Camillo di Christian RoccaBush e le delusioni dei neocon

I neoconservatori italiani sono soddisfatti dell’Amministrazione Bush? Per rispondere a questa domanda è necessario prima capire chi siano i neoconservatori italiani, e se esistono. Definire i neocon non è un’operazione facile, nemmeno in America. Caricature a parte, negli Stati Uniti non esiste un albo dei neoconservatives. Non c’è un manifesto, un’associazione, un partito, un giornale che propagandi un credo, una religione, canti un inno o sventoli una bandiera neoconservatrice. Ai neocon non ci si iscrive. C’è, invece, chi parla di una lobby coesa, di una cabala di ebrei, di una setta di cospiratori che si riunisce in segreto per complottare e spartirsi il mondo. Irving Kristol, il padre nobile del movimento, ha spiegato che "i neocon non hanno tempo di complottare, perché appena due di loro si incontrano cominciano subito a litigare". Non c’è un programma comune, dunque. "Il neoconservatorismo è uno stato d’animo, non un’ideologia", ha detto James Wilson, uno di loro, noto per aver elaborato la dottrina della tolleranza zero contro la criminalità urbana poi applicata con grande successo a New York da Rudy Giuliani.
La parola stessa "neoconservative" fu coniata per definire delle persone di sinistra liberale, non di destra. Apparve per la prima volta nel 1973 in un articolo di Michael Harrington sulla rivista di sinistra Dissent. Era appunto una critica rivolta a un gruppo di persone e di intellettuali di sinistra che contestavano la deriva della sinistra liberal e la contestavano al punto che i loro stessi compagni sostenevano che fossero ormai diventati conservatori di fatto, dei nuovi conservatori. I neocon della prima generazione erano, e in parte sono ancora, liberal di sinistra. Un gigante della cultura di destra americana, William F. Buckley, li ha sempre definititi dei "liberali di sinistra". I neocon appartengono cioè alla tradizione politica della sinistra liberale americana, parlano lo stesso linguaggio dei liberal, citano le stesse fonti. Eppure dai tempi di Ronald Reagan stanno quasi sempre dall’altra parte, con i repubblicani.
Esistono anche altre definizioni, però. Secondo il filosofo della politica Michael Walzer, oggi direttore di Dissent, i neoconservative sono dei "nervosi liberali di sinistra". Altri li definiscono "idealisti disillusi" oppure "liberal riformati". La definizione più fortunata è quella di Irving Kristol: "I neoconservative sono dei liberal che sono stati assaliti dalla realtà", anche se oggi ­ a causa delle difficoltà del dopoguerra iracheno ­ quella definizione sarebbe meglio ritoccarla con "sono dei liberal assaliti dalla realtà del Medio Oriente".
Negli anni Sessanta i neocon americani si consideravano dei critici liberali al liberalismo o, meglio, dei critici liberali all’interpretazione che la sinistra antagonista dava del liberalismo. Col passare degli anni, pur restando tra i Democratici, si sono distinti sempre di più dalla sinistra ufficiale. Proprio grazie alle radici e alle frequentazioni comuni, i neocon conoscevano perfettamente il modo di ragionare e i tic dei loro compagni, oltre che la persistente fede nelle medesime illusioni di cui loro si erano sbarazzati da anni.
Oggi i neocon sono noti per le loro idee di politica estera. Charles Krauthammer, editorialista del Washington Post, ha definito l’interventismo democratico dei neocon di tipo diverso rispetto a quello del presidente Democratico Woodrow Wilson o a quello clintoniano. La differenza con Wilson è evidente, al contrario del presidente della Prima guerra mondiale i neocon non hanno fiducia nelle organizzazioni internazionali, specie nell’Onu, sentimento condiviso anche dentro l’Amministrazione Clinton. Due eminenti neocon, Daniel Patrick Moynihan e Jeane J. Kirkpatrick, tra l’altro hanno servito per anni come ambasciatori americani alle Nazioni Unite.
I neocon non sono soltanto idealisti, sono idealisti pragmatici. Non vogliono esportare la democrazia ovunque, non vogliono abbattere tutte le dittature del mondo, ma solo dove sia conveniente per l’interesse americano. Anche questa definizione non è precisa. Secodo altri neocon, invece, all’impero americano la diffusione della democrazia nel mondo conviene sempre. Krauthammer, tra l’altro, fu l’unico tra i neocon a schierarsi con la destra tradizionale contro la guerra prima in Bosnia e poi in Kosovo voluta da Clinton, proprio perché sosteneva che l’ex Jugoslavia fosse affare prevalentemente europeo e non americano. Tutti gli altri neocon, invece, si schierarono a favore della decisione presa da Bill Clinton. E alcuni di loro non solo votarono Clinton contro Bush padre, ma addirittura lavorarono nella sua Amministrazione, come Penn Kemble.
