Camillo di Christian RoccaNoi, Pio e Pollari

In quell’appartamento del Sismi di via Nazionale 230 ci sono stato tre volte, accolto dal simpatico e cordiale agente Pio, che ora scopro chiamarsi Pompa di cognome. Leggo sui giornali di ieri, sempre ben informati dalle loro fonti di procura, che da quella centrale segreta colma di faldoni e dossier (ma che io però ho visto vuota e disadorna), Pio coordinasse attività di disinformazione e di depistaggio sul rapimento dell’islamista radicale Abu Omar. Con il Foglio non l’ha mai fatto, ma se ci avesse voluto dare qualche dritta sull’operazione Cia l’avremmo ricevuta volentieri e poi ovviamente valutata e controllata a dovere come si fa in tutti i giornali del mondo. I servizi sono segreti, ma non occulti, esattamente come le informative dei carabinieri e le soffiate delle procure. In gergo si chiamano fonti, ciascuna delle quali fornisce ai giornalisti notizie o mezze notizie. Accettarle, e poi magari anche pubblicarle, non significa esserne automaticamente arruolati come spioni o sbirri o uditori giudiziari. Questo per dire che se Renato Farina scambiava opinioni con Pio non può essere descritto come il diavolo, così come non sono l’acquasanta i segugi di Rep. per effetto dei loro ottimi agganci in procura e altrove. D’Avanzo, per dire, sarebbe stato pedinato mentre andava a incontrare il pm Spataro, lo stesso che ha arrestato il vice di Pollari. Va da sé la piena solidarietà a D’Avanzo, se è vero che è stato intercettato illegalmente.
Il primo nostro contatto con l’agente Pio è avvenuto dopo il mio primo articolo sulla bufala del Nigergate alla fine di ottobre dell’anno scorso. Dopo, non prima. Repubblica aveva appena pubblicato una lunga inchiesta di Bonini e D’Avanzo che – sulla base di fonti Sismi, ex Sismi e Cia – denunciava il ruolo che l’intelligence e il governo italiano avrebbero avuto nel fornire le false motivazioni per invadere l’Iraq. Mi ricordo che quella mattina, in riunione di redazione, il direttore – un po’ scherzando, un po’ no – si lamentò del fatto che noi non avessimo quelle gran fonti nei servizi, negli apparati e nelle procure di cui da anni dispongono i due segugi di Repubblica. Il caso volle che di quella storia del Niger sapevo tutto – non perché avessi rapporti misteriosi, mai avuti – ma perché da corrispondente negli Stati Uniti avevo seguito il dibattito congressuale su questo tema e, soprattutto, perché conoscevo le relazioni delle commissioni del Senato di Washington e quella inglese di Lord Butler che avevano trattato la materia. Quei testi smentivano clamorosamente la ricostruzione di Repubblica, come si è visto in seguito. Il direttore allora mi disse: scrivi, però prova a intervistare Nicolò Pollari come hanno fatto Bonini e D’Avanzo (con i quali Pollari era andato a pranzo). Ora non so per voi, ma per me trovare il numero del gran capo dei servizi segreti è stata un’impresa ciclopica. Il Sismi avrà un centralino? Si trova su Internet? E se ci riuscissi, il mio telefono sarà per sempre intercettato? In sintesi: ci ho messo 45 minuti per trovare un numero e parlare con un tizio che liquidandomi come un ragazzino mi ha spiegato che il capo del Sismi non dà interviste. Scrissi ugualmente l’articolo, con le mie informazioni americane reperibili facilmente su Internet. L’indomani ricevetti una cortese telefonata da Pollari, in risposta alla mia richiesta del giorno precedente. Il generale ribadì che non poteva concedere interviste e si stupì che avessi scritto quell’articolo senza alcun aiutino loro. Eppure era così, ma rimasi convinto che Pollari sospettasse miei agganci a Langley. Un paio di giorni dopo, il 27 ottobre mattina presto, mi chiama il direttore e mi chiede di venire di corsa a Roma perché aveva combinato un incontro con Pollari e voleva che ci venissi anch’io. All’appuntamento c’era Pio, analista di intelligence nonché esperto di dottrine politiche dal forte accento meridionale (“A noi del Sismi ci chiamano ‘Cristo si è fermato a Eboli’ non a caso”, disse in macchina). Incontrammo Pollari. Fu una lunga e piacevole chiacchierata di cui ricordo in modo particolare i crackers serviti come pasto unico. Pollari non fece altro che confermare le cose che avevo scritto nei giorni precedenti sulla base dei documenti pubblici americani. Era, però, molto seccato della notizia riportata da Repubblica a proposito di un suo incontro segreto alla Casa Bianca con il vice di Condoleezza Rice, Stephen Hadley. Tornati in redazione, Ferrara mi disse: chiama Hadley. E due: prima intervista Pollari, ora il viceconsigliere per la sicurezza nazionale di Bush. Con l’americano è stato più semplice. Sul sito della Casa Bianca c’è il numero del centralino. “White House, good morning”. “Mi può passare il portavoce del consigliere della Sicurezza nazionale?”. “Hold on, sir”. “Grazie”. (Attesa). “Frederick Jones, good morning”. Era il portavoce di Hadley. In cinque minuti smontò l’ipotesi dell’incontro segreto, cioè l’architrave su cui poggiava l’inchiesta di Repubblica. Da allora è stata tutta discesa. La Nigerbarzelletta e i nostri rapporti con il grande Pio sono diventati argomento cult in riunione di redazione, sempre alla luce del sole e senza mai pubblicare veline che del resto non ci sono mai state offerte. In quei giorni eravamo impegnati nella manifestazione davanti all’ambasciata iraniana di Roma. Pio ci disse che un gruppo di islamici italiani stava convocando una contromanifestazione. Contento di poter finalmente contare su una fonte qualificata, neanche fossi in un film o a Repubblica, entrai in redazione per comunicare la notizia e approntare un pezzo. La caporedattrice mi accolse con un lancio d’agenzia che aveva già battuto la notizia.

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