Camillo di Christian RoccaProdi non sa quello che dice (e Sandro Viola confonde il NYT con Rep)

Ci risiamo: "Ci vuole l’Onu". Ma non è che Romano Prodi, e con lui i politici e i giornalisti che gli vanno dietro, non hanno idea di quello che dicono? L’ex presidente della Commissione europea ha commentato le elezioni irachene e ha fatto una proposta che è piaciuta all’ala di sinistra della sua coalizione ma molto meno alla componente, diciamo così, riformista. Che cosa ha detto e che cosa ha proposto Prodi? Niente più di ciò che è stato già fatto e previsto. Prodi ha detto: "Si convochi al più presto il Parlamento che uscirà dalle elezioni". Però! "Si formi un nuovo governo". Chissà: magari gli iracheni non ci avevano ancora pensato. Poi: "Si faccia una Costituzione che garantisca tutti". Perbacco! Come se il voto di domenica non si sia tenuto proprio per questo; come se la Costituzione provvisoria non garantisca già tutte le componenti e non sia stata formulata in modo che la nuova Carta definitiva o sarà condivisa da tutti oppure non potrà essere approvata e ratificata. "Ma non basta", ha aggiunto Prodi. E meno male, visto che fin qui non ha detto nulla che non sia già in corso di realizzazione. Prodi ha detto che "se vogliamo la pace ci vuole una soluzione politica". Cioè? Ecco la propostona: "Una convocazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, per un piano di rientro delle truppe". Ma, diomio, come fa l’ex presidente della Commissione europea a non sapere che il Consiglio di sicurezza si è già riunito e ha già stabilito, due volte, la data del rientro delle truppe? La risoluzione 1546 dell’8 giugno 2004, al punto 12, "decide inoltre che il mandato della forza multinazionale sarà rivisto su richiesta del governo dell’Iraq o a 12 mesi dalla data della risoluzione, e che questo mandato scadrà al momento del completamento del processo politico descritto nel paragrafo 4 sopra citato, e dichiara che questo mandato verrà revocato anche prima se richiesto dal governo dell’Iraq". L’Onu, insomma, ha già risolto il problema sette mesi fa: le truppe dovranno essere ritirate alla fine del processo costituzionale, cioè al 31 dicembre del 2005. Oppure prima, se lo richiede il governo iracheno, il quale essendo sovrano può anche chiedere alla coalizione di rimanere, così come il governo italiano, tedesco, giapponese e sudcoreano da sessanta anni autorizzano la presenza di militari americani sul loro territorio. L’Onu ha già fatto di più: ha già garantito "la disponibilità a esaminare, in tale occasione, qualsiasi esigenza futura per prolungare la missione della forza multinazionale, tenendo conto delle opinioni del governo iracheno".

Ma non basta, appunto. Prodi dice anche che ci vuole una riunione dell’Onu "per un passaggio dei poteri, per un nuovo assetto politico del paese". Ma com’è che nessuno, neanche Franco Marini, gli ha fatto una pernacchia? Il passaggio dei poteri c’è stato il 30 giugno. Domenica ci sono state le elezioni. A ottobre ci sarà il referendum sulla Costituzione. E a dicembre le elezioni generali. Un calendario "per un nuovo assetto politico del paese" c’è dal 15 novembre 2003. Ed è stato imposto e convalidato da due risoluzioni Onu: 1511 e 1546. Possibile che il leader della Gad e gli altri non ne sappiano niente?
Infine Prodi, con un colpo di genio, chiede "una forza multinazionale dell’Onu che garantisca la sicurezza". Di nuovo: all’unanimità, e per due volte, l’Onu ha già autorizzato "una forza multinazionale", ed è la stessa che è già in Iraq e che il centrosinistra prodiano non ha voluto inviare, salvo ora chiederne il ritiro al fine di ri-inviarla.
La cosa più grave è un’altra: chi dice queste cose sembra non capire che l’Iraq è sovrano, che avrà un governo eletto e che si avvia a non aver più bisogno di balie internazionali proposte dall’Ulivo. Chi parla di inviare eserciti arabi (cioè di regimi dittatoriali) e Caschi blu (che l’Onu non ha) nega il diritto degli iracheni ad autogovernarsi. Un diritto che hanno già cominciato a esercitare. Decideranno loro se chiedere agli americani di restare o di andare. E ho come la vaga sensazione che gli iracheni siano interessati non tanto all’invio dei Caschi blu, ma all’invio di quei miliardi dell’Oil for Food rubati sotto l’occhio non vigile dell’Onu.

Poi c’è Repubblica. Ieri Sandro Viola, insolitamente confinato a pagina 17, ha scritto un meraviglioso articolo dal titolo "Le verità scomode del voto iracheno". La tesi è quella del Foglio ma, se possibile, Viola la esprime ancora meglio: "Senza l’invasione dell’Iraq non si sarebbero avute le elezioni". Viola spiega splendidamente che "il piano" dei neoconservatori "sembra aver funzionato", vuol dire che "nella loro follia c’era, evidentemente, una logica". Viola scrive che "tutto sta andando come avevano programmato: crollo della dittatura, partiti politici, istituzioni provvisorie (in attesa di quelle definitive), libere elezioni. E questo va detto. Non lo si può trascurare, o addirittura celare, nel giudizio su quel che sta avvenendo a Bagdad". Continua Viola: "Se si esulta per il voto iracheno, non si può fare a meno di indicare chi lo ha consentito". Giusto, perfetto, complimenti. Peccato solo per quel refuso iniziale. "Il New York Times", lamenta l’editorialista di Rep, ha una posizione che stupisce: "Bush ha sbagliato, dice infatti quel giornale, ma esultiamo per il grande passo avanti compiuto dagli iracheni Quanto al mio stupore, è presto detto. Se Bush ha sbagliato, se l’occupazione dell’Iraq è stato un errore, a chi si deve il grande passo avanti compiuto dagli iracheni Non si può ricorrere alla tortuosità del New York Times, Bush ha sbagliato ma la giornata elettorale in Iraq è stata stupenda". Qual è il refuso? Eccolo: Viola intendeva scrivere Repubblica, non New York Times. A meno che martedì gli sia sfuggito l’editoriale di Ezio Mauro, quello che diceva: l’unilateralismo americano "ha prodotto risultati, ma resta tuttavia un errore".

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