Una definizione più terra terra, ma che può aiutare a tratteggiare l’identikit del neocon italiano, è questa: un neocon è un intellettuale di sinistra, magari con un passato socialista, diventato poi anticomunista. Costui oggi considera la destra più attrezzata della sinistra nel difendere i valori della libertà, della democrazia, del capitalismo dal volto umano, della società e della famiglia.
Prendendola per buona, dentro questa definizione rientrano oltre ai padri nobili dei neocon, Irving Kristol e Norman Podhoretz, anche Saul Bellow, Hannah Arendt, George Orwell e Arthur Koestler. Un elenco italiano può essere altrettanto ampio. Sono liberal che si battevano, sia pure in modo diverso, per l’uguaglianza delle opportunità a prescindere dalla razza o dalla religione, per una economia capitalista che non ripudiasse il welfare state, per la tolleranza e la libera manifestazione del pensiero. Costoro pensavano che il comunismo fosse un nemico del liberalismo e moralmente equivalente al nazismo e che l’Unione Sovietica fosse la più grande forza del male sulla faccia della Terra.
Oggi, su questo fronte antitotalitario e anti nichilista, ci sono diversi pensatori americani ed europei che pur non definendosi neocon condividono l’idea della promozione della democrazia, anche sulla punta della baionetta, per abbattere le dittature sanguinarie: Christopher Hitchens, Paul Berman e André Glucksmann, solo per citarne tre.
Ma i neocon non si occupano soltanto di politica estera. Anzi. Fino agli anni di Reagan e al confronto con l’Unione Sovietica il loro interesse era prevalentemente interno, si occupavano della difesa della società, della tradizione, della cultura e dei valori americani. Ecco perché Giuliano Ferrara, di recente, ha scritto che il Pierpaolo Pasolini degli scritti corsari, quello che vibrava di indignazione per l’aborto e prendeva le parti dei giovani proletari in uniforme da carabiniere, era un neoconservatore. Per certi versi, opposti a quelli del suo grande amico Pasolini, l’azione politica di Marco Pannella ha caratteristiche comuni a quelle dei neocon, ed è lui stesso a dirlo esplicitamente e a ricordare le comuni battaglie per la democrazia, contro l’impero comunista e in favore dei refuznik sovietici.
Non credo, detto questo, che in Italia esistano i neocon, così come in quanto tali non ci sono neanche in America. La ragione dell’assenza di un movimento culturale neocon in Italia è semplice: la sinistra americana è sostanzialmente liberale, il seme del neoconservatorismo è piantato lì, in quella cultura. In Italia non c’è un diffuso movimento politico di sinistra liberale. La sinistra americana ha subito il fascino del socialismo, ma non è mai stata comunista né laburista come nel nostro paese o nel resto dell’Europa, compresa la Gran Bretagna. Una sua parte è stata "compagna di strada" del movimento progressista. La guerra in Vietnam ­ peraltro iniziata da un’icona della sinistra come John Fitzgerald Kennedy, condotta da un presidente Democratico e chiusa 13 anni dopo da uno dei più odiati presidenti di destra, cioè Richard Nixon ­ e poi le proteste studentesche degli anni Sessanta hanno spostato l’agenda politica della sinistra americana su posizioni più radicali e antagoniste, ma le successive debacle elettorali hanno riposizionato il Partito Democratico in un alveo più tradizionalmente liberale, come dimostra oggi la piattaforma politica di John Kerry. In Inghilterra, per restare al mondo anglosassone, c’è voluta Margaret Thatcher per trasformare non solo il paese ma anche gli avversari vetero-laburisti. Oggi Tony Blair è l’erede di sinistra liberale della rivoluzione liberalconservatrice della Thatcher. Per certi versi Blair è un neocon, come hanno spiegato autorevoli editorialisti inglesi, non solo per il sostegno alla campagna in Medio Oriente di Bush, ma anche per la sua recente analisi che fa risalire al lassismo sociale della generazione del Sessantotto l’attuale alto tasso di criminalità giovanile in Gran Bretagna.
