un contesto strategico profondamente mutato.
Per questo motivo il dibattito non riguarda più semplicemente l’allargamento. Riguarda il modo in cui l’Europa intende confrontarsi nuovamente con la grande questione della sicurezza e se sia in grado di costruire un assetto nel quale integrazione politica, integrazione economica, resilienza democratica e cooperazione in materia di sicurezza si rafforzino reciprocamente.
Una delle lezioni più durature del processo di integrazione europea è che la sicurezza non si fonda esclusivamente sulla forza militare e sulla deterrenza. Essa dipende anche dalla solidità delle istituzioni democratiche, dal rispetto dello Stato di diritto e dalla resilienza delle società. Il futuro dell’Ucraina in Europa riguarda, in ultima analisi, tutte queste dimensioni.
Matteo Mecacci è direttore dello European Policy Institute in Kyiv (EPIK), un think tank che sostiene il percorso di integrazione europea dell’Ucraina e contribuisce al dibattito sulla sicurezza regionale.