Camillo di Christian RoccaLo Stato dell'Unione 2005

Milano. "Sotu". Si chiama così, nel gergo di Washington, lo "State of the union address", l’annuale discorso sullo Stato dell’Unione che questa mattina, alle 3 italiane, George W. Bush ha tenuto davanti al Congresso riunito in seduta comune. Secondo le anticipazioni della Casa Bianca, si è trattato dell’esposizione della seconda gamba del programma bushiano per i prossimi quattro anni. Il 20 gennaio, nel giorno di inaugurazione del secondo mandato, Bush aveva esplicitato le linee guida generali della sua Amministrazione e quell’ideale di libertà e di democrazia che definisce il ruolo dell’America nel mondo. Questa mattina, invece, è arrivato il momento di fornire i dettagli dei suoi progetti per l’America e per il mondo. Il discorso è durato 40 minuti, metà dei quali dedicati ai temi della politica interna e il resto alle questioni estere. La Casa Bianca ha fatto sapere che il discorso è stato scritto dal solito team di speech writers guidato da Michael Gerson, coadiuvato questa volta da Bill McGurn, che a breve prenderà il suo posto.

Bush è ottimista sullo stato della sua nazione. Il presidente ha ricordato che nell’ultimo anno sono stati creati due milioni e trecentomila posti di lavoro e che, grazie ai tagli fiscali, la recessione è stata una delle più brevi della storia americana. La direzione è giusta, ha detto Bush. Ma non basta. Il punto centrale del suo secondo mandato sarà quello, già ampiamente preannunciato, della riforma delle pensioni e della trasformazione degli Stati Uniti in una "ownership society", in una società di proprietari. Il new deal conservatore di Bush prevede di introdurre criteri privatistici e di mercato nel sistema previdenziale che nel 2018 comincerà a incassare meno di quanto dovrà erogare. Bush, però, non vuole tagliare i benefici. Se la sua proposta diventerà legge, i giovani potranno scegliere di versare una parte dei loro contributi in fondi pensione personali. Bush ha fornito qualche dettaglio tecnico in più rispetto a quanto si sapeva già, ma non fino al punto di fornire ai parlamentari che lo ascoltavano un pacchetto di norme già definite. Nelle settimane scorse, infatti, Bush ha incontrato i leader di entrambi i partiti e con loro ha discusso la riforma. Bush ha deciso di procedere per gradi, spiegare per bene la necessità dell’intervento, ma lasciando al Congresso lo spazio politico per mettere in pratica la riforma. Eppure, fanno sapere alla Casa Bianca, i tempi sono stretti: "E’ questo l’anno in cui si farà la riforma". Non sarà facile, anzi c’è chi prevede una sconfitta simile a quella che dovette subire Bill Clinton quando presentò la sua riforma della sanità. Nel discorso, Bush ha rivolto un appello diretto ai parlamentari perché non sottovalutino la gravità della situazione in cui versa la previdenza sociale. Il punto, ha detto Bush, è che se oggi non facciamo niente, domani i nostri figli e i nostri nipoti godranno di benefici inferiori a quelli promessi. L’alternativa sarebbe quella di alzare il prelievo sugli stipendi, idea che Bush non prende in considerazione. Da qui la proposta di rivoluzionare il sistema. Gli altri temi dell’agenda presidenziale sono il rafforzamento dei programmi di istruzione; una legge sull’energia; un tetto al risarcimento-danni per gli errori commessi dai medici; un programma di legalizzazione dei lavoratori stranieri; la semplificazione delle leggi fiscali, la trasformazione dei tagli alle tasse in riduzioni permanenti e, infine, l’invito ai senatori a confermare senza ostruzionismi i giudici federali, probabilmente l’unica concessione alla destra religiosa.

La nuova opportunità
Poi è arrivato il momento della politica estera, della lotta al terrorismo e del saluto ai militari americani e agli alleati democratici impegnati nel progetto di liberazione del medio oriente. Bush ha raccontato gli straordinari progressi degli ultimi sei mesi in Afghanistan, in Palestina e in Iraq. Secondo le fonti della Casa Bianca, Bush ha individuato la nuova opportunità che si è venuta a creare, specie sul fronte del conflitto israelo-palestinese. E su questo s’impegnerà. Sull’Iraq la strategia di uscita è sempre la solita: nessun calendario di ritiro. Le truppe americane rimarranno a Baghdad finché il governo locale lo richiederà e fino al compimento dell’addestramento delle nuove forze di sicurezza irachene. Bush ha ringraziato gli alleati che fin qui hanno aiutato l’America, ma anche quelli che ora potrebbero cominciare a dare una mano. Alla Casa Bianca fanno sapere che il presidente tiene davvero alle alleanze internazionali. E Bush lo ribadirà agli alleati nella visita in Europa delle prossime settimane. L’obiettivo di sconfiggere le dittature, ha spiegato Bush, non può essere raggiunto dal giorno alla notte. La diplomazia, oggi, è la chiave per affrontare sia la questione nordcoreana sia quella iraniana, hanno detto alla Casa Bianca: "Ma le elezioni in Palestina e in Iraq hanno mandato un segnale chiaro agli altri popoli della regione: la democrazia è la strada del successo".

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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