In Italia invece la sinistra è stata prevalentemente comunista, e questo fino a ieri. Ancora oggi ci sono due partiti comunisti, senza i quali il centrosinistra non ha i numeri per aspirare a governare. I Ds, cioè gli eredi diretti della grande tradizione comunista, sono diventati post comunisti senza elaborare il lutto del crollo del muro né di una ideologia che ha realizzato dittature e causato arretramenti sul fronte dell’uguaglianza e dei diritti più elementari dei lavoratori di tutto il mondo. Chiunque negli anni della cosiddetta prima repubblica abbia provato a sostenere tesi di sinistra liberale è stato trattato come un appestato. "Riformista" e "socialdemocratico" erano insulti, e della peggior specie. Proprio come "neocon".
L’esperienza politica più consolidata e più vicina al neoconservatorismo è stata quella del Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, un movimento intellettuale di sinistra, ma di fatto considerato diffusamente come il partito dei Poteri Forti, il partito dei padroni. I repubblicani italiani, saldamente realisti, facevano poco per replicare all’accusa. I Repubblicani italiani appartenevano alla stessa famiglia risorgimentale che diede vita al Partito d’Azione, al primo partito radicale di Ernesto Rossi, al Mondo di Pannunzio. Oggi sono onorati come i padri nobili della Repubblica, ma dai custodi della cultura dominante sono sempre stati considerati come dei reazionari. Almeno fino a quando, singolarmente, questo o quell’esponente non diventava un "compagno di strada" del partito dei lavoratori, cioè del Pci. Norberto Bobbio, per esempio, divento quasi un reietto quando si fece interprete dell’ambizioso progetto della Grande Riforma craxiana, salvo poi diventare l’icona della sinistra post comunista quando non credette più in Bettino Craxi. L’autonomismo (dai comunisti) di Craxi, un leader di una sinistra con ambizioni modernizzatrici, riformiste e di governo sul modello di Francois Mitterrand, fece di lui l’emblema del traditore, dell’uomo di sinistra venduto alla destra. Gli esempi arrivano fino a oggi. Non sono pochi gli ex esponenti della sinistra che, sia pure con imbarazzo e disagio, hanno trovato più accogliente prima la modernizzazione craxiana e poi la cosiddetta destra berlusconiana. L’elenco è molto lungo ed è pieno di ex direttori dell’Unità, di vecchi dirigenti del Pci e della sinistra extraparlamentare, di filosofi marxisti, di intellettuali, storici e giornalisti di sinistra che hanno fatto la traversata del deserto, un lungo viaggio accompagnato dagli insulti e dalle accuse di tradimento da parte degli ex compagni. Valga un nome per tutti: Renzo De Felice, un uomo di sinistra liberale, bollato come un nostalgico del fascismo soltanto perché da studioso ha raccontato il Ventennio in modo diverso rispetto ai desiderata dell’ortodossia storiografica comunista. Uno dei suoi libri che destò più scandalo fu "L’intervista sul fascismo" e, sarà un caso, l’intervistatore era Michael Ledeen, oggi uno dei neocon più noti in America. Ho scritto queste cose in un libro pubblicato dal mio giornale, Il Foglio, che parlava della traiettoria intellettuale dei neocon americani, ma il recensore dell’Unità s’è soffermato su questo punto del mio libro, su questa enfasi che ho voluto dare all’egemonia culturale comunista. In ogni caso, esistono o no, i neocon italiani sono individui, singoli legati idealmente da un percorso personale che però non è mai sfociato in un’iniziativa politica o partitica né strutturata né comune. Ecco che torna l’analogia con la disorganizzazione dei neocon americani.
