Camillo di Christian RoccaTutti i cowboy del presidente

Milano. Tutti i cowboy del presidente. Sono loro i nuovi padroni di Washington. Non sono i neocon, sono i texani, i più fedeli componenti della squadra di George W. Bush. Il National Journal, autorevole rivista politica della capitale, ha messo in fila, uno dietro l’altro, tutti i nomi dei compaesani di Bush che occupano i posti chiave nell’Amministrazione. Ci sono texani di nascita, texani di tradizione e texani d’adozione. Bush è il più classico esempio di texano nato altrove, è nato in Connecticut, ma è il simbolo vivente di uno dei più ricorrenti modi di dire del Lone Star State: "Non sono del Texas, ma sono venuto qui il più presto possibile". Bush, infatti, è arrivato a Midland all’età di due anni. Non se ne è più andato, nonostante l’università a Yale, il master ad Harvard e gli anni alla Casa Bianca. "Il Texas è uno stato d’animo ­ scriveva nel 1962 John Steinbeck ­ Il Texas è un’ossessione. Soprattutto, il Texas è una nazione in tutti i sensi della parola. Un texano fuori dal Texas è uno straniero". Ecco perché, appena può e a volte anche quando non potrebbe, Bush torna al suo ranch di Crawford. Questo particolare stato mentale texano spiega perché i suoi fedelissimi compaesani dopo un po’ lo supplichino di lasciarli liberi di tornare in Texas. E’ successo a Karen Hughes, il consigliere principale del principe, ancora più di Karl Rove. Hughes, dopo un paio d’anni a Washington, ha lasciato la Casa Bianca pur continuando a consigliare il presidente, ma da sotto il sole del Texas. Ora tornerà a casa Mark McKinnon, il raffinato bushiano dal volto umano che da pubblicitario di Austin, in Texas, quattro anni fa è diventato il capo delle strategie di comunicazione dell’uomo più potente del pianeta. Con lui ha fatto le valigie anche Matthew Dowd, il sondaggista capo della Casa Bianca. Entrambi, racconta il National Journal, poche ore dopo la vittoria elettorale del 2 novembre hanno affisso un cartello alla porta dei propri uffici che diceva: "G.T.T.". Le iniziali stanno per Gone to Texas, Andato in Texas, un segno che nell’Ottocento era ricorrente scorgere sulle baracche abbandonate degli Stati del South West. Con il tempo, spiega il giornale di Washington, G.T.T. è diventato sinonimo di chi scappa verso una vita nuova, spesso per fuggire alla legge. Nel caso dei texani di Bush "vuol dire semplicemente andar via da Washington. Per tornare in un buon posto". In Texas.Anche il ministro del Commercio, Don Evans, è Gone to Texas. Quattro anni sono stati abbastanza, ha detto. E’ G.T.T. anche Sandy Kress, esperto di riforme dell’istruzione scolastica e architetto della legge No Child Left Behind. E’ tornato in Texas anche Roderick Page, nel primo mandato ministro dell’Istruzione e in passato capo del sistema scolastico di Houston. Page è stato sostituito naturalmente da una texana, Margaret Spellings, coordinatrice delle politiche sull’istruzione prima ad Austin poi alla Casa Bianca. Il vice direttore dell’Ufficio del Management e del Budget era il texano Clay Johnson. Ora è la texana Dina Powell.
E’ texano anche Scott McClellan, oggi portavoce del presidente Bush e nel 1999 portavoce del governatore Bush. E’ texano Alberto Gonzales, nei primi quattro anni consigliere giuridico della Casa Bianca, ora ministro della Giustizia. Il nuovo esperto legale di Bush sarà Harriet Miers, avvocatessa di Dallas. Il posto di Karen Hughes è stato occupato da Dan Bartlett, collaboratore di Bush e Rove fin dai tempi in cui era uno studente universitario. Dove? All’università del Texas, naturalmente.
Il National Journal racconta come anche altri presidenti abbiano portato a Washington gente del proprio Stato d’origine. Ai tempi di Jimmy Carter i giornali parlavano della "mafia georgiana", Ronald Reagan aveva il suo "kitchen cabinet" pieno di amici californiani. Anche Bill Clinton poteva contare su un piccolo gruppo di collaboratori di Little Rock. E John Fitzgerald Kennedy nominò suo fratello Bob ministro della Giustizia. Mai come adesso, però, i compaesani del presidente hanno occupato la macchina dell’Amministrazione. E’ proprio la natura del Texas a marcare la differenza. E’ uno Stato contemporaneamente del sud e dell’ovest, dinamico e conservatore, innovatore e tradizionalista. "I texani, per natura, sono tosti, leali e pensano davvero in grande ­ ha detto Mark McKinnon ­ Il modo migliore per far fare qualcosa a un texano è quella di dirgli che non la può fare". Ecco perché Bush crede di poter riformare il sistema pensionistico, una cosa mai riuscita a nessun presidente. Bush potrà contare sul capogruppo repubblicano alla Camera, il texano Tom DeLay. Non sono amici Bush e DeLay, sono diversi, distanti. D’altro tipo, invece, è il rapporto tra Bush e il più potente dei texani di Washington: Karl Rove. Anche "l’architetto" della vittoria di Bush è, come il presidente, un texano d’adozione: è nato a Denver, in Colorado. E’ probabile che quando a gennaio del 2009 anche George Bush sarà finalmente "G.T.T.", "Andato in Texas", Rove resterà a Washington, anzi alla Casa Bianca, con un altro Bush: Jeb.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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