Camillo di Christian RoccaPrime conferme e avvisaglie di insabbiamento dello scandalo Oil for food

Milano. Sono arrivate le prime, timide, conferme ufficiali sullo scandalo Oil for food, ma per i conservatori americani l’Onu sta tentando di insabbiare il caso che ha creato un giro di corruzione da 21 miliardi di dollari. La Commissione nominata da Kofi Annan e guidata dall’ex presidente della Federal Reserve, Paul Volcker, ieri ha presentato il primo rapporto parziale sulla malagestione del programma di aiuti alla popolazione irachena, gestito dalle Nazioni Unite e usato da Saddam per rafforzare il regime e corrompere politici internazionali e funzionari Onu.
Il sistema di compravendita di petrolio e di cibo era "corrotto", ha scritto ieri Volcker sul Wall Street Journal, e "le procedure non hanno seguito le regole". Questa prima relazione si è concentrata sulla figura di Benon Sevan, il braccio destro di Annan che ha gestito in prima persona il programma che dal 1995 al 2003 ha autorizzato la vendita di 64 miliardi di dollari di petrolio. Ma, esplicitamente, la relazione non è entrata nel merito del ruolo del figlio di Annan, Kojo, nella Cotecna Inspection, la società che avrebbe dovuto vigilare sul corretto svolgimento dell’acquisto e della distribuzione del cibo agli iracheni. Kojo Annan sarà oggetto del prossimo rapporto, previsto entro sei mesi.
Secondo gli inquirenti della Commissione, che utilizzano 30 milioni di dollari dell’Oil for food, "l’atteggiamento" di Sevan è stato "scoraggiante". Nei confronti dell’alto dirigente delle Nazioni Unite, costretto al pensionamento anticipato quando è scoppiato il caso, "la prova è inoppugnabile: ha efficacemente partecipato nella scelta degli acquirenti del petrolio, mettendosi in una posizione di non conciliabile conflitto di interessi e violando le specifiche regole delle Nazioni Unite e le più ampie responsabilità di adesione ai più alti standard di fiducia e integrità che un funzionario internazionale è tenuto a seguire". Volcker, però, non ha fatto cenno alle accuse, provenienti da Baghdad, della corruzione personale di Sevan, il cui nome compare nella lista dei beneficiari di Saddam pubblicata da un giornale iracheno (ci sono anche 4 italiani: Roberto Formigoni, Salvatore Nicotra, Gian Guido Folloni e padre Benjamin). Il Sole 24 Ore martedì ha raccontato di un legame tra Sevan e una società petrolifera assegnataria di barili di greggio, mentre l’ispettore americano Charles Duelfer ha raccontato nella sua relazione al Congresso che Sevan ha ricevuto direttamente da Saddam il diritto a cedere petrolio a una società petrolifera panamense. Sevan smentisce le accuse. Sebbene Volcker abbia precisato che le indagini sull’uomo di Annan continuano, per i conservatori americani ci sarebbe in corso un’operazione di insabbiamento. Ieri Kofi Annan ha risposto con una fragorosa risata alla domanda se fosse preoccupato dal rapporto Volcker.
Negli Stati Uniti le inchieste in corso sullo scandalo sono otto, nessuna delle quali è disposta ad accettare la spiegazione di Volcker secondo cui la gran parte dei miliardi mancanti sia da accreditare al "contrabbando" delle merci e non alla gestione Onu.
Un paio di settimane fa un americano nato in Iraq, Samir Vincent, ha confessato a un giudice federale di aver partecipato alla spartizione delle mazzette per conto di Saddam e ha raccontato che con lui c’era anche un funzionario Onu. Secondo il Los Angeles Times, i paesi del Consiglio di sicurezza, compresi gli Usa, sapevano dei problemi di gestione del programma, eppure hanno deciso di tollerare gli imbrogli del regime.
Volcker è accusato dalla prestigiosa Heritage Foundation di non essere un investigatore indipendente, piuttosto nel pieno di un palese conflitto di interessi per essere stato direttore, dal 2000 al 2004, di un’associazione americana legata alle Nazioni Unite che, peraltro, in passato ha ricevuto finanziamenti per 100 mila dollari dalla Bnp Paribas, cioè dalla banca che ha gestito i miliardi dell’Oil for food e che oggi è sotto inchiesta. I parlamentari conservatori sospettano delle intenzioni di Volcker fin da quando scoppiò il caso dell’italiana Anna Di Lellio, la portavoce della Commissione. A settembre, Di Lellio si dimise dopo che fu reso noto un suo commento del 2002, pubblicato sul Guardian, col quale spiegava che "con difensori come Bush e Berlusconi, non c’è bisogno di bin Laden per distruggere la cultura, la libertà personale, il rispetto per gli altri esseri umani, l’integrità, lo stato di diritto e tutte le cose per cui vale la pena vivere".

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