C’è un’altra esperienza italiana, contemporaneamente simile e opposta a quella dei neocon americani. La sinistra liberale, liberista e libertaria, dagli anni Settanta a oggi ha trovato rappresentanza quasi esclusiva nel Partito Radicale di Marco Pannella, di Giovanni Negri, di Adelaide Aglietta, di Leonardo Sciascia, di Enzo Tortora e di Emma Bonino e nelle loro grandi battaglie referendarie e sui diritti civili. Le posizioni dei radicali, così eccentriche rispetto all’ortodossia della sinistra dominante, sono state di volta in volta definite "radical fasciste" e anche peggio. Le accuse provenienti da sinistra, sia sui giornali dell’establishment sia in Parlamento, ricordano da vicino gli epiteti che i neocon subivano dai compagni più marcatamente leftist. I radicali, come i neocon, più che un partito organizzato sono un movimento di idee liberali, anticomuniste, capitaliste e americane. Oggi, pur divergendo sui temi dei diritti dei gay, sull’aborto e sulle droghe (a causa della matrice libertaria mai rinnegata dai pannelliani), convergono sull’esportazione della democrazia, sull’ingerenza umanitaria, sulla difesa di Israele, sulla necessità di riforme liberali e democratiche nel mondo islamico. Con la proposta di un’Organizzazione Mondiale della Democrazia, idea che piaceva agli interventisti democratici clintoniani, i radicali italiani tentano di costruire un ponte con il mondo neocon americano. A una domanda di Barbara Palombelli, durante la trasmissione Otto e Mezzo, Michael Ledeen ha detto di considerare i radicali di Pannella e Bonino come i più vicini ai neocon americani. Daniele Capezzone, segretario di Radicali italiani, nell’ultimo anno ha intrecciato un proficuo rapporto con i neocon americani, culminato in un invito a presentare un suo libro all’American Enterprise Institute e in una collaborazione con il Washington Times, giornale che dà ampio spazio alle tesi neocon. Certo, poi, c’è Il Foglio. E c’è Giuliano Ferrara. Secondo alcuni analisti sarebbero i veri interpreti italiani del neoconservatorismo americano, non solo per il sostegno dato all’intervento in Medio Oriente ma anche per l’attenzione ai temi della crisi di coscienza dell’Occidente, dello spirito religioso nella società e della bioetica.
Lavoro al Foglio, quindi mi sottraggo dal commentare questa affermazione, ma posso finalmente tentare una risposta al quesito iniziale. I neocon italiani sono contenti dei primi quattro anni di Bush? Stabilite sia la vaghezza del movimento neocon americano sia l’ancor meno chiara definizione italiana, i neocon italiani hanno pareri contrastanti sul primo mandato di George W. Bush. Sostengono lo sforzo del presidente in Medio Oriente, e lo difendono ancora oggi, ma segnalano gli errori. Aver pensato, per esempio, che si potesse combattere e vincere una guerra "on cheap", al risparmio, con pochi mezzi, pochi uomini, poco sforzo è stata una decisione strategica sbagliata. Così come aver pensato di governare direttamente l’Iraq, con il proconsole Paul Bremer. Se Bush avesse immediatamente formato un governo iracheno responsabile, probabilmente le cose sarebbero andate meglio.
Un’altra critica a Bush che si legge spesso, specie sul Foglio, è quella di aver voluto combattere una guerra politicamente corretta, evitando il più possibile lo scontro con le fazioni ribelli, con chi vuole instaurare in Iraq una teocrazia, con i fedeli del dittatore deposto. Il caso Falluja, città in mano ai miliziani e mai "liberata", ne è l’esempio.
Altri neocon italiani lamentano che l’impegno a favore della diffusione della democrazia e della libertà sia più nelle parole che nei fatti: perché, ad esempio, Washington non è ancora riuscita a far partire un network televisivo credibile da contrapporre alla voce dell’Islam radicale che diffonde Al Jazeera? Insomma questi neocon italiani, come ha sintetizzato il radicale Daniele Capezzone, criticano Bush perché non sempre la sua politica è all’altezza delle sue stesse parole.
Critiche a Bush ce ne sono di ogni tipo, molto simili a quelle avanzate dagli stessi neocon americani: inefficacia dei progetti di ricostruzione dell’Iraq, scarsità di mezzi, lotte di potere interne all’Amministrazione, una certa ingenuità di approccio ai problemi del Medio Oriente, un inadeguato sostegno alle forze democratiche del mondo arabo. Ai neocon italiani, ancora, non piace l’ambiguità dell’Amministrazione rispetto alla famiglia reale saudita né la confusionaria e contraddittoria politica nei confronti degli ayatollah iraniani, i grandi destabilizzatori del Medio Oriente. Ai neocon italiani piace la politica fiscale liberal libertaria di Bush. E ora che il presidente ha detto di essere interessato al radicale progetto avanzato dallo speaker repubblicano della Camera, Dennis Hastert, di abolire l’intera imposta sui redditi e di sostituirla con una tassa sui consumi, l’ammirazione si fa più intensa, specie se paragonata alle timidezze fiscali dei politici italiani.
Il fronte libertario dei cosiddetti neocon italiani invece boccia le posizioni di Bush contrarie al matrimonio gay e, soprattutto, al finanziamento federale sulla ricerca scientifica sugli embrioni. Dalle colonne del Foglio, invece, il dibattito intellettuale americano sulla bioetica e sui problemi filosofici legati alla manipolazione genetica è seguito con grande attenzione. Soddisfatti, dunque, ma anche delusi da Bush, ecco che cosa pensano i neocon italiani. Ammesso che esistano.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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